Una vita a foglietti

“Noi creativi”, gli incontri dell’Accademia Arte e Cultura che regalano momenti di vita

Gli incontri dell’Accademia Arte e  Cultura, “Noi creativi”, li ho conosciuti da poco e già dalla prima occasione avevo avuto modo di cogliere un’atmosfera particolare, fatta di cose apparentemente semplici che poi si rivelano profonde ed istruttive.

Sabato 19 Ottobre, di nuovo alla Torretta di Cava de’ Tirreni, ne ho avuto ulteriore conferma. Il presidente Michelangelo Angrisani, con tanta fiducia, ha voluto che lo aiutassi nella conduzione della serata, vista la mancanza, pesante, di Franco Bruno Vitolo. Ho accettato proprio perché ci sono persone che ti fanno sentire a tuo agio, ed è un incontro in cui la protagonista è, appunto, solo l’arte.

Vedo volti nuovi e ne ritrovo di familiari, come il professore Dainotti che ci racconta un’altra delle sue approfondite riflessioni sullo scrivere, sulla presentazione di alcune frasi che spiegano e giustificano un intero racconto e come sempre, ci arricchiamo di nuovo sapere. Poi iniziano le letture, anche con poeti che, se pure hanno avuto parentesi di assenza dall’Accademia, vi possono sempre far ritorno. Questa è una delle filosofie di Michelangelo, che apre le porte a tutti quelli che hanno curiosità e desiderio di far conoscere la propria forma di espressività. Si può entrare, vedere, provare e decidere se rimanere o ritornare.

Ma per quella serata non ho voglia di elencare presenze, ma piuttosto di cogliere frammenti di conversazioni che sono rimaste a lungo nella testa e nel cuore.

Una delle prime frasi che appunto sui miei foglietti volanti è del Prof. Emanuele Occchipinti, che legge una poesia sulla povertà “che ha due forme, quella materiale e quella spirituale”. Bellissima la riflessione, stupendi i versi. E già mi perdo dentro ciò che vale davvero nella vita e quella vanità di superfluo che invece condiziona molte, troppe vite. Ma anche la seconda lettura, che riguarda il ricordo del padre scomparso, mi autorizza a fare una cosa che non avevo assolutamente immaginato: chiedere di leggere il mio pezzo “Ritratto”.

È una cosa che in qualche modo mi introduce più in profondità dentro la serata, dentro questo gruppo di persone, che cancella un ruolo per assegnarmene un altro. Sono un po’ come loro. Ho anch’io qualcosa da condividere. Quel bisogno di cui abbiamo parlato prima della serata ufficiale, quell’accettare come forma d’arte ognuna delle possibilità che ci diamo per esprimere il mondo che abbiamo dentro. Per alcuni è il veicolo che controlla il dolore, per altri la gioia, per altri la meditazione, la paura o qualunque altro sentimento ci attraversa, rendendoci ciò che siamo.

Come Giovanni Guadagno, che ha trasformato i colori in oggetti e li porta con sé sempre, in una mostra continua e in movimento. O come Cosimo, pittore, che ha un passato di grande valore e che ha provato a cambiare strada dopo un periodo di pausa, forzata forse, per quel che intuisco, ma a cui Michelangelo chiede di fare un passo indietro, perché la sua arte è quella originale. La sua massima espressione è in quelle tele che sono un misto di Mirò e di Picasso e che noi riusciamo ad ammirare non attraverso quadri ben sistemati dentro cornici ideali, ma in tele arrotolate, portate con  pudore, ma che svelano una bellezza di colori e immagini e che mi fanno istintivamente pensare che il presidente ha, ancora una volta, ragione col suo consiglio.

Michelangelo che poi ci parla anche del quadro che Liliana Scocco Cilla di Ravenna ha mandato per questo incontro. Una pittura fatta con le mani, senza alcun uso del pennello: una firma perenne e ovunque nell’opera.

Gli interventi seguono abbandonando la scaletta ufficiale, è una serata che non è imbrigliata in nessuna regola particolare. È l’occasione per chi ha qualcosa da dire e se vuole coglierla può farlo. Come l’amico di Carlo Pepe, che, a memoria, come aveva già fatto Annamaria Siani e come farà Antonino Tamigi, reciterà delle sue poesie.

