Una vita a foglietti

Nico e Viola

mare02/2004

“Ciao Nico, non credevo che tutto questo finisse con poche righe, ma non credo di avere molte parole per spiegare la mia decisione. Ho sicuramente da dirti “Grazie”. Prendilo per quello che vuoi, che credi o sai, di avermi dato e ricorda che in ogni caso, è stato molto più di quanto immagini. Viola”.

Ecco, non c’è stato bisogno di niente altro che una penna e un foglio. La borsa è pronta, bisogna solo andare. Non mi volto neanche a guardarlo, potrebbe essere scoperto come al solito e la tentazione di coprirlo potrebbe farlo svegliare. “Ciao”, lo saluto tra i denti e la porta chiude tutto dietro di me …

C’è vento, il tempo non è stato bello neanche nei giorni passati, ma non importa. Cosa mi può fare avere i capelli in disordine, non mi vergognerò della gonna che si alza. Come mi sento diversa. So che da qui alla stazione penserò un sacco di cose che poi cambieranno, ma non voglio perdermi niente. Nel bene e nel male. C’è tanto da pensare.

Che panorama c’è da quassù. L’avevamo scoperto insieme, anzi, lui lo conosceva, anche se mi disse di non averlo mai guardato così come aveva fatto con me.

Ma non devo cominciare troppo presto con i ricordi, altrimenti questo viottolo cambierà pendenza.

Gli uccelli cantano come sempre, cercano il cibo per i piccoli, gli animali corrono per i boschi. La vita continua, come la mia. Continuerà e mi sento felice, anche se mi sono arrivate umiliazioni, lacrime, ma ora voglio solo godermi questa felicità. La felicità di essere viva in mezzo a tanta vita, non più un vegetale, un parassita. Ma una vita.

 

 

 

Dum. Dum. Dum.

-  Quella finestra è insopportabile, devo dire assolutamente a papà di aggiustarla. Svegliarsi ogni volta così è un’offesa non credi?

Silenzio.

Mi giro e non c’è.

Per questo non ti lamenti, sei già in piedi. Perché non mi hai chiamato?

Silenzio

Viola, dove sei?

Sono ormai completamente sveglio e un senso di vuoto mi stringe lo stomaco. Dov’è andata? Sarà fuori a guardare il mare, questa vista l’ha completamente stregata. Poteva almeno chiamarmi. Sa bene che oggi andiamo via, poteva dividerli con me questi momenti.

Mi infilo i pantaloni che trovo, il maglione sempre a rovescio, ma quando sarò ordinato? Ma poi perché vado così di fretta? Mi sento imballato, solo, voglio correre fuori, vederla, toccarla, abbracciarla, difenderla dal freddo. Come al solito non avrà messo il cappotto. Passo dalla cucina, neanche il caffè ha fatto? Deve essere triste per il ritorno. Apro la porta. C’è tutto quello che so di trovare, tranne lei. Eppure quella è la sua pietra preferita, si siede sempre lì, dov’è andata?

-  Viola, Viola.

Gli uccelli scappano spaventati, lo sono anch’io ora. Non c’è. Non può essere scesa al paese. Le fa paura la strada da sola, non ci saranno neanche le barche dei pescatori. Dov’è?

Ha sentito la telefonata di Fabio. Lo ammazzo, glielo avevo detto di non chiamare, che cretino sono stato. Ma non è possibile, era sotto la doccia. L’acqua scorreva, io l’ho sentita, non può aver ascoltato. Si può essere così cretini? Sì, io sono un cretino. Non ha detto niente e vuole farmela pagare così, mettendomi paura. Ma no, mi sto impressionando. Arriverà a momenti, sarà in giro nel bosco. Farò il caffè, l’odore la riporterà a casa.

 

 

 

 

E’ così presto che non ci sono neanche i pescatori. La spiaggia è tutta per me. Posso approfittare di questi momenti, ancora pochi, ancora miei. Le nuvole sembrano impazzite. Il vento le sbatte dappertutto, non hanno nessuna direzione precisa. Un po’ come me fino a qualche tempo fa. Dov’è tutta quella tristezza che sempre sentivo quando mi parlavo così? Volata via col vento, con l’amore, con Nico. Nico. Chi l’avrebbe detto, che ci avrebbe scommesso che una come me, sarebbe stata un giorno con uno come te? Nessuno credo, ma questo è il bello della vita, l’imprevisto. Ciò che permette anche a una come me di realizzare un sogno. Quando non te lo aspetti più, quando non credi più che ti sia dovuto. Benedetto quel treno quel giorno. Quanti mesi fa? Non lo so, non importa più il tempo. Un guasto ai sistemi di controllo, e quel pezzo di strada che da anni percorro in mezz’ora, mi ha regalato due ore di allegria e lui: Nico.

