Una vita a foglietti

L’Ufficio Postale

Solo poche ore fa ho scritto qualcosa che aveva molto a che fare con il tempo. Quello che “bruciamo” senza assaporarlo, e l’ho fatto quando già l’episodio che vi racconterò era accaduto. All’inizio avevo pensato ad una contraddizione, ma la riflessione su quanto accaduto mi ha portata ad un’altra conclusione.

Causa: bollettino da pagare. Classica sbirciatina alla potenziale fila da fare, conto due persone davanti a me e mi ritengo fortunata. Entro. L’Ufficio è quello di Santa Lucia, non ci sono prenotazioni sul tipo di operazioni da fare, solo normale attesa. Sono circa le 11.00.

Ad uno degli sportelli si sta sbrigando una di quelle pratiche di Buoni postali, di cose un po’ più complicate e che richiedono tempo. Mettiamo in conto, ero ancora nella fase dell’ascolto, del rispettare il tempo, dell’accettare delle attese che non sempre devono diventare danno.

Si libera poi l’altro sportello e una delle due persone che mi precede si avvicina. Anche qui capita una pratica lunga, incassi da fare e mi scuserete se ho scoperto tante cose che dovrebbero essere privacy, ma se rispetto la distanza richiesta e nonostante ciò le persone raccontano i fatti loro, a me le orecchie non sanno chiudersi da sole e si ascolta. Anche se non vuoi. E l’orologio alle spalle delle impiegate si muove, lento ma inesorabile. Arriva qualche altro cliente, ma regna sempre un gran silenzio. Devo dire che c’è molto rispetto, anche se cominciamo a scambiarci qualche sguardo che a vicenda, in noi che aspettiamo, in qualche modo ci invita ad avere pazienza e rispetto. Siamo in un ufficio che fa un servizio pubblico e bisogna averne. Ma…

Ecco il “ma” che cambia la scena.

La cliente allo sportello ha qualche dubbio sull’operazione da fare, incassare l’intera somma o lasciarne ancora? Ma al momento, a quanto sembra, non ha con sé il libretto postale. Che fare? Cosa volete che faccia? Lo va a prendere a casa! Quando si allontana, la signora che  mi precede si avvicina allo sportello pensando di poter eseguire la sua operazione. Si sbaglia. La macchina, secondo l’operatrice, ha ancora aperta la situazione precedente e quindi, anche senza la cliente, noi dobbiamo aspettare!!!

Qui la pazienza la perdiamo. Proviamo a far notare che non ci sembra proprio possibile che si permetta a qualcuno di andare a casa o in qualunque posto a prendere ciò che si è dimenticato e gli altri aspettino.

Ma non c’è niente da fare. La signorina ritorna forse nel giro di sei sette minuti, ma la cosa a me non scende per niente.

Qualcuno abbandona la fila e io ripenso al concetto di servizio pubblico. Penso al principio del rispetto e mi chiedo se una cosa del genere si sarebbe mai potuta verificare in un altro Ufficio che non fosse questo! Questo dove forse la maggior parte dei clienti sono locali, dove ognuno conosce la storia dell’altro, viste le confidenze che si fanno e che permettono anche a noi, ignari avventori di passaggio, di scoprire destinazioni e scelte di vita di gente mai vista prima.

Nel frattempo all’altro sportello nulla si muove. Un’operazione forse a cuore aperto a questo punto si starà svolgendo, perché quell’orologio alle loro spalle dimostra che sono passati oltre quaranta minuti e ancora si sta sbrigando una sola persona che continua a tirar fuori dalla borsa documenti su cui ha bisogno di chiedere informazioni. Ad un certo punto, dopo che l’impiegata ha dovuto spulciarli uno per uno per scoprirne scadenze e varie, la cliente forse ha un moto di pietà, o forse le viene in mente di avere qualche altra cosa da fare, e decide che per stamattina va bene così: tornerà con calma!

Solo a questo punto, chi mi precede ha il campo libero e nel giro di pochissimo vengo servita anch’io. Che non mi evito un’altra dimostrazione di disappunto con un modo di fare che ho trovato scandaloso!

Sono circa le 11,45. Se qualcuno della dirigenza dell’Ufficio Postale volesse verificare il mio racconto, potrà tranquillamente controllare quante operazioni sono state fatte in quell’arco di tempo.

E la mia domanda resta: sono entrata in un luogo che svolge un lavoro di pubblico servizio o nella bottega di paese dove si fa un uso del pubblico come da privato?

Chi ha risposte le scriva, perché nell’ottica del rispetto del tempo c’è sempre un discorso bilaterale.

Gli impiegati svolgono il loro lavoro e vanno rispettati. Se la gestione prevede che ogni sportello può sbrigare qualunque tipo di pratica noi lo accettiamo, anche se i tempi di attesa sono decisamente improponibili, ma permettere ad un cliente di bloccare una cassa mi sembra eccessivo. E se la signora avesse avuto un imprevisto in quei minuti, tecnicamente cosa si faceva? Si sarebbe dovuta chiudere la sua procedura? O la cassa sarebbe rimasta sospesa per l’intera mattinata?

Non mi dite che sono puntigliosa. Come chiedo a me stessa di avere pazienza e rispetto per chi ho di fronte, mi piacerebbe che la cosa venisse ricambiata. Non è quel tempo passato in attesa che mi ha fatta andare fuori di testa, ma lo sguardo di chi ha preteso la nostra pazienza come se lei fosse nel giusto. Per la cliente che stava sbrigando di sicuro è andato tutto bene, avrà gioito della disponibilità della cassiera, ma chi era alle sue spalle?

Questo non mi piace di noi. Guardiamo sempre solo il nostro. Sapete a cosa pensavo in quei momenti? Quando alla cassa del supermercato ti accorgi che hai dimenticato una cosa e se non è ancora il tuo turno lasci tutto e ti “scapizzi” nelle corsie per non far perdere tempo, (per farlo qualcuno in fila a volte mi ha rimproverato di aver lasciato anche la borsa incustodita nel carrello!!!), se invece sei già al tuo turno, ci rinunci, perché non credi sia giusto che gli altri paghino per la tua dimenticanza. O quando attraversi e non lo fai in maniera obliqua perché occuperesti la strada per più tempo, e non mentre leggi il messaggino sul telefono che ti distrae e costringe l’automobilista a frenare o ad aspettare che tu sorrida alla notizia che ti è appena arrivata.

Noi viviamo nel mondo. Noi non siamo soli. Quando approfittiamo della pazienza altrui sbagliamo. Quando buttiamo le carte per strada sbagliamo. Quando ci prendiamo ciò che non è nostro sbagliamo. E creiamo cattivi esempi e risentimenti e rancori.

Per questo ho scritto. Per dare ancora una volta un altro punto di vista. Perché dobbiamo sapere dall’altra parte, cosa pensa, come si sente, chi è costretto a subire azioni poco corrette, che passano come cose normali.

Che sono normali solo quando i beneficiari siamo noi, quando lo fanno gli altri sbraitiamo.

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