Una vita a foglietti

Serata con Giorgio Fontana grazie alle Associazioni Fedora e Rosa Aliberti

Foto GiorgioDall’articolo di Vivimedia

Ancora una volta Roccapiemonte e Palazzo Marciani ci hanno accolti. Ancora una volta grazie alle Associazioni Fedora e Rosa Aliberti siamo stati presenti ad un evento di importanza nazionale. Ancora una volta Gaetano Fimiani, Antonio Pisano, Mario Pagano, Orlando Di Marino e Luca Badiali, hanno saputo regalarci un appuntamento che ci ha resi più ricchi nello spirito.

La serata era dedicata a Giorgio Fontana, giovane scrittore e fresco vincitore del Premio Campiello nel 2014 con il libro “Morte di un uomo felice” (Sellerio editore) che merita decisamente il premio ricevuto e anche la nostra ammirazione.

Per entrare nelle pieghe di questo testo che ci porta nel lontano 1981, nel periodo degli attentati, delle Brigate Rosse e del terrorismo che seminava terrore, si sono alternati Mario Pagano, presidente di Rosa Aliberti e uomo “di giustizia” e Isaia Sales, storico e docente dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli; il tutto moderato da Orlando Di Marino che si è anche offerto per la lettura di alcune pagine del libro.

Il primo intervento di Mario Pagano corre subito alla vita del magistrato, il giovane Colnaghi che affronta, come detto, il periodo buio di un’Italia che sembra in balìa di eventi più grandi di lei, fatti talmente grandi e gravi che ancora oggi trovano delle interpretazioni e non delle spiegazioni. Sarà perché anche lui ha vissuto la scelta della Giustizia, le sue parole risultano piene di emozione, di un coinvolgimento che forse non si sarebbe aspettato, ma una volta lì, davanti a quelle pagine e a quel giovane ragazzo, nascono ricordi di un passato vissuto con gli stessi “bigliettini” regalati da un padre timoroso ma allo stesso tempo rispettoso per quella scelta non condivisa.

Isaia Sales invece, esordisce con una certezza e una confessione: beati gli scrittori che possono raccontare di un periodo storico in poche righe, mentre a uno storico servono, per gli stessi fatti, centinaia di pagine. Averlo poi fatto con la maestria di Giorgio Fontana, dovrebbe solo suscitare una forma di sana invidia, perché le qualità di questo scrittore sono veramente palesi, scorrono lungo le pagine che si rincorrono nella lettura, senza mai trascinarsi. Si parla della scelta del titolo, “Morte di un uomo felice”, di quelli che non ti tengono con il fiato sospeso per capire come andrà a finire, ma che lui avrebbe cambiato in “…uomo buono”. Non sono d’accordo. Io resto dell’idea di Giorgio: ci sono molti uomini buoni, molti di meno quelli che sono anche felici. Ma il discorso diventa interessante e non potrebbe essere diversamente. La lettura che viene fatta è di un romanzo civile, una definizione forte, che spinge a riferimenti importanti. Vengono richiamati Sciascia, Pasolini, Dostoevskij, la contrapposizione tra bene e male e la consapevolezza che spesso camminano sotto braccio. Proprio per la ricchezza del testo vengono ovviamente fatte delle domande all’autore che confessa di non aver mai dovuto “studiare” tanto per scrivere un libro, perché oltre al riferimento storico lontano dai suoi anni, Fontana è nato nel 1981, c’è anche il richiamo al tempo della Resistenza quindi altri momenti significativi del nostro passato, ma da analizzare. I contenuti di questa serata sono tanti e il pubblico, che non è un pubblico occasionale ma interessato e attento (ricordiamoci che siamo in quel luogo definito “il centro del mondo” della cultura), partecipa con domande e interventi che arricchiscono ancora di più il ricco bagaglio di informazioni che vengono fuori.

La fine della serata arriva in fretta, capannelli di persone in fila per autografi e commenti, dimostrano di come ci sia stata vera partecipazione.

