Una vita a foglietti

Matteo Bussola inaugura la stagione di Roccapiemonte: Notti in bianco, baci a colazione

matteoDa Vivimedia

22/10/2016

Inizia la nuova stagione a Roccapiemonte. Quando si continua un progetto per anni, e questo è il quarto, la sfida è sempre più difficile, perché il rischio è quello di cadere nel ripetitivo, nel già visto e già sentito.

Ma ci auguriamo che il lavoro di Gaetano Fimiani, con le Associazione Fedora e Rosa Aliberti e dei suoi preziosi collaboratori, vigili in questo senso. Conosco la profonda dedizione a queste iniziative e la totale convinzione che solo con la cultura si possa uscire da un pantano che ormai ha contagiato ogni aspetto della vita sociale. Ma il confine, tra la voglia di cultura e l’appuntamento sterile, è troppo sottile e non bisogna mai abbassare la guardia.

Certo fa la differenza l’autore che arriva qui, “al centro del mondo” e stasera abbiamo Matteo Bussola, autore del libro Notti in bianco, baci a colazione (Ed. Stile libero Einaudi) che, come scopriremo, nasce da pensieri sparsi più che da una storia unica. Ma anche questa definizione forse è sbagliata: se racconto la vita quotidiana, non sto raccontando la mia storia?

Ma qui arriviamo già nei dettagli, partiamo invece dall’inizio. L’arrivo di Matteo in sala è già particolare. È affiancato da Luca Badiali presentatore della serata che, forse padrone di casa da tempo e che praticamente già conosce tutti, quasi supera la normale presentazione, chiedendo

-           “Come ci sei arrivato in questa storia?”

Matteo guarda la sala, noi tutti per lui siamo sconosciuti, siamo tanti e siamo curiosi, per cui, con un sorriso che, scopriremo, lo accompagnerà spesso, ci dice semplicemente

-          “Ciao”.

Sarà la sua caratteristica principale: cercare di sfuggire all’etichetta di scrittore per “difendere” una sua condizione di narratore.

Matteo è in realtà, un disegnatore di fumetti. Ma quello che sembra gli piaccia di più, come professione, è quella di essere un papà. Non è sicuramente il primo, non sarà l’ultimo, ma quello che ha fatto la differenza, è che lui vive questa condizione come una priorità assoluta. E non gli sembra strano.

Vi racconterò le mie impressioni e le conclusioni dei suoi discorsi senza seguire forse il preciso corso della serata, perché anche questo sarebbe ripetitivo e soprattutto perché in ogni cosa è emerso un filo conduttore che sarebbe banale ripetere sempre.

Il fatto che oggi Matteo abbia pubblicato un libro che lo ha fatto definire “mammo”, e lui la considera parola tanto offensiva quanto dire “hai le palle” ad una donna, è solo perché ha cominciato a raccontare le esperienze quotidiane che viveva proprio con le figlie: tre bambine che, quotidianamente, gli hanno offerto chiavi di lettura diverse per la vita.

Sapete, e qui parte la considerazione personale, i bambini hanno questa meravigliosa funzione: ricordarci l’essenza della vita. Sono loro che riescono a vivere con una semplicità ed un’istintività assoluta i loro sentimenti, le loro reazioni, per cui, se noi avessimo voglia di “investire” il nostro tempo con loro, piuttosto che credere che lo stiamo “perdendo”, allora non guarderemmo a Matteo come ad una perla rara. Lui è stato intelligente? fortunato? forse solo convinto che il modo migliore di impiegare il suo tempo era di essere presente con le sue figlie: per insegnar loro delle regole e per poter imparare a guardare da nuove prospettive.

matteo-1La serata sarà in gran parte dominata da Matteo, sembra che stasera la presenza di un presentatore, non me ne vorrà Luca, non sia indispensabile. Legge personalmente i pezzi che ha scelto, superando anche l’esame delle numerose insegnanti in sala, copia e incolla pezzi e situazioni che lo hanno portato a pubblicare il primo libro.

