Una vita a foglietti

Rassegna Li Curti – “Femmene” con Nunzia Schiano, Myriam Lattanzio & Co

femmene-2Ancora un articolo da Vivimedia

Nella testa ho ancora le parole di Nunzia Schiano e del suo spettacolo Femmene, le mie orecchie, anzi ancora di più il mio cuore sente ancora le note di una chitarra e una fisarmonica che hanno fatto da base alla voce magnifica di Myriam Lattanzio; poi salgo in macchina e partono le note di Mia Martini, “Donna”. E a me cosa resta da fare? Sto guidando e le mani sono impegnate, i pensieri corrono, le parole “quando il freddo ti arriva al cuore” si fermano da qualche parte, parcheggiate insieme a tante altre che hanno cercato di dare un significato a quelle onde che si infrangevano dovunque, in cerca di riparo, o forse, con la voglia di distruggere ciò che di falso viviamo nel mondo di tutti i giorni.

Non vi sarà sembrato, ma questi pensieri sono la premessa, o forse la continuazione di un’emozione lunga molto più di una serata. Quella che ancora una volta abbiamo vissuto domenica 22 marzo al Social Tennis di Cava, grazie alla Rassegna Li Curti di Geltrude Barba che ha preso decisamente una piega di eccezionalità. Ogni spettacolo sta mantenendo le famose aspettative, ogni volta restiamo soddisfatti e sorpresi, perché c’è da vedere, da vivere, da conoscere. E quante volte gettiamo le nostre possibilità al vento, per pigrizia, per quella famosa ignoranza data dal non sapere cosa ci  stiamo perdendo.

Che sia una serata speciale si sente dalla ressa davanti alla porta d’ingresso. Sono in tanti i partecipanti. Molti sono i soliti appassionati, quelli che hanno capito come può migliorare una serata a teatro, altri sono quelli delle occasioni culturali e molto politiche della città. Ma questo è un problema loro; abbiamo notato la loro presenza adesso, come la loro assenza di ieri e probabilmente di domani, ma non è un nostro dilemma.

Il nostro interesse è sicuramente per il palco che, anche se vuoto, già promette molto. Una fisarmonica e una chitarra occupano molto di questo spazio e scopriremo che ne prenderanno anche molto altro nel corso della serata, dalle prime parole che ci arrivano, forti, cristalline, vere: Besame mucho ci apre la porta di questo spettacolo e noi ci accomodiamo, già rapiti da una voce che non ha ancora bisogno di note…

Immagini sullo schermo cominciano a spiegarci cosa significa essere “Femmene”, di come le stesse esperienze vissute da uomini e donne, vengono classificate da vocaboli diversi, con reazioni diverse.

nunzia_schianoPoi fa il suo ingresso Nunzia Schiano con uno dei personaggi nati dalla penna della stessa Myriam Lattanzio, la cantante e di Anna Mazzi (quest’ultima ha partorito colei che riconosceremo come “la signora dei friarielli”)

Si comincia con una delle donne “normali”, quelle che vivono la loro vita insieme a quelle degli altri, che non riescono a mettere confini tra le proprie esperienze e quelle altrui, in uno spazio che va ben oltre le mura di casa, e sempre con riferimenti a quella “televisione” che è nostra croce e delizia.

La signora dei friarielli arriva “a puntate”, un vero radiodramma. È la donna media, quella che ha un mondo dove è scritto ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: tutto il resto diventa “problema”. Il primo da dover affrontare con un “bicchiere d’acqua e zucchero” portato prontamente dal figlio Ciro, è la figlia Lucia che diventa buddista. E che significa? E come lo dico a don Luigi? Ignoranza e confronto con chi detiene, per lei, le risposte a ogni domanda.

La regia di Niko Mucci è perfetta. Ogni personaggio è salutato o preceduto da musica, canzoni quasi tutte in lingua spagnola, in onore delle grandi Femmene che appartengono sempre e comunque ad un sud; ritmi che incantano, ipnotizzano, alle loro spalle scorrono testi, ma distraggono. La voce è tutto, è una forza che si sposa perfettamente con le note di quegli strumenti, come la chitarra di Roberto Giangrande e la toccante fisarmonica di Vittorio Cataldi, che piangono le stesse lacrime struggenti di quelle vite cantate. Una cosa meravigliosa. Nasce un piccolo dubbio su cosa sia più bello da seguire sul palco, ma l’intesa è perfetta, non si rimpiange nulla.

Nel frattempo, digerita la prima scoperta, Nunzia diventa lavoratrice, quella che,  stanca già dal mattino della vita che vive tra figli, mariti, casa e faccende, si ritrova a dover cominciare la vera giornata di lavoro, quella da “colf” o “collaboratrice domestica”, ma che con qualunque termine viene definita, non cambia la sostanza di essere sempre quella che pulisce!