Aspetto che Giorgio Fontana si liberi dall’impegno di “public relation” guardando i suoi occhi, il suo fare con chi lo circonda e penso ai “pochi” interventi che ha fatto, visto che ha ascoltato molto in questo dibattito, come credo sappiano fare le persone intelligenti. Aveva candidamente confessato che questo libro era “semplicemente” nato per raccontare di un legame tra padre e figlio, per dare risalto ad un personaggio che era comparso in poche righe nel suo libro precedente, ma che aveva poi “chiesto” di poter ricevere maggiore attenzione. Un’attenzione che Fontana gli ha restituito con gli interessi, inquadrando il suo ruolo di magistrato, di uomo di legge, di uomo ricco di fede, che affronta il tema di Dio nella sua vita familiare e lavorativa. La capacità di mettersi in discussione e di conciliare giustizia e perdono, legge e misericordia.

Ancora una volta la letteratura dimostra come da un’idea “semplice” nascano poi tanti risvolti, tutti quelli che ogni lettore vede.

Lo scrittore parte dal rapporto padre figlio, chi lo ha raccontato ha evidenziato l’aspetto sociale: come si arriva da un punto all’altro? Immagino con una riflessione fondamentalmente banale ma che spesso si dimentica. Un uomo, un bambino, una famiglia vive la propria realizzazione, la propria storia all’interno di una società. Non possono rimanere fuori da contesti sociali e storici se hanno l’ardire di affermare che stanno “vivendo” i loro anni se restano fuori dalle dinamiche che li circondano. E Colnaghi magistrato e Colnaghi partigiano erano dentro periodi storici che hanno chiesto la loro presenza e in due, ognuno a modo proprio, ha deciso di seguire ciò che dentro il loro cuore, solo nel loro cuore, era l’unica strada da percorrere. E allora si ritorna al punto di partenza: padre e figlio innamorati l’uno dell’altro, che mettono questo amore al di sopra di tutto. Quello stesso amore che qualcuno può leggere come egoismo e altri potrebbero interpretare come estremo atto d’amore: la voglia di lasciare anche attraverso la solitudine valori unici, come l’amore e la dignità coniugati insieme. L’amore non deve giustificare, deve aiutare a crescere.

E arriviamo a Dio, quando faccio riferimento al tema, mi dice candidamente di essere ateo. Non l’avrei detto ma poi rifletto su quest’affermazione. Chi ha cercato la presenza di un Dio, anche per arrivare poi a non credere alla sua esistenza, ha dovuto comunque fare un percorso, ha dovuto sondare parti nascoste del proprio Io e si è dato delle risposte. Questo prevede una conoscenza, comunque la si voglia poi definire, dovunque ti porta, è una ricerca. Quella stessa ricerca che molto meno spesso fanno coloro che si definiscono Cristiani, ma solo per eredità, per abitudine e che in realtà, l’insegnamento di Dio non lo conoscono affatto.

Mentre continuiamo a parlare, mi tornano in mente  delle sue foto di qualche tempo fa. Se lo guardo adesso, mi sembra molto più magro, molto più piccolo, sicuramente molto più stanco. Penso di dovermi affrettare a lasciarlo per consentirgli un po’ di riposo, ma poche curiosità ancora le ho.

Vorrei sapere se qualcuno ha preteso di intervenire per cambiare qualcosa del suo scritto: il lampo di vita e di orgoglio che ha avuto negli occhi a queste domande, mi ha spiegato tante cose, più delle parole che avevamo scambiato.

È quella luce che fa gli uomini diversi ed è una gioia vederla risplendere ancora, nonostante tutto quello che succede, nonostante tutto quello che dicono persone che hanno sì voce, ma una voce senza cuore.

2 commenti su “Serata con Giorgio Fontana grazie alle Associazioni Fedora e Rosa Aliberti

  1. Maria Giovanna Pagano

    Bellissimo articolo! Con un pizzico di invidia posso affermare che è proprio quello che mi sarebbe piaciuto scrivere,se fossi stata una giornalista con la chiarezza espressiva e la profondità di sentimenti di Paola La Valle.

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