Una vita a foglietti

Serata di grande spessore al Punto Einaudi di Nocera con Nadia Terranova e “Gli anni al contrario”

Da-sin.,- Claudio-Bartiromo,-Nadia-Terranova,-Paola-La-Valle,-Franco-Bruno Vitolo-Da Vivimedia

Al Punto Einaudi di Nocera Inferiore si presenta il libro di Nadia Terranova Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero). Arrivo aspettando curiosa Nadia, sapendo di essere aspettata. Ci siamo “conosciute” attraverso parole che non ci siamo dette ma che ci siamo scritte, lei nel suo libro, io nella recensione che la riguardava, ed è bastato. Scoprire quello che abbiamo scoperto una volta che ci siamo parlate, è stato a dir poco sorprendente e la famosa frase “Il mondo è piccolo”, non ci è mai parsa così vera.

Con noi stasera Claudio Bartiromo, lettore di brani dal testo e padrone di casa insieme alla moglie Grazia La Valle, e Franco Bruno Vitolo che dialogherà con l’autrice.

Il libro è un tuffo nel passato, una storia che viene vissuta non solo attraverso i patemi di due giovani innamorati, ma nel pieno contesto degli anni in cui scattò il movimento del ’77, quando l’impegno politico, l’appartenenza ad una corrente, lasciava segni indelebili.

Le prime parole di benvenuto sono di Claudio, che ci racconta anche come con Nadia stiano facendo un percorso nelle scuole, affinché il messaggio sociale del libro possa arrivare al maggior numero possibile di giovani. La storia, il passato, le radici, sono un patrimonio troppo grande per permettere che sia sperperato. E se per un esordiente si sono già vendute 15.000 copie e se ne prevede una ristampa a settembre, vuol dire che l’argomento, poco trattato ultimamente, interessa ancora. Per fortuna.

Nella prima lettura Claudio ci presenta Aurora e Giovanni, i giovani protagonisti e le loro famiglie, mentre Franco Bruno legge a sorpresa un pezzo della mia recensione, “…noi l’abbiamo sentita quella ventata di rabbia, quella coscienza politica, quella necessità di prendere parte a qualcosa che sapevamo avrebbe cambiato la nostra vita…”, per introdurre il discorso su una generazione, la sua, che ha avuto tutto, ha ricevuto lavoro, pensione, ma che ha lasciato molto poco.

Tutta la serata, dopo la relazione iniziale di Franco Bruno Vitolo ricca di riferimenti storici e politici, sarà impostata su una bellissima conversazione tra lo stesso Vitolo e Nadia: lui curioso e pieno di domande lei smaniosa di raccontare ulteriori dettagli che non ha citato nel testo.

E via a parlare del ’68, anni che non si trattano molto nel libro, ma senza i quali quella storia neanche sarebbe esistita. Un periodo che ha portato referendum, l’emancipazione dei paesi africani, i diritti del popolo di pelle scura, la Primavera di Praga…

Anni che hanno cambiato molte vite e che fanno scoppiare ancora emozioni all’interno della libreria, che si sente poi riportare di nuovo nella terra di Sicilia, alle storie di quelle famiglie che hanno vissuto forse uno degli scontri generazionali più forti che si ricordino. “Allora si discuteva. Oggi c’è scontro ma non si discute”.

Ma con Franco i riferimenti non sono mai lasciati a metà; nelle sue analisi riesce sempre rendere dei confini precisi. “Tutto il movimento finisce tra il ‘78 e il ‘79, forse con l’omicidio Moro e nell’episodio clou dell’uccisione del sindacalista Guido Rossa per aver denunciato le BR. Ne emerge l’immaturità di una generazione che lottava apparentemente per abbattere il vecchio, ma quando l’ha fatto, si è perduto.”

La storia, proprio come nel libro, si mescola agli eventi dei protagonisti e arrivano finalmente gli occhi di Mara, figlia di Giovanni e Aurora. Quegli occhi che registreranno le emozioni della sua vita fin da subito, quando appaiono “sbarrati” come un grande punto interrogativo.

Mara ha anche nel nome le contraddizioni della storia e della letteratura: Mara come la donna del Brigatista Renato Curcio, Mara come la partigiana de “La ragazza di Bube”.

Franco chiede a Nadia di darci qualche spiegazione in più su quegli occhi di Mara appena nata,  “che sgomentano i nonni”, come un filo aggrovigliato quanto la storia stessa.

