Una vita a foglietti

Maurizio de Giovanni porta “Pane” a Roccapiemonte: ed è per tutti

 De Giovanni 2Da Vivimedia

Che l’arrivo di Maurizio de Giovanni provochi una certa fibrillazione, si nota appena messo piede a Roccapiemonte. L’appuntamento è per sabato 18 febbraio ore 18,30, ma alle 17,00 già si sente un’aria molto diversa.

Piuttosto che arrivare in ritardo, gli ospiti cominciano ad affluire in netto anticipo: per non perdersi nulla della serata, ma anche per poter avere posti in prima fila.

Gaetano Fimiani, presidente dell’Associazione Fedora, gira come al solito tra le sedie della sala per verificare che ogni cosa sia al posto giusto. Guarda fuori più volte, la pioggia non sembra voler accompagnare la serata e spera che non ci siano troppe defezioni. Ma solo Gaetano Fimiani può lontanamente temere che una sua serata non sia ormai un successo garantito. Questa sala, questo seguito, glielo invidiano in molti posti d’Italia ma per lui nulla è mai scontato, nulla gli è dovuto. Persona da tenere come esempio nella sua profonda umiltà, pari solo alla sentita vocazione per la diffusione di una cultura che arrivi il più lontano possibile, che si estenda a macchia d’olio.

Ma dicevamo della pioggia, di un cielo grigio che ben si adatterebbe ad una delle sceneggiature che Maurizio de Giovanni scrive ormai da anni e che hanno catturato un pubblico talmente vasto da aver superato la barriera del cartaceo per approdare al tubo catodico. In un incontro precedente si parlava di questo progetto, ma doveva ancora essere realizzato, mentre oggi sono già andate in onda diverse puntate dei Bastardi di Pizzofalcone, il gruppo di agenti che portano avanti indagini e storie “che devono essere raccontate”.

Ma questo verrà dopo. La serata vede Luca Badiali come presentatore-dialogante con l’autore, anche se il microfono viene preso inizialmente da Letizia Vicidomini: la sua è l’arringa di un avvocato che mette sotto accusa proprio l’imputato de Giovanni in un processo condotto da Gaetano Fimiani e che vede noi pubblico nella veste di giurati.

La cosa sembra subito seria perché Maurizio e Luca non hanno nemmeno preso posto sulle loro sedie, ma sono rimasti spalle al muro, come aspettando davvero una condanna. O quanto meno un verdetto. E l’accusa è seria: colpevole di aver catturato milioni di persone e di essere sempre sfuggito alla giustizia. Quante e quali colpe può avere un uomo così? Uno che ha generato personaggi di ogni genere, con profondo disprezzo delle regole? O accusato di furto senza scasso di lettori e manipolazione psichica? Uomo dunque che è pericolo per chiunque tenti di restare fuori dai suoi libri e dalle sue storie. Non si può che chiedere una condanna esemplare, ma non verso lo stesso de Giovanni, verso noi stessi: noi, che saremo condannati a leggere le sue storie per sempre.

Ecco, così è iniziata la serata per la presentazione dell’ultimo arrivato in casa de Giovanni: Pane (Einaudi Stile Libero).

Pane racconta il contrasto tra i valori e i lavori del passato, ma ancora una volta, nelle pagine di de Giovanni, non è prioritaria la scoperta dell’assassino, ma le storie che hanno necessità di stare in primo piano. La cosa che è decisamente cambiata è che oggi leggiamo le sue storie e sappiamo dare un volto ai vari Lojacono o Pisanelli piuttosto che Ottavia.

E questa è una novità che ha toccato lo stesso autore.

-          Pane è il primo libro che scrivo conoscendo le facce dei miei uomini. Ed è una cosa non solo strana, ma che mette anche in difficoltà, perché gli autori, quando descrivono un personaggio, lo fanno soprattutto da un punto di vista caratteriale, non sono sicuri del volto che hanno i protagonisti delle loro storie. Di Ricciardi e Lojacono io so cosa pensano, cosa provano, ma non so che volto hanno. Di loro ho l’idea che in loro stessi si genera guardandosi allo specchio.