Siamo così poco pronti agli imprevisti, che la prima cosa che pensiamo di fare in casi simili, è di arrabbiarci. I ragazzi a scuola, il preside che brontola, due ore da recuperare poi. Ti dici che è una giornata cominciata male, e ancora non sai cosa ti regalerà.

Erano una banda: Gino, Franco, Fabio, Manuela, Linda e forse altri ancora. Ridevano del conduttore del treno che ad ogni incrocio doveva fermarsi a guardare a destra e a sinistra per poter attraversare. Mi erano sembrati i soliti ragazzetti pronti a far chiasso ad ogni occasione, ma le loro risate erano sincere. Avevano preso l’imprevisto sicuramente meglio di me. E per loro sarebbe durato di più, visto che erano tutti studenti universitari e andavano più lontano.

Anche lì Fabio era quello che parlava di più. E’ sempre agitato, per questo ieri si era tradito. Proprio lui aveva fatto quella telefonata che le aveva aperto gli occhi. Ma era vero poi? In fondo cosa le toglieva di tutto ciò che si era già permessa di prendere? Niente, ma lui non lo sapeva e se a Nico fosse venuto il dubbio che lei avesse ascoltato, sicuramente non l’avrebbe perdonato. O forse sì! Sono giovani, il tempo li aiuta.

E poi cosa aveva sentito?

Stava per fare la doccia e aveva dimenticato un asciugamani. Ritornando indietro lo aveva sentito rispondere e l’aveva incuriosita quella voce strana quando aveva salutato Fabio.

Perché hai chiamato?

Dimentica la scommessa con Manuela, non me ne frega niente.

Una scommessa con Manuela, i ragazzi, cos’era quella storia?

Non voglio parlarti e non ti dirò niente.

Cosa doveva dirgli? Raccontare di noi? Perché?

Sì, domani torniamo……… Smettila. Ciao, non richiamare tanto stacco il telefono.

Ero tornata indietro, la doccia ancora aperta, non poteva capire che aveva sentito. In tutto quel vapore erano scomparse anche le mie lacrime. La doccia più amara che avessi mai fatto. Non mi era mai capitato di lavarmi con i miei stessi umori. Sono duri, freddi, lasciano segni di sporco e di dolore. Ma vanno via. E con loro anche i miei pensieri. Mi interessava davvero sapere perché Nico era lì con me? Perché aveva deciso di regalarmi tre giorni che forse mai avrei osato immaginare?

Giulia mi direbbe :  “Cosa sono tre giorni in una vita?”

E cos’è una vita senza tre giorni così?

E’ questa la mia risposta oggi.

E di nuovo tutto è tornato a posto.

Se sono andata via così stamattina, non è per prendermi una rivincita. Davvero quella lettera dirà molto più di quanto potrebbero fare migliaia di parole.

Parole, parole, ne ho piena la testa, la mia vita è stata tutto un raccontare.

Raccontarmi da bambina che da grande avrei gestito la mi vita, che ero abbastanza brava e forte da farcela comunque. Una tiritera che è diventata un lavaggio del cervello. E dentro niente. Perché non è vero che non ti aspetti niente dagli altri. Vuoi interesse, amore, rispetto, amicizia. Normali sentimenti di una vita normale. Ma la mia non lo è stata mai.

Che freddo. L’aria è gelida. Il mare non ha pace, si rimescola continuamente, le sue onde arrivano fino a me, dovrei andare forse, ma il treno non parte che tra un’ora, perché passarla alla stazione? Qui è molto più bello, molto più vivo.

E mi piace sentire questa forza. Me la sento trasmettere dentro le ossa, dentro i polmoni, in ogni singola cellula. Sono rigenerata, rinata su questa spiaggia.

Quante volte l’abbiamo guardata da lassù? Sembrava un puntino. Un puntino di vita, come ognuno di noi su questa terra. Ma ogni cosa ha la sua importanza, ha il suo senso. Bisogna trovarlo, cercarlo e scoprire che c’è. Forse lì ad un passo, dove basta allungare una mano e afferrarlo. Eppure tutte le cose semplice le complichiamo. Chissà se è la sfida a rendere più difficile il raggiungimento dello scopo, o l’incapacità di vederle nella loro semplicità. Quante cose avevo pensato anch’io quando poi l’incontro con i ragazzi dell’università era diventata un’abitudine?

Ogni mattina li aspettavo, salivano con il solito chiasso. Ero la Prof. Mi interrogavano su tutto, ridevano delle mie semplici risposte. A loro non sembravano così. Ma la loro materia era la mia preferita e purtroppo non la insegnavo. Loro erano diventati la scusa per poter rivedere tutti quei filosofi, i loro pensieri. Rileggere quei passi dietro cui avevo perso anni e anni di studio e vita. No, non perso. Non si perde mai  niente di quello che si fa con passione.

