Una vita a foglietti

Rassegna Li Curti: Diego Sommaripa e Pippo Cangiano

diegoIn questa sera post ferragosto, che dovremmo definire calda, ma che calda non è per niente, va in scena il terzo appuntamento della III Rassegna Li Curti. Sull’ormai conosciuto palco di Santa Maria al Rifugio, non ci sarà un monologo, come nelle precedenti serate, ma un dramma  a più personaggi, “‘A Chiena” di e con Diego Sommaripa, che già si è fatto apprezzare molto lo scorso anno, inaugurando la Rassegna con Il Campo delle viole dedicato a Simonetta Lamberti ed alle vittime innocenti delle mafie.

L’aria abbiamo detto, è molto fredda, brividi ne corrono già lungo la schiena, e quando il sorriso della presentatrice Carmela Novaldi lascia la scena, quel cappuccio scuro, di schiena, che fa sentire una voce forte, di chi è abituato a comandare, ne aggiunge di altri. Anche le luci tardano, la scena è cupa, l’unica rassicurazione è quell’immagine di Padre Pio che guarda il mondo con il volto buono, di chi ha capito molto.

E d’altra parte di luce ce n’è poca nel bunker “sotto i cessi” dove si è rifugiato Aniello Santanastasio, boss della camorra che ha deciso di dare un taglio alla sua vita da “duro”, pur di fermare l’ascesa del “Made in China”, da lui definita “la nuova malattia”.

Pippo Cangiano, Diego Sommaripa, Francesca Romana Bergamo ed Emanuele Scherillo, danno vita ai personaggi della serata. Pippo Cangiano, il boss, illumina la scena già da solo con la sua carismatica abilità di consumato attore eduardiano, pirandelliano, etc…  Diego Sommaripa, figlioccio del boss, attore-autore dello spettacolo, anche se giovane, ha già alle spalle una carriera di rilievo nazionale, tra l’altro frequentatore del Theatre de Poche di Peppe Miale, animatore della serata precedente della Rassegna.

La giovane Francesca Romana Bergamo, giornalista chiamata a raccogliere gli ultimi pensieri di latitante del camorrista, quasi lanciata allo sbaraglio dopo solo due giorni di prove, ha dimostrato di saper affrontare la scena con padronanza e certezza dei mezzi a sua disposizione. E poi Emanuele Scherillo, giovane avvocato, figlio dell’avvocato storico del boss, che, anche se per poche apparizioni, ha saputo mostrare gli atteggiamenti delle nuove generazioni che avanzano.

Questi i personaggi, la trama si è intuita, quello che dovrebbe servire adesso è il lungo elenco di temi che nascono dopo una serata come questa, con questo tipo di persone.

Il primo tributo lo faccio all’umiltà. Personaggi che hanno calcato palcoscenici di grande importanza, hanno lavorato con mostri sacri del teatro, solo per la passione che mettono nel lavoro che fanno, non hanno esitato ad accettare l’invito di Geltrude Barba, direttrice artistica della Rassegna, per esibirsi su uno scenario sì meraviglioso, ma che teatrale non è e che non può favorire del tutto delle finezze attoriali o registiche predisposte per una scena tradizionale.

E poi lo spettacolo. Noi viviamo in terra di camorra, il malaffare regola molte delle strutture che ci guidano, e già di questo si potrebbe a lungo parlare: l’intreccio politico, lo sfruttamento del lavoro, il dominio sulle vite degli altri, ma questi sono i punti d’arrivo di un problema che ha altre radici. Nella storia che viene raccontata, anche se “con toccata e fuga”, ogni personaggio racconta la sua vita.