Adesso invece li conosco perché mi era capitato di vedere il montaggio delle prime scene e, mentre scrivevo, mi sono ritrovato di fronte le espressioni degli attori che avevano fatto vivere i Bastardi, anche se molti non corrispondono al 100% della descrizione degli originali. Ma questo, per fortuna, non mi ha fatto cambiare modo di raccontare.

Pane aveva per me un compito fondamentale: centrare il rapporto tra tradizione e novità. Oggi il pane si compra anche due volte al giorno per averlo sempre fresco ma se avanza si deve buttare, perché si prepara con lievito di birra. Un tempo il pane lievitava con lievito madre e aveva bisogno di processi lunghi prima di essere pronto, se ne otteneva molto di meno nella produzione ma si poteva tenere anche per quattro giorni.

Nasce allora, tra chi ha sposato le nuove tecnologie e il grande consumismo e chi vuole rispettare le vecchie tradizioni, un contrasto che rischia di inceppare la ruota veloce della modernità. Ma, per questo Principe dell’Alba, l’uomo che sa e vuole solo rispettare la tradizione di famiglia, il pane è solo uno degli aspetti che lo caratterizzano. Lui “sa di antico” e quindi stona.

de Giovanni ha una profonda conoscenza di Napoli. Luca Badiali cerca di farlo cadere nella trappola del Napoli azzurro, di cui pure può essere testimone accurato, ma “l’inventastorie”, non cade nell’agguato.

A Napoli esiste il grande alibi della camorra. Ogni cosa che accade ha alle spalle questa forma di “ombrello sociale”, questa giustificazione collettiva che sembra toglierci ogni colpa privata. Ma non è così. Se tutti alzassimo il livello di coscienza civile, potremmo contribuire ad eliminare molti degli abusi che quotidianamente si commettono a tutti i livelli.

E per sottolineare questa forma di “doppia vita” che si rischia sempre di vivere a Napoli, in Pane, ha deciso di mischiare un semplice delitto con un’indagine di camorra.

Gli argomenti tra Luca e Maurizio si accavallano, si allargano, prendono diverse strade per poi ritornare sempre su quelle pagine che raccontano intrighi delitti intrecci di vite e Maurizio a questo punto riprende un concetto già espresso: i grandi delitti eccitano la fantasia perché si deve trovare un colpevole e per questo occupano le prime pagine dei giornali. La cronaca nelle pagine interne invece, racconta storie senza segreti: il pensionato che ammazza il figlio disabile, il marito che uccide la moglie dopo 40 anni di matrimonio… è in quelle storie che De Giovanni va a spulciare. È in quelle vite che lui cerca di capire il perché di un gesto che di sicuro non è nato in un momento di follia, ma è la somma di tanti giorni, di tanti disagi, di tante sofferenza che ad un certo punto si accavallano ed esplodono causando morte e dolore ma allo stesso tempo quasi liberando da una schiavitù chi l’ha commesso. E raccontare proprio quelle storie, ci permette di capire perché sono successe certe cose.

de Giovanni a questo proposito definisce la letteratura “nera” (o di genere), fondamentale perché apre una finestra su un disagio di cui normalmente non si parla.

Quelle vite “devono” essere raccontate perché solo così ti restano dentro, diventano delle vere persone che non si dimenticheranno; a differenza di una notizia su un foglio che puoi girare senza leggere, o stampata su un giornale che non comprerai.

Si ritorna ancora sul tema Napoli, città che di fatto è la capitale di una regione povera che si trova a Sud dell’Europa, con un Pil inferiore a quello della Grecia: il Mezzogiorno d’Italia. 3.500.000 di abitanti concentrati nell’area metropolitana, che rappresentano, in negativo e in positivo, tutto ciò che esprime il Meridione. E la squadra dei Bastardi è come se fosse una miniatura di questo concetto; non c’è posto in Italia, non c’è commissariato che possa guardare, nel giro di 400 metri, una panoramica così vasta di quartieri e di realtà tanto opposte. Da Piazza Carolina a via Gennaro Bove, vicino ai Quartieri Spagnoli fino ai Monti di Dio. Luoghi che hanno come protagonisti l’estrema povertà e la ricca borghesia, i negozi vuoti e il “riciclaggio” delle patatine. Napoli conta la maggiore concentrazione di immigrati clandestini, ma mentre Milano urla, lei tace.