Qualcuno aveva azzardato la possibilità di venire a prendere ripetizioni.

La cosa mi aveva un po’ spaventata. Mi vedevo a casa mia, con mia madre che contava tutte le ore che ero libera dalla scuola, perché sapeva che le avrei passate con lei. E dei giovani per casa, come li avrebbe presi? Senza neanche rispondere lasciai cadere la cosa. Eppure proprio da lì sarebbe nato tutto quanto.

 

 

 

Il caffè si è raffreddato, Viola non si vede. Tra poco pioverà, cosa devo fare? Perché non so mai decidere niente? E poi perché me la prendo tanto? Doveva essere solo un gioco, un terribile gioco per arrivare a Manuela. E forse ce l’ho fatta. Fabio mi raccontava proprio di questo, di come avessero parlato, di come si era divertita all’idea che avessi conquistato la Prof, o la mummia come la chiamavano quando erano soli.

Che stronzi! E io più di loro.

Perché si fa male con tanta superficialità?

Non credevo, non volevo credere che potesse dirmi di sì quando l’ho invitata. Era una scommessa così folle che non credevo mai di poter vincere. Forse non mi interessava tanto la posta in palio se l’avevo messa così a rischio con una pazzia simile.

Non so nemmeno quando  hanno cominciato a pensarci. Sono dei diavoli. Erano sempre loro a dare addosso, domande su domande. E lei sempre lì a rispondere, disponibile, composta, seria. Sembrava facesse di tutto per dimostrare molti più anni di quanti ne avesse in realtà. Mai qualcosa che la facesse notare. Era solo un fagotto che occupava un posto. Se per quel ritardo del treno non avesse riso alle nostre battute, poteva sembrare il bagaglio di qualcuno. In fondo per mesi forse l’avevano considerata così, senza mai notarla. E invece?

Invece era venuta fuori un’altra persona. Specialmente quel giorno che avevo preso il treno da solo, perché non c’era lezione. Si sentiva che da sola con me era più a suo agio, senza tutti addosso a tormentarla. Aveva aperto uno spiraglio sulla sua vita,come tutti aveva dei sogni, qualcosa che le portasse un po’ di colore, che le accendesse quelle speranze che il tempo, le delusioni, avevano cancellato.

Mi ero chiesto perché avesse confidato proprio a me quelle cose. In fondo sono solo un ragazzaccio. Forse un po’ diverso dai miei compagni, qualche responsabilità in più, non è semplice tenersi agli studi e poi c’era sempre quel pensiero fisso su Manuela. La più bella, la più capricciosa, quella che era di tutti e di nessuno. Di sicuro non mia. Ma io la volevo. Conquistare lei sembrava un punto d’arrivo e tutto quello che facevo aveva sempre a che fare con lei.

Per questo era nata la scommessa.

-  Conquista la Prof e mi avrai!

Che sfida squallida. Però non lo avevo capito. Non mi era sembrata un’idea così terribile. Era una strada per averla. E so che in quei momenti avrei fatto di tutto per riuscirci. Questo era il motivo per cui era iniziato quel gioco. No, non era un gioco, era un’assurdità. Ora lo so.

E lei purtroppo ci era caduta.

 

 

Avevo notato che spesso andava all’università da solo, pensavo avesse cambiato corsi, ma in realtà non mi ero fatta molte domande. Era bello averlo tutto per me.

Si sedeva di fronte, mi raccontava la sua vita, di come non riuscisse a creare legami veri con gli amici, che spesso erano lontani dai suoi principi. I sogni, la passione per lo studio che però procedeva lentamente visto che doveva lavorare per aiutare a casa. Bevevo le sue confidenze come un liquido dolce, caldo, che riempiva le mie giornate. Sapevo che avrei ricordato tutte le sue parole, i suoi sguardi tristi, a volte pieni di lacrime. Avrei voluto coccolarlo in quei momenti, allontanare tutti i suoi problemi, dirgli che di me poteva sempre fidarsi. Eppure non è stato sempre così. Oggi ho in tasca la lettera del mio trasferimento e non gli avevo detto niente.

Niente mi aspettavo da lui, anzi, sapevo cosa avrei voluto e l’ho avuto. Sapevo di non poter credere che durasse, è diverso.

Quando hai costruito la tua vita su un pozzo, sai che può franare tutto da un momento all’altro se qualcuno non ti aiuta a riempire quel buco. E fino ad allora non mi era mai capitato di poter chiedere a qualcuno di farlo. Anche perché non è una cosa che si chiede. Deve arrivare naturalmente.

E io ho avuto Nico.