L’esperienza nasce dieci anni fa, quando, su Facebook, comincia a “postare” alcune delle sue esperienze di vita quotidiane, quando ancora era tutto privato ed erano solo i suoi amici più intimi a godere delle sue belle parole. Ma capita poi l’episodio che fa la differenza e Matteo si ritrova a scrivere una lettera a Fedez, per una richiesta specifica di sua figlia, “la più importante fan vivente” del cantante, come lei stessa si definisce. Sarà questa lettera, scritta con la sincerità e la coerenza che caratterizzano Matteo, a spalancargli le porte di un mondo che, seppur conosceva da parecchio, aveva sempre frequentato in punta di piedi. Migliaia di Like e condivisioni hanno portato le sue parole in giro ovunque, anche fino a Fedez che ovviamente ha “dovuto” concedere l’autografo. Ma le conseguenze di questa lettera hanno tracciato un sentiero alternativo nella sua vita. I suoi post ormai pubblici, non hanno quasi mai smesso di entusiasmare: “La scrittura è la ricerca di un interlocutore, così anche il diario. Il te stesso che legge ciò che hai scritto, si capisce meglio…” e Matteo scrive per raccontarsi e rivivere più volte le esperienze quotidiane, sia quelle con le figlie, ma anche quelle con le persone per strada, in maniera alternativa, con le magnifiche risate di una “prestazione a cappella”, o il dover pronunciare frasi del tipo “… l’amore non finisce, le persone cambiano…” e scoprire che essere lì a tagliar cipolle mentre lo dici, può salvare.

Matteo è un fiume in piena, si vede che ha tante cose da dire. Il suo punto di vista personale nasce da una condizione umana assai profonda, si rifà alle “bugie” che ci raccontano da secoli sui limiti che si devono rispettare tra i ruoli di una madre e di un padre; “…se vado ad una festa accompagnando le mie figlie e su 50 il rapporto è 49 a 1, sono le altre mamme che mi guardano in modo strano…”

Ed è vero. Noi donne ci battiamo per quella famosa uguaglianza, ma poi ne siamo sorprese, a volte critichiamo pure le famiglie dove questo accade e tutto dipende da una profonda ignoranza che ancora ci appartiene. “Il concetto di famiglia naturale è un termine costruito: una famiglia serve a dare delle attenzioni ai propri componenti. Se le coccole le fa il papà piuttosto che la mamma, non è un problema”.

Proprio perché non è uno scrittore, ma un narratore, Matteo ha, per deformazione professionale, la necessità di “guardare” la realtà che lo circonda. Il lavoro da disegnatore lo obbliga a circoscrivere una storia, un messaggio dentro pochi centimetri quadrati, praticamente lo spazio di una vignetta. Tutto questo lo ha raggiunto con una disciplina ferrea. La cosa più difficile non è scrivere o disegnare: è stare fermo lì, per ore, come se fossi sull’orlo del precipizio ma non allontanarti. E alla domanda

-          “Cos’è l’amore?”

Arriva questa risposta

-          “Per me è stare lì. Se ci sono, delle cose succedono”.

Trovo questa affermazione di una tale delicatezza e di una tale forza allo stesso tempo, che avrei voglia di fermarmi qui e non aggiungere altro.

Esserci, partecipare alla vita di chi ami. Cosa può essere più soddisfacente di questo ruolo? Ma capisco Matteo quando, rivendicando la semplicità con cui vive questa condizione “che ha scelto”, si scontra con un mondo che invece vuole che si rispettino solo le regole, i cliché che ci hanno imposto. Come le strade “giuste” da seguire, come non uscire dai solchi che altri hanno segnato.

Confessa che per arrivare ad essere disegnatore, che era la sua passione, ma che non gli veniva come un dono divino, ha dovuto fare innumerevoli sacrifici: ha trascorso molte ore “seduto sul precipizio”, ma non ha mollato, non ha avuto paura, ha deciso di credere che quel desiderio, quella passione, andava alimentata. Ed oggi, “il tempo perso”, o tutte le frasi fatte che in tanti gli hanno rivolto in diverse occasioni, lo hanno ricompensato. Il tempo perso è diventato “guadagnato”.

