Una vita a foglietti

Salvatore, Nu e la musica

Pubblico questo pezzo scritto da Salvatore. Vorrei dire tantissime cose, ma non sarebbe giusto rubare tempo e spazio a queste considerazioni. Forse ne parlerò, ma da un’altra parte. Questo spazio è solo tuo figliolo

di Salvatore Capasso

Mi hanno chiesto di narrare cosa significhi per me la musica che ascolto, la spiritualità che ne traggo o che vi ricerco. Forse li deluderebbe sapere che non cerco ordine ma caos, non chiarezza ma penombra, non risposte ma ispirazione; l’incertezza del fluire, non la stasi della contemplazione.

E questa ricerca mi ha condotto a Nu, passando per una lunga serie di generi elettronici a cui mancava sempre qualcosa. Mi risulta difficile spiegare di preciso cosa percepisco ascoltando tutti, e soli, i suoi capolavori, probabilmente perché sono stati loro a condurmi in un luogo insperato e disperato, ma mai immaginato o conosciuto, non documentato prima con aggettivi adatti. Come ricercare in culture lontanissime delle parole per descrivere le nostre proprie abitudini, cercando di forzare, definendo, concetti nati per rimanere inespressi. Tenterò di non essere tratto in tale trappola, provando a definire ciò che per natura è altro dalla nostra idea di musica.

Le canzoni di Nu sono dei lunghi percorsi, esplosioni di culture rimaste quasi immobili nel tempo, legate inscindibilmente ai loro caratteri primitivi, ai suoni dell’uomo e della terra, che raccontano in pochi secondi, millenni di storia e di tradizioni.

La musica, come la fede e il dolore, appartengono al singolo, sono prodotti unici ed irripetibili delle nostre personali interpretazioni. Si può sperare che interpretazioni similari portino all’aggregazione, alla comunione delle appercezioni, delle manifestazioni del corpo e dello spirito, e ciò può accadere, ed è accaduto. Ma nell’origine, nello sviluppo, nella propagazione di questa idea condivisa, le divergenze della nostra personale condizione la arricchiscono di sfaccettature, la plasmano secondo le più disparate inclinazioni, e ridurre il giudizio di una tale complessità alla caratterizzazione dei suoi aspetti più comuni, le priva di ogni valore.

Come ogni libro trasmette un messaggio diverso a seconda dell’attitudine del lettore; come ogni edificio, pur nella stessa tipologia, si caratterizza unicamente; come ogni malato, per lo stesso male prova un diverso dolore; come ogni credente, pur della stessa fede, immagina la propria strada verso la salvezza, così ogni canzone risveglia emozioni e sensazioni più o meno assopite negli antri del nostro animo.

Tutto ciò che dirò è la mia verità, ed è probabile che superi e si distanzi anche dalle intenzioni originali di chi ha ispirato i miei pensieri offrendo le sue visioni. È una caratteristica affascinante di questo genere di produzione: essere offerte più che rigidi concetti, destinati ai più disparati usi e consumi, alle più varie interpretazioni, alla condivisione quanto all’uso personale. La musica non è affetta dalle aberrazioni delle cose umane, non invecchia, non conosce proprietà, non barriere, è di chiunque la senta propria, è effimera oppure imperitura.

Questa digressione è senz’altro necessaria per chiarire il mio modo di percepire la musica, maniera che si è sviluppata proprio conseguentemente alla scoperta dei mille significati delle mie canzoni preferite.

È musica elettronica, in grado di capire, con mezzi moderni, il senso profondo dei suoni che ci circondano, che ci hanno accompagnato nella nostra storia di uomini e per questo familiari, riconoscibili, assimilabili a luoghi e tempi altrimenti dimenticati.

E non sto qui a scrivervi ogni sfaccettatura della produzione di Nu, dai primi ritmi berlinesi alle ultime intrise di spirito latino e che hanno il profumo della terra brulla delle Ande.

Ciò che voglio raccontare è l’impatto che questi suoni hanno saputo trasmettermi, scendendo in profondità dentro di me come mai nient’altro era riuscito.

Ma quello che vi sorprenderà è che i luoghi comuni delle profonde emozioni fiabesche e sdolcinate non hanno diritto di cittadinanza. Il fascino di questa musica risiede nella capacità di mostrarti anche emozioni che non avresti mai voluto tirare fuori, di farti dialogare apertamente con il tuo inconscio, senza alcun filtro e senza tralasciare la dimensione più oscura del nostro animo.

È un viaggio dentro e fuori di noi, il racconto introspettivo di luoghi e suoni mai vissuti ma che per qualche strana ragione riconosciamo come nostri, tasselli nascosti della nostra indole, ancestrale analogia fuori dal concetto di tempo e spazio sulla natura umana. Ritmi solidi, a tratti melodici, a tratti estenuanti, echi lontani di voci antiche, suoni, rumori, sussurri che prendono forma nel ripetersi incessante delle più svariate percussioni; diventano composizioni, racconti, citazioni; si arricchiscono, sfumano, si fondono, perfette, insospettabilmente liberi di esprimersi tra le pieghe della modularità ritmica.

Può sembrare ardito, se non arrogante, arrogare a queste lunghe canzoni il diritto di narrare e descrivere l’animo o la vita dell’uomo, ma se c’è un motivo particolare per cui non riesco più a fare a meno di Nu, è che mi permette sempre, anche all’ennesimo ascolto, di trovare e provare nuove sensazioni, di scoprire nuove note, nuove alchimie musicali e, soprattutto, di darvi un senso, di cercare un collegamento, una risposta, o di abbandonarmi al trasporto inesorabile.

E in entrambi questi casi, ritengo di non aver mai ascoltato un tale trattato di spiritualità in note. Una spiritualità laica, antica, fondata sul rapporto sincero tra umanità e terra, sull’amore incondizionato verso la natura, i suoi angeli e i suoi dèmoni, che non rifiuta ansie e paure poiché accetta il nostro percepire la realtà come contrasto, il nostro essere fatti di contrasti, la nostra necessità di dover vivere l’oscurità per potere godere della luce. Non ci sono verità assolute, non intenti, non promesse di trasmettere questo o quel messaggio: c’è pura e semplice complessità, c’è tutto ciò che si è in grado di percepire e per questo io ci vedo il più autentico dei ritratti, seppur incostante e transitorio. Trovo affascinante l’ossimoro insito in queste composizioni: il suono di per sé è fugace, come la natura che tratta, eppure abbiamo la possibilità di reimmergerci in esso, quante volte vogliamo, nel fiume che scorre costantemente diverso da se stesso eppure sempre familiare.

Parte da un ritmo dispari, inconcluso, che trova significato solo nella sua continuità, che si riduce all’attesa quasi spasmodica, quasi il bisogno di cercare un ordine definito continuamente suggerito e poi rinnegato. È pura tensione, uno stato di disarmonia stranamente gigante, come se l’animo si risvegliasse per combattere le labilità delle sensazioni e si arrendesse godendo della sconfitta della simmetria.

Ma una volta usciti dal flusso, esso non esce da te ma viene assimilato, lascia spazio alle riflessioni, non mai particolari, su una delle tante melodie delle lunghe composizioni, ma sempre generali, sul senso complessivo di ciò che hai ascoltato e che nel momento dell’ascolto ti era precluso.

Per chi vuole…

https://soundcloud.com/cottonmouthmusicofficial/cmb069-mixedby-nu?in=n-u/sets/all-sets

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