 

 

 

Viola, hai il nome di un fiore. Un fiore piccolo, delicato, proprio come te. Sei cresciuta in una giungla, sei stata calpestata e ti sei rialzata, ma quel peso ti ha schiacciata per così tanto tempo, che vederti sbocciare è stato un miracolo. Che belli questi giorni con te. Non potevo immaginare che potessero colpirmi tanto. Forse perché mi aspettavo quasi un sacrificio.

Ricordo la tua faccia quella mattina, quando ti parlai della mia idea.

-  Ciao Prof

Ciao, tutto bene?

Si grazie. O meglio non proprio. Ho un problema.

Grave?

Dipende, se tu mi aiuti o no!

-  Io? E che posso fare?

Ho promesso al professore che la settimana prossima darò quell’esame che ho già provato tre volte e se non lo supero mi farà….

-  E io cosa c’entro?

Mi potresti preparare.

E come faccio? In treno non è mica possibile?

 

Sapevo perfettamente che in treno non potevi, e questo faceva parte del piano. Ti avrei invitata a casa mia e lì poi, cercare di vincere la scommessa.

-  Lo so. Ma non potresti liberarti tre giorni, questo fine settimana, venire con me e farmi studiare seriamente? E’ un po’ che non lo faccio più e i risultati purtroppo si vedono.

Sapevo che mi giocavo tutto in pochi minuti e questo poteva essere una fortuna, dipendeva dalla mia capacità di persuasione.

-  Mi chiedi molto, vivo con mia madre come faccio a lasciarla?

Non dirmi subito di no. Non voglio obbligarti, ma so che con te ce la farò. E per me è molto importante. Io sarò venerdì pomeriggio alle 16.00 alla stazione. C’è un treno che ci può portare in paese. Lì troveremo tutto quello che ci serve. Devi solo portare qualcosa di caldo e tutta la tua pazienza.

 

Già si sentiva la voce dell’annunciatore della stazione che avvisava della sua fermata. Non aveva tempo per ribattere. Era tutto calcolato.

E infatti non disse di no.

- Se posso ci vediamo lì, altrimenti in bocca al lupo.

- So che ci sarai, non mi farai bocciare.

 

Pochi attimi ed era andata via. Avevo sentito il suo corpo tremare mentre mi superava per scendere, e non capivo ancora cosa significava. Ora sì. Ora lo so che senso aveva avuto quell’appuntamento per lei, e non avrei mai potuto immaginarlo, chiuso com’ero nel mio egoismo, nella mia cattiveria.

Eppure i due giorni che mancavano al venerdì li ho vissuti con ansia. Un’ansia neanche ammessa, mi sembrava impossibile essere così teso per quell’appuntamento. Per comodità devo aver pensato che da quel gioco dipendeva il mio futuro con Manuela e questa era probabilmente la causa della paura.

So solo che il venerdì sono arrivato con molto anticipo, con un gesto da sbruffone ho anche fatto due biglietti: perché una matura signorina doveva rinunciare a tre giorni con un bel ragazzo come me, anche se nascosti da una buona azione?

E infatti tu arrivasti puntuale.

Ti ho guardata attraversare quella sala con la valigetta dentro cui non riuscivo ad immaginare cosa avessi messo. Non ti conoscevo affatto, non me ne ero preoccupato, volevo solo raggiungere un obiettivo. Eri apparentemente tranquilla, solo quando ti sei fermata ho visto che i tuoi occhi splendevano. Di cosa non lo sapevo, ma era bellissimo guardarli. Sembravano due fari in uno squallido posto. E così è cominciata la nostra storia.

 

 

 

 

 

Che tuffo al cuore per quella richiesta. Cosa dovevo pensare, cosa dovevo fare? Mai niente mi aveva resa così agitata. Perché l’aveva chiesto? Aveva davvero bisogno di una guida? O aveva intuito qualcosa? Perché lei a Nico ci pensava da un po’. Forse da quando l’aveva visto la prima volta. Quei grandi occhi sempre un po’ assenti, un pensiero sempre altrove, ma che ascoltava con attenzione ogni parola detta.

Si era rimproverata tanto per quei pensieri che le passavano per la testa con tanta frequenza. Ma poi in fondo, cosa faceva di male? Forse lo faceva solo a se stessa, ma non era un grande problema. Aveva sofferto tante volte per la solitudine, e ora che qualcuno, anche senza nessuna giustificazione occupava i suoi pensieri, perché privarsene? Aspettava con ansia i giorni in cui sapeva che l’avrebbe visto. Il tempo era un po’ meno tiranno, lo riempiva di fantasie, sperava che qualche pensiero potesse qualche volta arrivare così lontano da toccarlo e spingerlo a pensare a lei. Ma erano tutte fantasie. Perché avrebbe dovuto?

E poi quel giorno!

Avrebbe voluto dirgli subito di sì, gridargli che la sola richiesta la riempiva di  gioia e panico allo stesso tempo. Ma la solita maschera le impediva tutto. Solo il tremito non la lasciava più.

