Una vita a foglietti

Recensione di Salvatore Capasso a “Diario di un re e di cento rose”

20160318_083235Questa è la recensione che Salvatore, mio figlio, ha scritto del mio libro. Confesso di essere stata molto orgogliosa della sua capacità di raccontare, da spettatore lettore, quello che io so di aver voluto comunicare. Non ci sono state interferenze ovviamente da parte mia e non avevo idea dei suoi pensieri prima di leggerli, così come voi farete di seguito. Ma confesso che, se pure fossero state solo critiche, sarebbero state qui lo stesso. Perché sono i suoi pensieri e io li rispetto. Sempre.

Diario di un re e di cento rose Non banale, non comune, non per tutti. Sintassi spezzata, frasi brevi, pregnanti, idee e pensieri fotografati con una penna. Magari una novella sarebbe stata piacevole, ma non sarebbe stata vera. Il libro ci insegna che il teatro è fatto anche di istanti, di emozioni improvvise che ci riportano indietro nel tempo a sensazioni, stavolta, che hanno marchiato la nostra di vita e che spesso non vanno più via. E la casa delle nostre emozioni, il luogo dove riporle quasi per raffreddarle e così non scottarci, per poi rievocarle guardandole con occhi diversi e scoprire che in realtà si è sempre gli stessi, è un diario. Teatro da emozioni, Paola le ruba, le elabora, le vive, ce le fa vivere nel suo diario. Ineccepibile scelta formale. Poi ci sono Jennifer ed Edipo ed i protagonisti: un condottiero valoroso, visionario come chi sa creare una realtà parallela e sa animarla, e tanti prodi cavalieri, armati, chi più e chi meno, per affrontare una terribile bestia, in una battaglia in cui rischi la vita vivendone altre, e la posta in palio, può sembrare strano, è proprio ciò che hai scommesso, la tua vita, ma nuova, arricchita della consapevolezza che esistiamo grazie alle emozioni, che esistiamo per le emozioni. Questo mostro è il teatro, non per forza quello dei grandi attori con nomi altisonanti, ma quello di chi ha il coraggio di mettersi in gioco, di scavare a fondo in un personaggio senza paura di giungere ai propri precordi. Il grande spessore del “Diario di un re e di cento rose” consiste nell’averci mostrato un sacrificio che non si limita alle prove, al tempo impiegato o alla fatica fisica, ma totale, con il coraggio di provare gioie e dolori di altri uomini, che, grazie alla magia del teatro, diventano prima degli attori e poi degli spettatori. Una magia che permette di dialogare con altri tempi e realtà come in un eterno presente, senza alcuna difficoltà di comprensione, perché quando si parla di teatro si parla dell’essere uomo. Traspare dal libro la catarsi delle opere raccontate, leggiamo e viviamo frammenti delle nostre esperienze trasfigurati dalla maestria del regista. Questa è l’arte di Antonello, di imporre le proprie idee ma farle sviluppare liberamente negli attori, di far vivere un personaggio prima di recitarlo, essere prima Jennifer, poi Edipo, Giocasta, poi un semplice soldato o un indovino, di “farsi male” per poter risorgere sul palco con nuove vesti, nuovo scudo e lancia nella perfetta falange imbastita dal generale. E pensate che tutto questo possa vedersi in uno spettacolo? Questa è l’arte di Paola, che prescinde dalla contingenza, dal luogo, da cosa si rappresenta, perché si nutre delle viscere del teatro, dell’ archè di ogni rappresentazione o spettacolo, si nutre dell’uomo e ce lo restituisce nudo, cristallino, con tutto ciò che vorrebbe nascondere esposto senza riserve.

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