Anche a me toccherà leggerne una, quella di Annabella Mele di Novara. In sua assenza ho provato a prestarle la voce per la bellissima composizione che ci aveva inviato.

Le ore passano veloci, tra progetti cinematografici, musicali, l’annuncio della sede, la scoperta della giovane Miriam Claps, e il momento in cui lo stesso Michelangelo deve presentare la sua opera.

Qui è necessaria una pausa informativa, perché di Michelangelo Angrisani, personalmente, ho sempre parlato in qualità di presidente dell’Accademia, ma non mi sono mai soffermata sulla sua arte.

Michelangelo è stato capace di ideare una “pittura nel legno”, tecnica unica al mondo, che rende le sue opere irripetibili. Ha dedicato anni nella ricerca di colori che potessero essere assorbiti dal legno e che potessero fondersi con le sue venature e dar vita a qualcosa che è un misto tra bellezza e miracolo. Un legno liscio, senza spessore alcuno, che però raffigura qualcosa. E questo qualcosa, secondo voi, può non avere a che fare con Dio? Si parlava di “miracolo”, perché l’impatto è davvero notevole, e cosa più del Signore, ci ricorda un tale effetto? E la sua frase “Noi siamo quelli che non moriranno mai” rende il senso, quasi del dovere, che quest’uomo chiede a chiunque abbia qualcosa da dire, da lasciare al mondo, perché c’è sempre qualche altra scoperta da fare.

Ed è a questo punto che viene fuori una bellissima discussione sulla Fede, sulla Chiesa, sugli uomini, sulla presenza del male da combattere ed inizia il vero senso dell’incontro: il dibattito.

Lo dicevamo prima che l’arte è un raccontare ciò che si ha dentro. Michelangelo è uomo di conoscenza e di Fede e dice la sua sulla via Crucis, sulle cadute di Gesù che non erano per nulla casuali. Si cade e ci si rialza: già da allora il messaggio era chiaro; si inserisce Antonino, con il concetto del Male e della sua presenza, la cui preparazione mi dimostra come anche per lui la Parola di Dio ha avuto un senso profondo nella sua giovane, ma ricca di segni, vita. E quando si parla di Male e di Morte, io non posso rimanere in silenzio. Leggo un altro pezzo dal blog, proprio sulla Morte, sul nostro dovere di pensarci, di conoscerla e di accettarla come momento necessario di crescita e di scoperta.

Quando guardiamo gli orologi scopriamo di essere andati ben oltre l’orario previsto, ma di certo il tempo non è pesato a nessuno. I sorrisi, i saluti, gli abbracci che ci scambiamo tutti, raccontano di un passo in più che noi tutti abbiamo fatto e una nuova ricchezza che abbiamo ricevuto in dono.

E lo dico perché davvero questi tesori restano ben oltre le ore del sabato.

Mi scuserete se inserisco in questo contesto una riflessione che nasce domenica mattina. È l’ora della messa, è il momento in cui guardo quel magnifico crocifisso e mi chiedo, ripensando al Male, al Lebbroso, come l’ho definito la sera prima con Antonino, se posso davvero avere timore! Posso credere che il Male potrà condizionare le mie scelte? No, non potrà farlo. Perché ho fiducia.

E le letture, il salmo, il Vangelo, sono ancora una volta per me, per spiegarmi ciò che non sembrava chiaro.

Il Signore, da quella croce, mi dice sempre che lui è più forte e che io, come chiunque vorrà, potrò avere la forza di reggere e superare le prove che la vita mi porterà. Non potrò mai temere un miserabile avversario, un satàn, se credo nella forza di Dio. Le battaglie che combattiamo, non si vincono sul campo, ma sul monte. E rischiamo di perderle quando quel nemico prende piede dentro di noi, quando siamo noi stessi a diventare sordi e ciechi verso l’insegnamento di Dio. “Il mio aiuto viene dal Signore” recita il Salmo ed è una risposta, la risposta per me.

Dunque fiducia in Dio, nella sua presenza, nella Sua giustizia, che non sarà mai quella degli uomini. Ma io non sarò ciò che vuole il mio avversario, sarò ciò che mi ha insegnato il Signore.

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