Certo quella era la reazione del momento, ma poi praticamente come avrebbe potuto lasciare la madre?

E il destino che si diverte con noi, le aveva dato una mano. O meglio….

Era arrivata la lettera del trasferimento. L’aveva tanto aspettata. Avvicinarsi di nuovo a  casa, dividere di nuovo la vita con tutta la famiglia, non essere l’unico punto di riferimento per sua madre. Credere di poter avere più tempo libero. Ma da quando Nico era entrato nella sua vita, non ci aveva più pensato. Quando smettiamo di pensare alle cose che vogliamo, spesso accadono. E intanto proprio quella lettera aveva convinto sua madre a partire prima di lei, lasciandola libera quegli ultimi giorni.

Avevo preparato la valigia con superficialità, in fondo per stare in casa non occorreva molto. Qualcosa di comodo e caldo. Non dovevano far altro che studiare, questi erano i programmi. Ma a lei bastava. Aveva temuto che arrivando alla stazione lui non ci fosse, che avesse cambiato idea, ma ormai era lì. Rischiare, osare. Non erano verbi facilmente presenti nel suo modo di agire. Ma adesso erano la sua unica forza. Sapeva che comunque la prossima settimana sarebbe iniziata un’altra vita, in un altro posto, lontano. Perché non provare a chiudere quegli anni con un regalo a se stessa e anche per Nico. Aiutarlo avrebbe comunque creato un legame un pochino più forte di quella conoscenza, che non chiamavano neanche amicizia.

E lui c’era, Una sigaretta tra le dita, fumava poco, solo quando era agitato aveva detto un giorno. Ora lo era?

- Ciao

- Ciao, grazie per essere venuta.

- Aspetta a ringraziarmi, potresti pentirti di avermi chiesto quest’aiuto. La valigia è piena di libri che ti toccherà imparare. Sei ancora in tempo per scappare via.

- Non scapperò: sono giorni troppo importanti per farmi spaventare.

“Troppo importanti”, era tutto legato all’esame? Speravo di no, ma come crederci?

Spero che la casa ti piaccia. E’ molto piccola ma carina. Mio padre ci passa molto tempo quando vuole scappare dal caos della città. A me è sembrata sempre troppo isolata e ci vado poco. Ma non è male, anzi. A proposito sai cucinare? Io no, ti prego dimmi di sì, altrimenti rischiamo panini per tre giorni.

Non sono uno chef di prim’ordine, ma qualcosa faremo, altrimenti……

Questi erano i discorsi del viaggio. Sembrava che tutto dovesse tenerci separati, al nostro posto. Da un lato ne ero contenta, perchè io sola avevo desideri diversi dallo studio, di questo ero certa. Lui? Sarebbe stato troppo. Ma un pensiero…..

-  Come te la cavi con le passeggiate in  montagna?

Passeggiate? Non bene, non sono una sportiva.

Peccato, preparati a fare un bel pezzo di strada a piedi.

Un pezzo? Quanto lungo? Non sei corretto, dovevi avvisarmi prima. La fatica non era compresa nei patti.

Hai ragione. Se sari troppo debole ti porterò in braccio. Non devi pesare molto.

-  Non esagerare. Non dovremo mica scalare il Monte Bianco? Almeno spero.

-  Niente Monte Bianco. Ma un po’ di salita c’è e la strada è comoda. Un po’ fuori mano forse, così non potrai scappare.

-  Mi fai impressionare. Devo addirittura pensare ad una fuga?

Scherzo. Tu non scapperai da me. Sarò bravo e gentile, vedrai.

 

Il viaggio fu tranquillo, anche se era la prima volta che stavamo tanto tempo insieme. Avevamo tante cose da dirci e questo mi aiutava a dimenticare molte delle paure che avevo.

Quando il treno si fermò in quel piccolo paese, rimasi colpita dal mare così vicino.

Ma non dovevamo andare in montagna?

-  Infatti, dobbiamo salire lassù

Oh Dio, non ci arriverò mai!!!

-  Non ti scoraggiare, chiederemo un passaggio fino ad un certo punto. Poi si andrà a piedi.

Tu sì che sei umano.

Andiamo, Graziano dovrebbe essere come la solito al bar a quest’ora. Ci accompagnerà lui.

-  Graziano? E chi è?

- E’ un po’ il guardiano, l’anima del paese. Sa tutto di tutti. E niente succede che gli possa sfuggire. Perciò andiamo subito da lui, prima che gli giungano voci di Nico arrivato con una sconosciuta, altrimenti stasera ce lo ritroviamo alla porta di casa a controllare. Non è uno che si fa troppi problemi. Considera un suo dovere sapere di tutti i nuovi arrivi. E’ il nostro Angelo Custode.

