Una vita a foglietti

Rassegna Invernale “Li Curti” Cristian Izzo “Errori di prima gioventù”

foto barba 4Geltrude Barba ci aveva regalato, nelle calde notti d’estate, degli spettacoli di altissima qualità con attori di caratura nazionale, che non hanno mai deluso le aspettative degli appassionati che l’hanno seguita.

Che potesse iniziare La Rassegna Li Curti versione invernale con lo stesso piglio, determinato a migliorarsi se possibile, lo abbiamo constatato nella sala del Tennis Club di Cava, domenica 7 dicembre.

L’atmosfera di attesa che c’era nella sala era proprio quella del “primo giorno di scuola”. Si sentivano il solito vocìo, i saluti, i telefoni, ma quello che prevaleva era soprattutto il silenzio, un silenzio che in quel momento non mi spiegavo, ma che poi ha avuto un senso: era il rispetto dell’attesa, un misto tra aspettative  e il non sapere. Di fondo il palco era vuoto, spoglio, come abbandonato…

Poi arriva Carmela Novaldi, presentatrice ufficiale degli spettacoli del Teatro Barba: sempre impeccabile, sempre sorridente, regala uno squarcio di luce nella sala. E ci presenta la “Compagnia del Futuro” in “Errori di prima Gioventù” di Cristian Izzo.

Gli attori arrivano al buio, tanti corpi neri, tutti volti bianchi. Come bianco è il vestito di chi li accompagna con la chitarra (Peppe Avenia).

Dal gruppo di anime se ne staccano due (Benito Previtera e Eliana Manvati). Sono irriverenti nella loro crudeltà. Si muovono in coppia, intrecciano i loro corpi in un gioco di ribaltoni, di primi piani sovrapposti, con una sincronia e una dizione perfetta: in due a prendersi gioco di una cultura che non c’è, di un sistema che genera la guerra tra i poveri e premia sempre gli stessi e dove troppo spesso prevalgono i desideri dei padri su quelli dei figli (Vera De Simone).Tutti i temi trattati sono un riferimento ironico alla sincerità come una colpa; anni di televisione che ci ha dato insegnamenti corrotti: insomma la società di oggi riportata in blocco nelle vite quotidiane. Il tutto mescolato a cori inneggianti alla sana tradizione napoletana.

Poi sempre al buio, compare lui: Cristian Izzo. È ovviamente vestito di nero, ma il suo volto non è bianco. Ha tra le mani un libro che tratta e cita come una Bibbia e un po’ lo è: una Bibbia del teatro. Tra le sue mani, alla sua persona è affidato il destino di quest’arte fatta di cultura, di studio, di esperimenti, di fatica, di fame.

E per raccontarci tutto quello che può offrire e quello che invece si raccoglie da quest’amore, diventa personaggio comune, uno di quelli nato prima “disoccupato e poi uomo”. Piccolo scroccone, fallito, perso dietro i propri peccati, si confronta con un parente, Ernesto, (Alessandro Langellotti) che vuole ovviamente ingannare, e una moglie, Regina, che si dividono in due (Martina Amato). In questo paradosso che lo vede compiere azioni orribili, ma che a suo modo cerca di giustificare con una comicità spontanea, si  accompagna a un ipotetico amico confidente molto poco in sintonia con il proprio cervello (Luca Di Capua). La telefonata di Ernesto a Regina, la canzoncine che le canta, meritano una citazione a parte: e grazie a Carmela Novaldi ne avremo anche un bis a fine spettacolo! Bellissimi, credibili quando mescolano la recitazione al mimo: con loro tutto ci racconta quello che stanno vivendo, la sorpresa, la paura, l’orrore, la rabbia. Anche il “botto” fuori programma trova una sua perfetta collocazione all’interno del copione!

Luca è la spalla perfetta per creare una comicità istantanea. La sua faccia è già garanzia di risate: e quando lo vedi pensieroso sui compiti che gli vengono assegnati e quando si arrabbia per la visita “di San Pietro e del Dalai Lama” che lo distraggono dal tentativo di capire cosa fare.

Il tutto inframmezzato con la relazione con pubblico e organizzatori: la vita portata nelle battute, il saluto rispettoso a Eduardo e ancora pezzi di ottima recitazione corale con i ragazzi già citati, a cui aggiungiamo un giovanissimo Carmine De Simone e Giusi Matrone, che ci ha deliziati con un bellissimo canto finale.

In questo groviglio di situazioni che si creano, esce forte ancora una volta l’amore per il teatro, la difesa della parola e del suo tentativo di  avere una voce al di sopra delle urla degli ignoranti. Un tentativo che diventa sempre più flebile, un urlo che a poco a poco viene sommerso: il teatro cade, sconfitto, si unifica con le voci degli asini… e allora anche il trucco diventa uguale. Quello che era l’unico vero volto, si uniforma; quello che era eccezione diventa zimbello come gli altri; colui che canta allegro un mondo che rimane bello solo nel ritornello di una canzone, quando gli strappano via gli occhiali, confessa di essere cieco!!! Che differenza tra parole e realtà.

E noi, inchiodati alle poltrone da spade di ignoranza, ma accarezzati da petali di speranza, abbiamo applaudito con convinzione a questa commedia che è un inno alla sopravvivenza. Anche se il palco ci ha raccontato di un’ultima mente che viene sommersa da un ragliare corale, a me è arrivata forte la voglia di sperare che proprio l’aver visto, l’aver capito dove ci può portare il non sapere, il non pensare, ci deve spingere a cambiare rotta. E la sconfitta si trasforma dunque in forza,  in una nuova coscienza che ci mostri quanto sia valido il cammino della conoscenza, della cultura dell’uomo che ha un senso  in quanto essere pensante e non come mollusco in un mare di nulla.

E quando abbiamo avuto il piacere di parlare con  Alessandro Verdoliva, aiuto regista, e lo stesso Cristian Izzo, tutte le bellissime sensazioni appena provate, si sono ricoperte di carta da regalo, perché Cristian, che è solo un ragazzo poco più che ventenne, aggiunge ancora qualità e maturità. Ci spiega che può essere facile fare spettacoli con attori navigati, ma lui ha scelto di lavorare con giovani ragazzi, per dare a loro il contatto con quelle assi, per trasmettergli il sacrificio, la passione, ma soprattutto la ricchezza che se ne ricava. E quando gli facciamo notare l’apprezzamento per aver messo in scena uno spettacolo senza scenografie, senza costumi, lui ci risponde con il sorriso tipico dei vent’anni: Il teatro o lo fa chi ha tanto e ti mette in scena il meglio del meglio, o lo fai così…

Noi l’abbiamo visto in questo modo e lo abbiamo fortemente apprezzato. Il messaggio che si voleva inviare è giunto a destinazione, Cupido ha scoccato le sue frecce. Noi giriamo questa sensazione di benessere, di ricchezza, di appagamento che ci viene regalata sperando che altri la possano cogliere. Come ci ricorda sempre Geltrude “Salviamo il teatro” ed io aggiungo “perché lui può salvare noi”.

Alla prossima, allora, che per vostra e nostra fortuna è già domenica prossima 14 dicembre, sempre alle 19,30, per seguire Ciro Esposito, Ivan Boragine in una commedia che avrà ancora un po’ di Cristian Izzo.

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