Ed è in questo scenario unico che de Giovanni va a trovare i personaggi che poi diventeranno “le storie” che meritano di restare immortali. E il successo è dovuto in gran parte a questo luogo perché chi non conosce Napoli resta affascinato dalle continue diversità che questa città sa contenere. In lei trovi Buenos Aires, Rio De Janeiro, tutto quello che vuoi lì c’è.

-          È Napoli ad affascinare, non de Giovanni

E qui tocca un altro tema:

-          Per un certo tipo di scrittore – lo dico da lettore -, il vero talento è nella lettura. Lo scrittore deve essere come un arbitro di calcio: si deve vedere il meno possibile. Lo scrittore tropo bravo prende il posto della storia, invade il campo e non va bene. Uno scrittore deve far parlare i personaggi e far camminare le storie. Erri De Luca, che adoro, non potrebbe scrivere un giallo: è talmente bravo che mi porterebbe lontano dai contenuti della storia.

Uno che scrive gialli, deve essere “scadente” perché non deve distrarre, deve farlo in maniera umile e modesta. La torta con troppa panna, che pure è tanto buona, disgusta.

Luca non vuole accettare questa descrizione quasi “pessimistica” del suo interlocutore, d’altra parte il grande successo e il numero elevatissimo di pubblicazioni dicono il contrario. E gli riconosce il grande merito di aver saputo creare dopo Ricciardi anche l’ispettore Lojacono, come a costruire un plagio di se stesso, ma senza mai cadere nella ripetitività, perché la differenza è sempre nel “come” racconti una storia.

E arriva quel nome che è nella dedica della prima pagina: Ed Mcbein, lo pseudonimo dell’autore americano Evan Hunter, con il quale ha firmato la serie di romanzi dell’87 Distretto che per de Giovanni è un vero mito e con lui si torna a parlare dell’argomento TV.

In Italia mancava, nelle serie televisive, il concetto di squadra. Esiste Montalbano e de Giovanni era convinto che Ricciardi sarebbe stato apprezzato allo stesso modo. Non era invece molto convinto che la squadra dei Bastardi potesse riscuotere tanto successo, soprattutto in prima serata e su una televisione di Stato.

Nella squadra ci sono personaggi che hanno comportamenti discutibili: il poliziotto che picchia la moglie o si droga, non è il camorrista a cui sono consentiti certi atteggiamenti. La poliziotta che odia il figlio autistico non è facile da far passare. Lo è ancor meno il frate killer e questo in verità hanno provato a farglielo cambiare con un farmacista, ma lui non ha ceduto allo scambio!

Non è stata facile neanche la scena delle due donne che si baciano a torso nudo, e qui si apre una parentesi divertente del dietro le quinte, perché fa notare che, estrosità del regista, alle donne viene consigliato un abbigliamento raffinato (vedi autoreggenti e intimo sempre ben in evidenza), mentre Gassman gira coperto fino al collo!!!

Racconta che sono state girate delle scene con le due amanti nude sotto la doccia, scena che non è mai andata in onda e che per de Giovanni è rimasto un oltraggio imperdonabile perché lui non era presente.

O come proprio Alex, una normalissima ragazza di 22 anni, gli abbia chiesto di scrivere una scena in cui si redime per un attimo e poter “approfittare” della presenza di così begli uomini come Gassman e Folletto. Ma la risposta è sempre la stessa: NO.

O sui dubbi dell’attore che impersona Aragona “Ma veramente questo pensa queste cose?”, riferendosi ai numerosi pregiudizi del personaggio.