Quando scriviamo non sappiamo mai che effetto avranno quelle parole sugli altri, spesso le nostre convinzioni su ciò che crediamo particolarmente bello o viceversa, vengono smentite dalle reazioni di chi legge. E questa è una delle magie della scrittura.

“Quando scrivo sono le immagini a portarmi le parole, mentre quando disegno dalle parole nasce la scena”. Ma in tutti e due i casi, anche cambiando lo strumento e passando dalla penna alla matita, non deve cambiare la capacità di saper raccontare solo quello che vedi, quello che percepisci attraverso i tuoi occhi e che passa attraverso la tua esperienza, senza farsi condizionare da regole e “visioni” imposte da altri.

A fine serata arrivano anche diverse domande:

-          Quando i tuoi figli cadono e si fanno male, chi chiamano, mamma o papà.

In quel caso chiamano la mamma, ma se si svegliano di notte, cercano me.

-          Dopo aver letto il libro pensavo avessi scritto con “sensibilità femminile”, ma dopo averti ascoltato ritiro tutto, anche se non tutti i papà sono così. Molti credono davvero di perdere del tempo.

Sul tema della paternità ho la vaga sensazione che, se lo lasciassimo libero di raccontare tutte le sensazioni e le sfumature che riesce a cogliere in questo ruolo, potremmo far mattina, ma la concretezza deve essere un’altra delle sue qualità e, come a risposta delle mie mute domande racconta che all’Einaudi gli avevano chiesto di disegnare la copertina del suo libro. Richiesta che non ha accettato, ma ci svela che, se dovesse disegnare la paternità, lui la racchiuderebbe in due silhouette. Ovviamente sarebbero padre e figlio e in prospettiva si vedrebbe in primo piano il figlio e il padre dietro. Posizione che non sarebbe un abbandonarli: significherebbe solo lasciarli liberi ed essere alle loro spalle se, cadendo, dovessero aver bisogno di essere rimessi in piedi.

Il racconto di Matteo passa dalla confessione di mesi di lavoro per “salvare” i suoi post trasformati in un file di 800 pagine, ignorando semplici passaggi che glielo avrebbero consentito in pochi gesti, alla necessità di rispettare le regole che si è imposto quando ha cominciato a scrivere. Regole riassunte in: 1 dire sempre la verità e 2 non preoccuparsi della lunghezza del post. In Facebook, sui social in genere, bisogna esser brevi, altrimenti alla parola “Altro…”, non arriva nessuno. Ma a lui non importa, quando i pensieri partono, non devono avere limitazioni: quello vale per le vignette!

Certo, fare una scelta tra quelle 800 pagine confessa che è stata una faticaccia perché tutte le cose scritte gli sembravano degne di entrare nel libro, ma lì gliene sono state concesse 170 e dunque la scrematura è stata necessaria. Forse ciò che lo ha sorpreso di più deve essere stato il lavoro di “pulizia” fatto nei post dove si parlava di politici o di quando ha dovuto cambiare i nomi delle amichette di scuola delle figlie o modificare delle situazioni troppo riconoscibili, perché gli uffici legali di una casa editrice ragionano in termini diversi da un disegnatore che racconta la realtà di tutti i giorni.

Ma il sorriso finale ce lo regala comunque, quando ci svela un episodio della sua vita precedente, quando da architetto del comune ha progettato una rotonda davanti al Bar “L’angolo” e questo non l’ha potuto modificare nessuno.

Matteo ha cambiato lavoro, ma forse non sarebbe dispiaciuto neanche nelle vesti dell’architetto che progettava la piazza uscendo per strada, valutando la rotazione del sole e calcolando quando, l’ombra dell’abete, avrebbe donato il fresco alla panchina dove la signora si sarebbe seduta alle quattro del pomeriggio.

Ecco quello che Matteo Bussola ci ha regalato in una sera che poteva rischiare di essere una qualunque e invece ha portato un “post” di vita vera. Ma di quel vero vero, di chi vuole difendere il proprio pensare indipendentemente che sia architetto, che sia disegnatore, che sia marito o che sia “solo” un papà.

Uno che lascerà un segno nella vita che sta vivendo e che lotta pure per difendere le sue virgole, come possiamo verificare già nel titolo del suo libro.

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