Bello sapere che ce ne sono sulla Terra. Si sente solo parlare di diavoli.

Un brivido mi attraversò la schiena. Io ero un diavolo in quel momento, lei la vittima e non lo sapeva. Ma perché tanti scrupoli? E perché tanta cattiveria.

Hai perso la parola?

-  No, stavo pensando a Graziano come Angelo (o meglio, a me come diavolo, ma non lo posso dire).

 

 

Sono strani e belli allo stesso tempo i paesi di mare d’inverno. Riesci a vederli forse per quello che sono davvero. Il ritmo della vita quotidiana è diverso dai mesi estivi, quando tutto deve essere frenetico. Ora non c’erano file di macchine, né bambini capricciosi o ragazzi chiassosi. Solo silenzio, il rumore del mare agitato, il vento tra gli alberi e avvicinandoci al bar, si sentiva il vocìo tranquillo degli uomini che chiacchieravano. Gli intrusi eravamo noi e tutti si voltarono quando sentirono i nostri passi.

-  Nico qui da noi a febbraio?

Ciao Graziano, non sei contento di vedermi?

Dimmi il motivo della visita e ti risponderò. Chi è questa bella signora che ti accompagna?

Scusa, lei è Viola. Sarà la mia professoressa in questo fine settimana. Ho messo la testa a posto e voglio studiare, lei mi aiuterà.

Molto piacere Viola. Ti sei presa un bell’impegno, ti fa onore.

Il piacere è mio. In verità non so cosa otterremo, ma ci proverò a far andare avanti questo giovanotto. Sembra che abbia molte buone intenzioni.

-  In tutti i sensi?

Che significa, io parlo di studi.

-  Io invece mi riferivo un po’ a tutto.

Per favore Graziano, non cominciare con la solita storia. Viola è la mia Prof

Va bene, non parlo più. Volete un passaggio?

Si, la signora è alquanto spaventata dalla montagna. Risparmiamole almeno un pezzo di strada.

Onorato di farti un favore. Finisco il mio vino e andiamo. Fra un po’ sarà buio.

 

 

Ci incamminammo in silenzio, forse ognuno preso da quelle parole dette e non capite da tutti allo stesso modo.

Graziano è una di quelle persone che sembrano sempre giovani perché hanno vissuto e nei loro occhi si legge l’esperienza di chi ha preso e dato molto alla vita.

Man mano che salivamo, le case diminuivano, il verde dominava quasi tutto. Mi chiedevo dove fosse la casa. Dopo una svolta Graziano si fermò.

 

-  Qui c’è la fermata. Il resto è a piedi. Non manca molto però. Domani non preoccupatevi per la spesa, vi porterò io qualcosa di buono. Per stasera spero siate attrezzati.

Si grazie, ci arrangeremo. D’altra parte dobbiamo subito organizzarci per lo studio, il tempo è poco.

-  Bravi, vedo che siete pieni di buoni propositi. Auguri e a domani.

Grazie

Ciao Graziano, ti aspettiamo.

 

 

Ci avventurammo per un viottolo, stretto ma comodo e dopo un po’ già si vedeva la casa. Era davvero piccola, mi sentii un po’ Biancaneve nel bosco, ma non ero sola e questo mi confortava.

Quando entrammo vidi che era davvero carina come Nico aveva detto. Un po’ impolverata, ma era tutto in ordine e piena di comodità. Impressione positiva.

Allora Prof, che ne dici?

Davvero carina: Non capisco perché ci vieni così poco. A me piacerebbe molto avere un rifugio così.

Capita spesso che quando si hanno delle cose non si sfruttano a dovere. Ma non mi è mai piaciuto stare qui da solo o con la famiglia. E’ la prima volta che ci vengo con qualcuno che non sia uno di loro.

Lo devo considerare un onore o cosa?

Per il momento si, poi deciderai se lo sarà stato o no.

Non credo che potranno succedere cose così brutte. Studieremo argomenti che amo, c’è il mare così vicino, la natura intorno, e…..

E che altro?

Volevo dire che c’era lui, e per me era tutto, ma non si poteva ammettere, così lasciai la domanda sospesa nella stanza e cominciai ad aprire la borsa. Lui non insistette, poca curiosità o che altro? Anche qui non c’era risposta, ma d’altra parte non avevo neanche chiesto.

Ci fu un momento di silenzio imbarazzante, in fondo anche normale. Non avevamo praticamente nessuna conoscenza e ci eravamo ritrovati in quella casa da soli, a dividere giorni e notti. Non sapevamo come affrontare quell’intimità che la convivenza comporta e si sentiva. Ma non volevo che il silenzio durasse troppo, così chiesi come ci saremmo organizzati.