Aniello: per rabbia verso la famiglia, non per bisogno, inizia a rubare gomme dalle auto, poi passa agli stereo, poi “una volta imparato ad aprirle” si prende tutta la macchina e l’arrivo allo spaccio di droga è la naturale conseguenza. Gennaro: lui per contrastare il padre “che se l’è cantata” con la giustizia, decide di essere “malandrino”, affidandosi a quel boss che  è soprattutto il suo ideale di padre. Maria, la giornalista, abbandonata dal genitore, ma a cui “non è mai mancato niente”, con il fidanzato cuoco buono “che cucina per i poveri”, a sognare un ideale di famiglia diverso da quello spezzato in cui è vissuta. E il figlio dell’avvocato, il giovani rampollo che segue la carriera paterna, ma prima degli interessi del cliente, mette avanti le sue esigenze di giovanotto benestante che ama la bella vita: del lavoro paterno sembra aver apprezzato soprattutto questo.

Già questo quadro apre la prima problematica dell’influenza familiare, delle confessioni fatte ognuno per sé, ma in qualche modo a “giustificare” perché si sono ritrovati a vivere insieme quei quattro giorni che li separano dal mondo reale. Quattro giorni scavati nel fetore e nel buio di un luogo in cui però non manca nessuna delle figure fondamentali della vita del boss. Per questo personaggio Pippo Cangiano sa far rivivere perfettamente la durezza e allo stesso tempo il rispetto per dei valori che le giovani “leve”, i nuovi cattivi, non sanno più riconoscere. Il rapporto con padre Pio è un fatto pratico. Lui è uomo che parla la nostra stessa lingua, è vissuto vicino, permette di essere devoto senza essere cristiano: “Dio è troppo lontano, non si avverte”.  Lui ha scelto la retta via per compiere miracoli, ma a modo suo anche il boss ne ha compiuti: sfamare bocche fameliche è in qualche modo un prodigio. E poi l’appartenenza ad un territorio che lo mette in contrasto con la nuova piaga: i cinesi e la loro mafia. Il camorrista nasce e vive in un posto, lo “cura” e lo “protegge”, rimanendogli sempre fedele. Il cinese no, lui vive da parassita sulle zone che devono essere sfruttate per poi abbandonarle una volta defraudate delle loro ricchezze.  E la colonna sonora immancabile in ogni vita che si rispetti che non è l’ovvio cantante melodico di tradizione napoletana, ma la divina Maria Callas, a cui si deve l’origine dei nomi stessi delle figlie del boss, da non confondere con la vergine Maria. E Gennaro, che anela a sostituire il “boss”, con i suoi ragionamenti molto più semplici, più pratici, più della nuova generazione, che mira all’obiettivo senza perdersi in inutili vagheggiamenti filosofici che possono distrarre dall’obiettivo.

La lista delle considerazioni si allungherebbe e il rischio è di rimanere da sola a questo punto del foglio, ma lo corro aggiungendo alcune parole dei protagonisti a fine serata.

Diego Sommaripa diceva: “la gente ha voglia di ridere, se fai cabaret, riesci a portare in un paese di  36 anime, anche 360 persone di pubblico”, ma se poi racconti storia di vita a teatro, rischi di essere molto più solo. E aggiungo: a teatro si pensa.

Se Pippo Cangiano, di cui abbiamo celebrato solo in parte il curriculum vitae, ascolta e promette di far tesoro delle considerazioni di chi gli dimostra di aver letto in tutta la performance ogni aspetto, dal linguaggio vocale a quello del corpo e tutto quello che può trasmettere un’emozione, questa è maturità, umiltà, rispetto per quello che si fa. Perché il messaggio dal palco deve passare al pubblico ed esso ha voce in capitolo; se si ascolta ci si può migliorare.

Ma adesso mi fermo, perché chi vorrà, tutte queste emozioni potrà provarle dal vivo. Brividi continuano a scorrere lungo la schiena, ma il freddo si sente di meno. Chissà quanto desiderio di pensiero riusciamo a trasmettere anche noi, ma decisamente ci proviamo. Domenica 24 agosto ci sarà una nuova serata e soprattutto una nuova occasione.

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