Una vita a foglietti

Marco Marsullo – Il tassista di Maradona

COP#194x130#CMYKTP#0000#TASSISTAesec#Ciano Layout - PDF#Y104#267Scopro questo libro alla sua presentazione. Non la seguirò per intero per cui non ne parlerò, ma quella serata è il trampolino di lancio per ciò che scriverò .

Perché il libro adesso l’ho letto, perché il titolo mi dice una cosa e le poche parole ascoltate l’altra sera mi avevano detto altro e tra le due cose qualcosa mi era poco chiaro. In genere quando non so (e spesso non so!!!), aspetto prima di parlare e trarre conclusioni, ma quella sensazione che ho provato, quel pensare “chi va là?”, quell’essere guardinga era molto forte. Ma andiamo con ordine.

Marco Marsullo Il tassista di Maradona. Quando si nomina Diego, si tocca il mondo del calcio, un mondo che conosco, che seguo, che mi incolla davanti al televisore. Eppure il nome Jorge “Magico” Gonzalez , detto Il Mago, non mi dice niente. E scopro di non essere la sola a non conoscerlo.

Quando sfoglio le prime pagine, partono un po’ quelle sensazioni latine, quelle che nascono in  paesi che hanno qualcosa nel modo di vivere che è tanto diverso dal nostro. Un’altra aria, un’altra concezione del tempo. E laggiù, a Cadiz, inizia la storia del nostro fuoriclasse. O meglio, finisce. Perché la capacità di disegnare magie su un rettangolo di gioco, Il Mago lo ha fatto soprattutto qui. Qui e in pochi altri posti, mentre in altri non ha mai voluto metter piede.

Sorrido se penso che ieri si sono conclusi gli Europei di calcio e di come giovani e meno giovani calciatori che sono stati in grado di fare un goal, un solo scatto, una sola partita o neanche una intera, facciano già lievitare cifre di ingaggio che sfamerebbero una nazione. Ma forse questa è un’altra storia o forse no. Forse è la stessa storia di sempre.

Ma Gonzalez non faceva parte di questo mondo dorato e ovattato. Lui, per quello che si racconta, non era personaggio da riflettori, non era giocatore dai trasferimenti faraonici che oggi tanto amano soprattutto i procuratori. No. Il Mago amava giocare al calcio, amava correre dietro il pallone, amava pensare a lui con un attimo di anticipo sull’avversario, amava dormire. E in perfetta coerenza con il suo amore, ha scelto di fare ciò che gli piaceva senza correre alle corti dei super Club Europei, quelli che gli avrebbero garantito fior di quattrini ma gli avrebbero tolto il piacere di dormire al mattino, di ascoltare il flamenco, la sua musica preferita, di amare le donne che sapeva rispettare senza mai sapersi legare. Una scelta che lo ha portato in quella città sul mare che gli ha garantito un campo verde, una “pelota”, e un ingaggio che gli garantisse di poter mangiare le fritture che gli piacevano tanto. Perché di più non serve. Perché il di più spesso rovina. Perché il di più ti fa perdere l’amore, e la passione diventa dovere.

Leggo queste pagine dove si racconta una filosofia di vita che mi piace, un procedere della vita che sembra apparentemente senza regole, ma che invece di regole ne ha. E si rispettano pure. Magico è stato sempre coerente da quello che leggiamo nella sua storia: vera, inventata, copiata o come sia. Se parliamo di ciò che è scritto a me quella vita è piaciuta. Forse si è dimenticato, Marco, di raccontare della sua capacità di palleggiare con un pacchetto di sigarette; era una notizia scritta su un articolo in internet, insieme a quasi tutte le altre cose così ben amalgamate nel libro, ma a me ancora una cosa non torna.

Perché quel titolo?

Non può bastare la risposta del pibe alla domanda “chi è il migliore tra Pelè e Maradona?” “Gonzalez”.

Non può bastare il fatto che hanno giocato insieme qualche partita (a calcio si gioca in undici più le riserve, quindi sia Diego che Il Mago hanno giocato con molta gente)

Non mi può bastare il fantasioso viaggio in taxi dove nelle ultime brevi pagine si raccontano i trionfi e le cadute di un argentino che ha fatto parlare di sé tutto il mondo.

Non mi basta Marco. E ti dico sinceramente cosa penso. Se dovevi scrivere un libro che parlasse di sport e hai deciso per un personaggio grandioso ma che ha vissuto nell’ombra, perché hai usato nel titolo quel nome di così grande peso? E tu che sei nato a Napoli non puoi non saperlo, non puoi non averlo considerato. Se a Napoli , oltre che in tanti altri luoghi del mondo, Maradona è una specie di manna dal cielo ancora adesso, io temo che tu abbia voluto cavalcare ancora un po’ quest’onda.

La mia è una sensazione, ma devo dire che mi è parso tutto molto stonato. Un concerto con un direttore che alla fine fa steccare tutta l’orchestra.

Non so di chi è stata l’idea, non so se quello che penso è vero, e se lo fosse se mai qualcuno lo ammetterà, ma a me non è piaciuta. In un libro dove si sottolinea una vita fuori dal comune, una vita non dettata da quel dio denaro, da quella fama che oggi regola il peso delle persone come un’equazione: più riflettori, più successo, più soldi uguale persona migliore, quel titolo non va bene. Anche perché l’equazione non si risolve così.

Forse vengo da una lettura di tutt’altro genere; forse l’idea del marketing che fa successo a prescindere non mi piace; forse l’argomento attuale che deve essere giusto quanto il titolo azzeccato non lo condivido, forse…

Forse Il Mago avrà letto il tuo libro, forse lo leggerà Maradona, forse ne saranno contenti ma forse anche no, forse…

Forse, se io fossi Gonzalez, se sapessi avere tra i piedi il pallone come sapeva farlo lui, oggi vorrei giocare una partita con te e averti di fronte come difensore. Per farti un tunnel, per saltarti come un birillo, per dimostrarti sul campo che nessun conto in banca, nessuna copia venduta “con furbizia”, ti faranno diventare migliore o peggiore di ciò che sei. Siamo solo noi stessi. Solo. Sempre. Niente di più.

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