Mi mostrò il bagno, la cucina e la stanza da letto. Sì, la stanza. Ce n’era solo una. Rimasi un po’ irrigidita sulla porta, non sapevo cosa dire. Sembrava una situazione troppo poco chiara e Nico capì subito.

Non preoccuparti per questo. Il divano che hai visto in cucina si apre, io dormo lì.

Ti ringrazio, non avevo pensato a questo problema.

Non ci sarà nessun problema, te lo prometto.

Davvero cretina. Non potevo certo ammettere che avevo sperato che succedesse qualcosa, ma quando ti trovi in certe situazioni poi come devi fare? Dire – Sì, va tutto bene, dormiamo insieme senza problemi? – Non era da me. Eppure ero delusa e sollevata insieme. Ma per non perdermi andai subito fuori.

Se siamo già organizzati così, andiamo avanti. Vorrei cambiarmi, ti dispiace?

-  No, fai pure, anch’io ne approfitto. Ti  preparo un caffè.

-  Grazie, lo prendo volentieri.

 

Chiusi la porta. Tirai fuori una tuta. Non la usavo da tempo, non era il mio abbigliamento solito. Aprii l’armadio, c’erano molti abiti lasciati per comodità, cose che servivano solo in quel posto. Mi spogliai tra le ante, come per proteggermi, ma da chi, non avrebbe mica spiato?

Mi guardai un po’, non avevo molta confidenza con il mio corpo. Non mi pensavo mai in certi termini. Eppure non ero da buttare. Certo non una ragazzina, ma gli anni non mi avevano molto cambiata. Una buona linea, non un’atleta, ma poteva andare. Andare, e per cosa? Pensieri da ipocrita. Tanti scrupoli e in fondo  mi stavo solo chiedendo se potevo piacergli.

Sembrava tutto così lontano. Nei riflessi del mare ritrovavo quell’eccitazione mista a paura. Come i bimbi davanti alla torta appena pronta. La tentazione è forte, ma anche la paura della mamma. Eppure ci si sente così vivi in quei momenti.

Musica da lontano: Simply Red … You make me feel … Non sapevo neanche di conoscerla questa canzone e un’altra pietra cade. Quante cose … Non si riesce a stare dietro ai propri pensieri, ti sommergono. Anche queste onde potrebbero …

 

 

Sento dei passi, mi precipito fuori. E’ tornata finalmente, che paura.

Graziano, che ci fai qui?

Credo che tu abbia bisogno di me.

Perché? Come mai…. C’è Viola che dorme…..

Sei proprio un bambino, dici ancora le bugie?

No, non è vero….

Ti conosco da quando sei nato e ho visto qualcosa più di te, puoi smetterla?

Abbasso lo sguardo e la testa. Che figura e che brutta fine che ho fatto.

-  Entra e scusami se puoi.

Io posso, non so se qualcun altro lo farà.

Hai visto Viola, dov’è, come sta, perché è scappata?

-  L’ho vista, ma non le ho parlato. E poi il suo viso diceva già molte cose. Hai mai provato a leggere negli occhi delle persone?

Occhi, solo quei brillanti che aveva visto alla stazione; no, li aveva rivisti ancora in quelle sere lì, insieme.

-  Allora, cos’hai da dire?

Sono un cretino Graziano, cosa posso dire? Servirà a qualcosa raccontarti le schifezze che ho fatto, la cattiveria che le ho mostrato?

-  Certo non  a lei. Sarà molto lontana da qui quando tu avrai finito di raccontare, e ancora più lontana quando avrai capito.

Ma io ho già capito, sono stato uno stronzo, ho…

-  Sei sulla cattiva strada.

-  Non farmi arrabbiare anche tu, sto ammettendo tutte le mie colpe.

-  Io, mio, ho …. Sai parlare solo in prima persona? Tu non sei l’unico in questa storia anche se ciò che resterà ti apparterrà completamente, per sempre.

Non sono mai riuscito a seguire i tuoi discorsi, ma ora è troppo.

Se non fosse così difficile per te capire, non saresti stato così cieco fino ad oggi.

Graziano, per favore…

Nessun favore. Potrei dirti tante, raccontarti del dolore, del rispetto, ma credo che non  sarebbero altro che parole, come tante. Come tutte quelle che oggi si sentono nei bei discorsi della gente. La differenza non la fanno le parole, ma solo quando quelle parole hanno un posto dove entrare, diventano un’esperienza dedicata a loro. In fondo lo sai che hai sbagliato è evidente, ma di questa storia cosa hai capito veramente? Cosa te ne farai di quest’errore?

Posso ancora trovarla. E’ ancora in paese, ci metterò niente a scendere.

-  Non hai capito che non vuole essere trovata? Non è donna da mantenere relazioni poco chiare. Ha preso quello voleva, dandoti tutto quello che aveva. Ci sono persone così. Coscienti delle loro azioni.

