Una vita a foglietti

Senza paracadute

senzaChiudo gli occhi e mi perdo, vorrei riaprirli per rimettere i piedi  a terra, toccare qualcosa di vero, ma da troppo tempo non dormo sonni tranquilli e la stanchezza è tanta.

Mi ritornano in mente immagini appena viste, effetti speciali che cambiano la realtà. E mi chiedo, come sempre, quanto siamo abituati a cambiare la realtà? Quanti di questi effetti speciali, che fanno sembrare una cosa diversa da quello che è, sono stati portati nelle vita degli uomini? Quanti pensano davvero di poter manipolare la propria e l’altrui esistenza come se fosse un gioco di scacchi, con mosse e uomini da portare da una parte all’altra senza consentirgli di esprimere un parere, di vivere davvero?

Sto perdendo il contatto con la realtà. Mi guardo intorno, ascolto storie ed episodi vecchi e nuovi e resto confusa in una nebbia di qualcosa che è un misto tra rabbia, dolore, vergogna e qualcos’altro che non so neanche se abbia un termine per essere definito.

Sono scomparsi anni e sono emerse montagne. Troppo difficili da scalare. Pochi giorni fa l’Everest ha tremato sotto un terremoto tremendo e ha seminato ai suoi piedi morte e dolore. Ecco. Io mi vedo così. In un viaggio sulle cime di una verità che quando è stata raggiunta, come premio, mi ha scaraventata giù. Senza paracadute.

Raccolgo pezzi, e insieme ai miei trovo quelli di chi mi ha accompagnata lassù. Di chi si era fermato prima, pensando che potesse bastare, ma non c’è possibilità per nessuno di restare lontani da quella cima ormai. E tutti abbiamo dovuto vedere quel panorama altissimo, che mostrava anni di buio.

Non lo so se oltre quest’orizzonte ci sarà ancora qualcosa. Non so se il viaggio in salita è finito, non so se la caduta si fermerà o scaverà buche ancora più profonde.

Ormai siamo viaggiatori consumati dal viaggio, con piedi confusi all’asfalto, dove tutto ciò che vedi non sarà mai più quello che hai visto.

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