Nadia parla dei libri che i protagonisti hanno letto, da quelli “leggeri” a quelli politici sottolineati insieme, quasi come a segnare un destino comune per loro. E poi il riferimento forte al mare, non come quello bello, conosciuto e voluto da tutti del periodo caldo e estivo, ma quello grigio, invernale, rumoroso e freddo. E poi gli occhi: da quelli di Arianna a quelli di Giovanni per arrivare a quelli di Mara che si presentano già con un desiderio “Non sono come chi mi ha preceduta” e l’abbinamento nome – occhi racconta il desiderio di un essere umano che sarà in grado di scegliere il proprio destino.

Franco fa notare anche le altre contraddizioni del periodo. Giovanni e Arianna sono due giovani maturi negli ideali politici, ma assolutamente persi verso le concretezze della vita. La scena del pollo bruciato per imperizia assoluta è significativa del concetto!

Nadia di rimando aggiunge che di fondo tutti e due sono giovani abituati alle comodità e le esperienze di vita si registrano negli occhi dei bambini. Tutto quello che avviene, l’amore, il distacco, la gioia e il dolore sono il disegno che si delinea negli occhi di ogni bambino e, quando si riallacciano i fili del passato (che non è stato compreso né goduto quando era presente), nasce la storia.

E questa è la migliore spiegazione sulla scelta del titolo che potessimo sperare di avere.

La domanda successiva riguarda le famiglie: Giovanni con il padre comunista e Aurora figlia di un “fascistissimo”, che però a dispetto della definizione, sembra molto più simpatico dell’avvocato consuocero, che appartiene a quella generazione di comunisti che ha avuto grande responsabilità nella comprensione e nella gestione della storia di quegli anni.

Nadia chiarisce proprio come il concetto di provincialismo ha sempre la meglio sull’ideologia e, andando a fondo di ogni personaggio, si ritrova un’ indole non sempre solo buona o non solo cattiva. Per Aurora, che si mette a militare nei movimenti extraparlamentari di sinistra,  la lotta è molto più facile perché deve cambiare completamente ideologia; per Giovanni il confronto con il padre, già di sinistra ma non abbastanza, è molto più sottile.

Ritorna la domanda sospesa di Franco sul ‘68 poco trattato e ancora una volta Nadia risponde volentieri, prendendosi quel tempo e quello spazio che non si è concessa nel libro ma che pure avrebbe meritato. Giovanni ha fatto il ‘68, ma aveva solo 13 anni e oggi è difficile spiegare che un tempo, a quell’età, già si poteva vivere una coscienza politica.

E Franco di nuovo mescola libro, passato, esperienze personali e racconta quella profonda esasperazione che esisteva tra pubblico e privato in quegli anni, quando le scelte personali andavano condivise tra i compagni e necessitavano di permessi, se “toglievano energie alla rivoluzione”.

Nadia conferma. Anche lei ha evidenziato quella “vergogna” di sentirsi felici per l’attimo che ci si è concessi, quasi come se l’istante privato, avesse negato del tempo al grande sogno politico.

Ma argomenti di tale spessore, di tanta profondità non potevano lasciare indifferente il pubblico. Il primo intervento è di Mario Bartiromo. Racconta la sua personale storia con il libro, del suo non leggere mai prefazioni e note sugli autori, sulla tentazione di mollarlo nell’immediato e della profonda emozione del finale. Fa riferimento ad un passo della recensione letta all’inizio, alla sua condivisione di come quell’essere di sinistra per molti è stato un gioco per staccarsi dalla monotonia di una famiglia borghese e sotto certi aspetti “noiosa”, ma che garantiva comunque i piaceri e la tranquillità di una posizione economica stabile. Racconta di quella sua generazione che diceva di voler “cambiare la società”, ma non sapeva confessare di non avere né strumenti per farla, né vere idee per gestire un eventuale “dopo”. E che nel ’79 ha preso realmente coscienza che non se ne sarebbe fatto niente e che le sue idee, in un confronto con D’Alema, lo fecero bollare come “extraparlamentare”. “Oggi il nuovo PD non ha nessuna forza emozionale, ma noi della nostra generazione siamo proprio senza colpe?”

Oltre la piacevole e allo stesso tempo triste riflessione su quegli anni, Mario ha una grande curiosità e chiede all’autrice – Come hai potuto mostrare le emozioni di quel tempo?