E non manca la madre che vive la tragedia del figlio perso, ucciso. La gente guarda il corpo sulla strada e i commenti e i pensieri sono per la sua colpa; a nessuno viene in mente di guardare con gli occhi di una madre: quel corpo vittima dei suoi errori, è ancora un figlio. Un figlio che una madre piangerà lo stesso, nonostante tutti i suoi sbagli.

Torna ancora la signora dei friarielli che intrattiene questa volta la sorella. Mentre ancora pensa a come risolvere il problema della figlia Lucia diventata buddista, riceve un altro colpo basso: sarà zia. Ma la relazione della sorella non è semplice, non vuole il matrimonio in chiesa, l’Uganda non è Lugano e il bimbo che arriverà forse non sarà bianco! È indispensabile che Ciro accorra ancora con dello zucchero, che nel frattempo sta finendo…

Tra una canzone e un bicchier d’acqua si è fatta domenica, e conosciamo Titta, la sciampista di Scampia. Titta odia questo giorno della settimana perché è quello in cui le amiche corrono al Vomero, a guardare i ragazzi belli con le macchine belle, quelli che, se succede il miracolo, possono sposarsele e farle cambiare vita. Per Titta non va bene. I ragazzi belli ci sono anche nel loro quartiere, le macchine belle ce l’hanno anche loro, anche se conquistate in malo modo, e i loro compagni di viaggio, non sempre sono amici, ma probabili compagni di morte. Anche per lei il sogno è quello di andare al Vomero, ma non per essere “schifata”: lei vuole arrivarci con un lavoro, con un sogno realizzato che le conceda dignità non elemosina. Titta urla, si arrabbia, dice parolacce. Dice anche verità, come quelle che poi arrivano di nuovo dalle note: raccontano delle stesse anime, dello stesso struggimento, ma non urlano. Ti attraversano il cuore, la testa, ti portano da un’altra parte, in ogni altro posto che vuoi.

E a questo punto la signora dei friarielli, che continua preparare qualche cosuccia da mangiare, mentre elenca i nuovi drammi che hanno travolto la sua vita riesce a consolarsi solo pensando a Ciro. Ciro, così delicato, così introverso, così amico di Roberto… e Roberto ha cambiato lavoro, ora fa il ballerino, ah non in televisione? In discoteca? Su un cubo? Ah tu vai a guardare perché è un amico caro, come un fratello… come un COMPAGNO??? A quel punto la signora ha raggiunto dosi così elevate di zuccheri da essere ad un passo dal diabete, ma in fondo che male ci sarà ad essere buddista, ad avere un nipote nero o un figlio gay? Basta che sono felici loro. Come cambia la prospettiva di un problema se lo guardi da un’altra angolazione vero?

Nel monologo finale arrivano le donne difficili, quelle a cui  Myriam Lattanzio vuole dare voce. Confesso di non averle riconosciute subito, a me sembravano quasi normali, perché le donne come io le intendo sono proprio quelle che hanno grande amore da dare, ma non a tutti; sono quelle che si proteggono e proteggono; sono quelle che non scendono a compromessi; che cercano qualcuno che valga sempre la pena di conoscere; quelle che non si accontentano; quelle che sanno leggere nell’anima degli altri; quelle che sanno donare un raggio di sole anche nei giorni di pioggia.

Ma forse non sono poi così tante, visto che dalle donne nasce anche l’educazione per chi poi armerà la propria mano su altre donne, per chi non ne avrà rispetto, per chi calpesterà la dolcezza che è in loro.

Il mondo delle donne è pieno di colori, di sfumature, di cose dette e di molte cose nascoste. Non vi fermate mai all’apparenza di un vestito, di un trucco: dietro, dentro, ci può essere molto altro. Nel bene e nel male.

Anche quando abbiamo visto Nunzia Schiano la prima cosa che abbiamo ricordato è stata la sua partecipazione a film famosi che non sto qui a ricordare, ma poi abbiamo avuto il piacere di una nuova scoperta: la sua e dei suoi amici di lavoro. Nelle parole “in borghese”, con gli occhi che brillano, ci spiega come l’attore diventa lo strumento attraverso il quale le parole prendono vita, si caricano della giusta emozione per essere poi regalate al pubblico. Niente di personale, niente di freddo: tutto sentito e interpretato. Le emozioni non vanno trattenute altrimenti diventano solo tue. Ma in questa serata non si può dire che il pubblico non sia stato travolto dalle emozioni. Addirittura si suggeriva la battuta, ognuno era dentro il problema: davvero coinvolgente. Di nuovo il cerchio che si chiude, palco – spettatori – pubblico – attori.

In questa serata ci è quasi dispiaciuto vedere salire Carmela Novaldi a salutare e ringraziare questi grandi interpreti. Non me ne voglia, ma la sua presenza chiudeva la serata e noi non volevamo andare via.

Perché adesso ci dovremo accontentare dei ricordi, delle tante parole, di tantissima arte, di grandissima musica e profonde riflessioni: da Femmene vere, di quelle che reggono “l’altra metà del cielo”.

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