De Giovanni 1Mentre tutto questo “racconto in diretta” ci viene raccontato e noi siamo presi come se stessimo leggendo un altro suo libro scritto solo per noi, Luca candidamente dice che dalla sua postazione privilegiata, ci guarda tutti in faccia e non ha potuto fare a meno di notare l’assoluta attenzione che tutti hanno dedicato, dalle prime alle ultime file. Più di 150 persone tutte in silenzio.

E Maurizio non perde l’occasione

-          Complimenti per i figuranti.

Con immediata risposta

-          Si, ci costi troppo

Ma qui ritorna il ringraziamento a Gaetano Fimiani, della cui umiltà si parlava prima ma che davvero è persona che lavora duramente dietro le quinte di queste presentazioni e mai si prende le luci della ribalta. Chiunque, soprattutto in una serata come questa, avrebbe preso microfono e voce per un pubblico riconoscimento. Chiunque, ma non lui. Per questo Luca lo ringrazia insieme a Claudio Bartiromo presente in qualità di responsabile del Punto Einaudi di Nocera Inferiore, ad Antonio Pisano, Orlando Di Marino e tutti i soci delle Associazioni che non fanno mai mancare il loro caloroso affetto e la corposa partecipazione alle iniziative proposte.

Ma la serata non è ancora finita.

Maurizio ha da dare una notizia, ma ci regala prima un sorriso mentre si scusa in anticipo per le foto che lo vedranno con un orecchio congelato (a destra, lato porta) e un altro cotto (a sinistra lato stufa). In realtà forse voleva solo preparare i suoi lettori a questa frase:

-          Nel 2019 e 2020 smetto di scrivere.

Tutti i sorrisi sono spariti e hanno lasciato spazio a mugugni.

E lui ci spiega che un tempo, in Italia, esisteva il concetto di pensione, e lui vuole tentare di arrivarci ancora vivo. Il primo a lasciarci sarà Ricciardi e poi I Bastardi, per una tempistica ormai legata alla fiction.

Ci lascia una speranza sulla possibilità di scrivere testi teatrali, ma questo è tutto. Come sempre racconta le sue di impressioni e confessa che non gli piace leggere di autori che non sanno più cosa far dire ai propri personaggi e non vuole diventare uno così, perché è bello smettere con la voglia.

A questo punto parte un grande applauso e lui ci prende di nuovo in giro

-          Se volete, smetto prima!

Ma un regalo, prima di smettere e prima di andar via ancora ce lo fa.

A fine mese uscirà un libro fotografico che racconta l’esperienza della messa in scena della fiction attraverso immagini catturate durante le riprese. Un altro modo di ricordare, un altro punto di vista. Ma chi poteva dare voce a quelle foto se non Maurizio de Giovanni? Sono suoi i racconti legati ad ognuno di quei personaggi che ha creato e che ci svela. Per noi ha scelto Giorgio Pisanelli, con la sua quasi solitudine, la sua malattia, il suo amore per la squadra e la grande attesa dell’incontro con la defunta moglie.

“Ciao amore sono a casa…”

Una frase semplice, un’abitudine, l’inizio di un racconto. La troveremo spesso nelle pagine che ci leggerà con quella sua partecipazione, con quel trasporto che non è solo di chi ha scritto, ma di chi sa cosa racconta.

Anche nell’altra serata ci lasciò con una lettura e anche allora alcune frasi si attaccarono al cuore rendendolo fragile e indifeso.

“La felicità vive solo nei ricordi; quando la vivi vai di fretta e non te la godi…”

“Si sente la mancanza di ciò che si dimentica…”

“Casa mia sei tu…”

“Ciao amore sono a casa; 35 anni, più di 13.000 volte l’ho detto…”

È proprio in questa frase ripetuta come un mantra che si racchiude lo spirito di un uomo, di un rapporto, di un amore, di tutta una vita.

de Giovanni scriverà anche libri gialli, avrà anche una squadra poco ortodossa, ma quando si tratta di cuore, sa trovare tutte le chiavi per entrare, scassinare, stravolgere e andar via lasciando sottosopra tutto quanto, per poi rientrare con voce calma e tranquilla:

“Ciao amore, sono a casa”.

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