E qui Nadia non apre nessuna pagina del libro che abbiamo letto, ma una porta su un mondo privato. La storia di Mara è vicina alla sua. Non è autobiografica, ma racconta di un passato che l’ha profondamente segnata. “Un decennio che mi ha intimamente colpita e in più la letteratura di quel tempo mi ha aiutata a capire anche epoche che non abbiamo vissuto. La storia di Giovani mi interessava non perderla”.

Gli interventi successivi danno lo spunto a Franco per sottolineare anche la profonda religiosità del ’68 (corrispondenze escatologiche tra dittatura del proletariato e resurrezione dei corpi, identificazione dei Partiti con le Chiese…) e il perfetto contrario del ‘77. Nadia racconta una sua riflessione su un gesto di Papa Francesco pochi giorni fa: recarsi dai migranti, cosa che non hanno fatto i politici. “I discorsi xenofobi  tutti li condannano ma poi molti li approvano”.

Prende infine la parola Lino Picca. Insegnante nel periodo del ’68, ha inquadrato il periodo del’77 come anni ambigui, dove si è sviluppato maggiormente l’idea dell’individualità, generando un neo-liberismo che ha instaurato un elemento di regressione. Forse già lì è iniziato quel decadimento economico e sociale che ci ha portati fino ad oggi. Eppure conclude “La nostra generazione, per il tipo di conquiste che ha ottenuto, oggi potrebbe essere un punto d’incontro con i nuovi giovani”. Ne racconta uno che hanno già tenuto, una Scuola di Pace con over 65 e under 25, associazioni convinte che su questi valori si possono formare ponti per avvicinare passato e futuro. “Dall’’80 ad oggi si sono prese strade completamente diverse da quelle per cui si era fatta la contestazione”.

Non so di preciso quanto tempo siamo stati seduti, tutti attenti ad ascoltare il racconto di questa serata che ci ha portati a spasso attraverso decenni di storia e di vita. Anni che hanno visto la giovinezza di qualcuno, per altri la maturità, altri ancora l’adolescenza e per qualche giovanissimo presente in sala, solo il racconto dei “grandi”. Ma è stato tutto di una profondità e soprattutto di una sincerità estrema.

Nadia confessa, quasi con occhi sbarrati, di non aver mai avuto una serata e una presentazione così bella, partecipe, profonda. Noi le crediamo perché la sua soddisfazione è identica alla nostra. Se aver letto il libro aveva risvegliato quel fuoco che credevamo spento, stasera abbiamo avuto la prova che il dialogo, l’apertura al confronto, la voglia di andare ancora a trovare una strada che non sia quella che hanno segnato per noi e i nostri figli, è ancora viva. Per ora forse è un piccolo fiammifero, ma qualche saggio ha detto che nel buio più totale anche un cerino conta con la sua piccola fiammella.

Sarà compito di chi una coscienza ancora sente di averla non far spegnere quella fiamma di speranza.

Chi ha ascoltato ha potuto dar voce a quei ricordi passati, a quella vita che voleva essere e non è stata. Ma i sogni mi sono sembrati identici, forti come allora, forse spogliati dell’aureola del “dover fare”, ma arricchiti dalla certezza che il non fare più niente, cancellerà le nostre esistenze.

La paura, il terrore dentro cui hanno confinato le nostre vite, deve essere superato. Non saremo mai d’accordo con alcuna forma di violenza, ma allo stesso modo saremo determinati nel credere di poter affermare ancora la nostra dignità di uomini liberi.

4 commenti su “Serata di grande spessore al Punto Einaudi di Nocera con Nadia Terranova e “Gli anni al contrario”

  1. Teresa d.

    Quegli “anni al contrario” li ho vissuti come il contrario di tutto e niente. A volte l’eco dei cortei urlanti mi raggiunge ancora. Ero titubante. Come se volessi aderire ma i pochi agi della famiglia, piccolo-borghese ma non noiosa, e i dialoghi interessanti con mio padre, pacifico e ottimista, mi frenavano. Alla fine tutto è rimasto incompiuto. Il sognatore era meno forte del sogno? Oppure il sogno troppo forte ci rende ancora sognatori?
    Ciao Paola.

    1. Paola La Valle Autore

      Quante domande cara Teresa. Ma ciò che rimane fortissimo di quel periodo era la voglia di essere dentro la storia e la vita. E oggi?

      1. Teresa d.

        Oggi è quasi uguale, dobbiamo lottare per rimanere dentro la storia e la vita, per abbellire la storia e la vita. La differenza sta nel fatto che non abbiamo entusiasmo perchè non c’è fiducia. In nulla.

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