-  Io… non lo so, però non è come pensa lei.

-  E com’è?

E’….

Vedi che non puoi andare a spiegare niente a nessuno? Te lo devi spiegare ancora tu.

Ma io non so cosa voglio adesso, so solo che mi dispiace, doveva essere un gioco e poi….

E poi. Poi ti sei accorto di non avere un giocattolo, ma una persona. La tua rabbia adesso non è per aver perso qualcuno di importante, una bella donna. Una persona che, a differenza di te, forse sapeva cosa avrebbe dato e lasciato in questa storia. Per te è diverso. Hai scoperto di essere stato cattivo, superficiale, egoista e che forse l’hai fatto con la persona sbagliata. Ma non c’è mai una persona giusta da usare. L’uomo migliora quando conosce il rispetto. Ringraziala per questo. E’ la lezione più grande che ti ha insegnato. Dona quello che hai di sincero nel cuore, il resto mettilo tu.

Non basta?

Può essere un inizio.

Un inizio. L’inizio di cosa? Rientro, guardo quella casa che non ha segreti per me, dove ho vissuto tante esperienze, ma tutto sembra cancellato dai ricordi di quei soli due giorni. C’è un libro aperto sulla credenza, l’ha dimenticato o lasciato apposta? Non so niente di lei, anche dopo averci fatto l’amore, averla guardata, amata, coccolata. Mi ha dato tanto, una dolcezza che non conoscevo, qualcosa che forse avevo letto, immaginato, ma mai provato. Che pace quando la stringevo a me. Non so come sia successo. Il suo atteggiamento così riservato la prima sera, quel suo essere sempre discreta ma così presente. Avevamo diviso la nostra prima cena in silenzio. Ma non era un peso. Ci guardavamo spesso negli occhi e sembrava che tutti i nostri pensieri attraversassero lo spazio del tavolo senza nessuna difficoltà. Avevamo finito e senza parole, ci eravamo avviati fuori, in quella fredda sera di febbraio che mostrava un cielo limpidissimo.

Non so quanto tempo siamo rimasti in silenzio a raccontarci. I brividi che ci univano, le mani che si cercavano per riscaldarsi. Sempre così in silenzio siamo tornati in casa. Non ci siamo allontanati mai, non potevamo, eravamo una sola cosa in quel posto solitario, ma pieno di tutto quello che puoi cercare in una vita. Ci eravamo sdraiati vicini, infilati sotto le coperte restando abbracciati per molto tempo, respirando gli odori della casa mescolati ai nostri. Sensazione strana di desiderio e attesa. Avremmo potuto dormire, sognare, parlare, ma gli uomini comunicano molto meglio con i gesti del corpo, perché in tanti momenti, non c’è bisogno di spiegare situazioni che diventerebbero altro attraverso le parole. Eravamo lì, i nostri motivi erano sconosciuti l’uno all’altro, ma non importava. C’era quella magia che forse ti capita una sola volta nella vita, e se succede, sei la persona più fortunata del mondo.

Tutto questo era successo. Avrei dovuto spiegarlo a Graziano?

Non potevo, perché c’è nel nostro cuore un posto in cui serbiamo i nostri tesori più grandi e raccontarli a volte può cambiarli, strumentalizzarli, perché sono proprio le parole, le ragioni, che fanno diventare altre le nostre verità. Se avessi spiegato perché ero arrivato in quella casa con Viola, sarebbe rimasta la mia cattiveria, la mia superficialità. Se pensavo a come tutto era successo, potevo solo ritenermi fortunato, questione di punti di vista, da come guardi le cose. Fatto sta che ora ero solo, Viola non c’era più. Nei fatti mi rimaneva solo questo. L’avrei rivista in treno? Avrei avuto Manuela? Domande, e le risposte le avrei trovate vivendo.

 

 

Il tempo è volato. Ora devo proprio andare. Nico deve aver dormito profondamente, per questo non  mi ha neanche cercata. Ma è meglio così. Cosa ci saremmo spiegati? Non avremo neanche occasione di rivederci, le nostre strade si dividono qui. Ma non ho nessun rimpianto. Due giorni fa mi ritenevo una pazza per quello che speravo che accadesse, oggi che è accaduto mi sento felice. Un libro ripeteva la frase “Tutto in un solo giorno”, io ne avevo avuti due addirittura, e niente avrebbe cancellato quanto era successo. Ognuno di noi continuerà a percorrere la strada che ha scelto, io il mio trasferimento, la mia nuova vita, lui forse realizzerà il sogno di avere la ragazza che desiderava. Tutto qui.

La giornata si preannuncia fredda, dura, ma non sono spaventata.

La vita viene sempre a regalarci sorprese, sta a noi saperle raccogliere.

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