Una vita a foglietti

Pensieri dopo il film “Fino alla Luna”

Ho visto un film, Fino alla luna, che è il frutto di un lavoro svolto in collaborazione tra due Ministeri, due istituti di Scuole superiori, con registi, sceneggiatura a “quattro mani” che suppongo siano un po’ quelle di tutti i partecipanti, insomma una pellicola su cui hanno messo occhi addosso tante persone che vivono il mondo del lavoro comunicativo ma anche e soprattutto quello dell’educazione.

Ho visto il film in un’atmosfera gioiosa. È bello trovare tanti giovani in attesa per entrare in una sala cinematografica pieni di emozioni perché molti di loro erano i protagonisti e doveva esserci davvero tanto orgoglio in loro e nelle loro famiglie.

Ho visto il film ed ero contenta di ritrovare attori che ho ammirato spesso sul palco di un teatro, perché mi hanno sempre saputo regalare emozioni e spunti di riflessioni.

Ho visto il film e non ho pagato nessun biglietto all’ingresso, ma ho scoperto che il conto può arrivare anche dopo, quando tutto finisce e la sala si abbandona sotto “scroscianti applausi”.

Mi sono chiesta questo successo a cosa fosse tributato.

Di certo al lavoro dei ragazzi, attori non professionisti che hanno affrontato un’esperienza nuova, con la quale scoprire che la scuola può anche essere il posto dove cogliere opportunità, oltre la dovuta e necessaria didattica.

Ma poi mi sono fatta altre domande: cosa mi ha lasciato questo film che ho visto con gli occhi di un semplice spettatore e questo lungo applauso?

Una penetrante riflessione, a partire dalle ultime scene in cui una ragazzina diventa una ladra.

Definiamo così qualcuno che si appropria indebitamente di qualcosa che non è suo.

Ma da quell’ultimo gesto, come se stessi riavvolgendo la pellicola, ho rivisto tanti altri comportamenti che meritavano approfondimenti.

La richiesta di Emma a Vito di “aiutarla”, anche se questo comportava tradire la fiducia del suo datore di lavoro, usando l’affetto come leva, come una “prova d’amore”.

La paura di due sorelle, non per la presenza di un terzo incomodo che potesse interferire nel loro vivere quotidiano, negli affetti, ma semplicemente di dover perdere un pezzo di eredità.

Un padre che, pieno di sensi di colpa “non denuncerà” la figlia e che, nel corso della sua storia, si è intrattenuto con la moglie con conversazioni basate sulla possibilità di mettere in mostra bellezza, per suscitare invidia e denaro.

La sua giovane moglie che, dopo aver mostrato indignazione per la scoperta di una figlia extra matrimonio, confessa di averlo sempre saputo, perché il caro marito è “un cazzone”. Sì, cazzone, ma ha molti soldi per cui si accetta.

Una madre che ha vissuto l’abisso della dipendenza causata di certo dalla solitudine e dalla fragilità, ma che ha ritrovato il sorriso dopo un’altra “prova d’amore”, appunto quella della figlia che, appropriandosi dei soldi del padre con la certezza di non essere punita, a causa di quei sensi di colpa per un abbandono lungo quindici anni e quindi quasi come un risarcimento danni, risolverà le difficoltà umane della loro vita con una nuova casa e un più consistente conto in banca.

Ho visto questo film dove si è trattato dell’argomento fondamentale delle nostre vite, l’Amore, e mi è sembrato che, ogni volta che veniva chiamato in causa, spuntasse da qualche parte il cartellino del prezzo. L’Amore, quello che parte dal cuore e non dal portafoglio, non ne ha. 

Ho visto questo film, per il quale ci si è augurati un futuro roseo e mi chiedo cosa deve portare nelle sale e nelle teste degli spettatori. Me lo chiedo perché parliamo tante volte di cultura, di messaggi positivi da lanciare e ci lamentiamo della scarsità di valori che viviamo nel nostro tempo, ma poi siamo proprio sicuri di quali sono i valori che insegniamo?

Noi siamo quelli che “non assolvono” gli altri, eppure non sempre ci ricordiamo che anche noi, ogni giorno, con ogni singolo gesto, contribuiamo a formare noi stessi e anche quelli che non assolveremo domani.

Se il metro delle nostre relazioni sono i soldi, dovremmo essere solo un pochino più sinceri al riguardo e non mostrare troppa sorpresa quando poi le cose prendono una brutta piega.

O quando si punta il dito perché l’azione la compie “l’altro” e si trova invece la giustificazione quando tocca a noi.

La fisica quantistica ci insegna che la realtà è solo quella che noi creiamo.

Quella che NOI creiamo, non quella che pensiamo di dover combattere.

Grazie

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