Una vita a foglietti

Serata speciale per Autilia Avagliano e il suo libro “Din Don Down”.

Sabato 10 0ttobre 2020.

Arrivo in perfetto orario, ma la sala è già piena. Non capita sempre in questa nostra città di essere puntuali. Sarà che l’evento è di quelli che ti devono veramente interessare per la persona o per il suo contenuto. Io mi spingerei a dire: per entrambi.

Entro e vedo Autilia, suo marito Paolo Fusco, il cognato Alberto; trattengo lo slancio di un abbraccio che parte spontaneo dal cuore, ma che la ragione e questo Covid interrompono. Li saluto comunque con affetto e inevitabilmente penso ai loro affetti dilaniati da pochissimi giorni. Ma oggi è un giorno importante, che proprio una settimana fa avremmo dovuto già vivere, ma a volte la vita si organizza in modo da prendere decisioni autonome, senza diritto di replica.

Ma la storia di Autilia, della sua famiglia, di Alberto suo figlio, è dentro la vita; è una di quelle per cui vale la pena di lottare tutta la vita.

L’unica che non ho salutato è Renata Fusco, ma la vedo da lontano, pronta al leggio, e già so che le sue letture, nonostante il cuore in fiamme, saranno sublimi. “The show must go on” dicono gli artisti e lei lo è, ma questo non è un pezzo di spettacolo: questo è un pezzo della sua famiglia.

Sapete, mi accorgo di non aver “presentato” questa serata. Da un punto di vista giornalistico è forse un errore, ma a piace pensare di non dover seguire necessariamente le regole e mi lascio andare a tutto ciò che mi ha accolta, tutto ciò che mi ha riempito il cuore, per creare un po’ di spazio a quello che, immagino, arriverà a breve.

Siamo nella Sala consiliare del Comune di Cava. Si presenta il libro di Autilia Avagliano, “Din Don Down”, (Marlin editore), e conduce la serata Franco Bruno Vitolo, con le letture di Renata Fusco, Mario e Alberto Fusco.

A chi non sa di cosa stiamo parlando, sembrerà un titolo strano, originale quantomeno; a me, quando l’ho letto per la prima volta, ha fatto sorridere come l’avvento di una buona notizia, come le campane che annunciano la festa, come qualcosa che deve regalare gioia.

Ma tutto quello che sarà raccontato in questa serata, avrà sempre un sapore dolce e amaro.

Alberto è un giovane diciottenne con la sindrome di Down. Non è l’unico, ma è nato in una famiglia che non ha mai detto di “sentirsi” felice di questa realtà, né ha mai voluto arrendersi al pregiudizio su un figlio a cui non è giusto negare la condizione che spetta a tutti gli altri: avere opportunità.

Le letture dei pezzi tratti dal libro ci immergono in una realtà che tante volte sfioriamo, di cui sentiamo parlare, ma adesso è lì, presente, in quelle parole che raccontano di anni lontani, ma lucidissimi nelle descrizioni.

La voce di Renata: quante volte l’ho ascoltata sul palco recitare, cantare, ma adesso ha qualcosa in più. Legge le parole di sua cognata e le fa sue, perché non le ha solo sentite nel tempo, le ha vissute.

Franco Bruno aveva chiesto, all’inizio della serata, di controllarci e di non far partire gli applausi che spontaneamente sarebbero nati. Lui già sapeva, e non si sbagliava. Difficile mantenere il silenzio tra una lettura e l’altra. Difficile controllare le emozioni che si alternano tra la voce di Renata e della stessa Autilia. Mi accorgo di quanto un applauso, in qualche modo, diventi una boccata d’ossigeno, una piccola pausa mentre dalle pagine e dalle parole, ci colpiscono verità semplici ma profondissime.

Quando lo stesso Alberto legge uno dei suoi testi, lo farà anche in seguito, per nostro piacere e rivelazione, mi sento toccata nel profondo: le sue parole sono un inno alla vita. Sono il diritto alla vita che deve essere concesso a tutti. E le considerazioni meravigliose, ma profonde, sentite, che Autilia ha tirato fuori dal baule del suo viaggio, quello che possiamo decidere di tenere chiuso ed evitare che entri qualsiasi cosa, o che si tiene aperto, lasciando che si riempia di qualunque cosa, sono talmente vissute che si attaccano addosso, come un adesivo, come una stampa indelebile, come un tatuaggio.

Tutto è emozionante nel racconto di Autilia.

La descrizione del suo principe Paolo, di Mario il cavaliere. Della vita che non è stata un autostrada, ma che, obbligandoli a vie più lente e difficili, gli ha impedito sì di correre, ma ha concesso a tutti loro le pause per guardarsi intorno, per respirare i profumi del mondo e guardare ciò che accadeva senza la frenesia che a volte prende chi può tutto e, nel tutto da prendere, se ne perde quasi tutto il senso.

Le lotte che si devono condurre non solo con la propria quotidianità, ma con la società che dovrebbe aiutarti in quell’accoglienza e che in realtà non è pronta a farlo. Per ignoranza. Ed è un’ignoranza a 360°, che va dalla precisa definizione di questa sindrome, alla mancanza di senso morale. E in questo forse, la mancanza di sensibilità di chi occupa ruoli che invece pretenderebbero altra formazione, diventa danno oltre la beffa.

La decisione di voler vivere davvero un figlio, che è figlio comunque, che è figlio a dispetto del suo cromosoma in più, che è un figlio che ti obbliga ad uscire dalla solita “zona di comfort”, e che ci ricorda che i figli non li scegliamo ed è una vera forma di giustizia non poterlo fare.

La gratitudine per essersi concessi, Autilia e Paolo, un loro tempo privato affinché ognuno potesse metabolizzare quella nuova prospettiva di vita che non avevano immaginato, che non li aveva mai sfiorati e che pretendeva un percorso prima da single e poi da condividere.

La consapevolezza che la diversità di cui parliamo, non è quella di Alberto, ma quella che si incontra negli occhi di chi lo guarda, di chi si relaziona con lui in maniera sbagliata. Perché non è bello sentirsi dire che “sono tutti speciali”, come non è giusto sentirli “deridere e trattare diversamente”. Entrambi gli atteggiamenti sono una forzatura, e quello che non serve è proprio questa falsità, questa presa di posizione a prescindere dalla realtà. Perché significa farsi guidare dal “sentito dire”, dal “pregiudizio comune”, senza chiedersi davvero chi è questa persona che ci sta di fronte.

La sfrontatezza di usare un linguaggio che qualcuno potrebbe definire “volgare”, ma sarebbe ancora una volta un giudizio affrettato. Coraggiosa Autilia a lasciare nel suo testo parole forti, di quelle che ti arrivano d’istinto, e che chiaramente raccontano lo stato d’animo di chi subisce ogni giorno, per anni, lo stesso trattamento falso e ipocrita.

La saggezza nel consigliare a noi ascoltatori, a noi futuri lettori del libro, a noi cittadini, di non essere “esempi ordinari di cattivo buon senso”, ma lottare per essere esempio, ognuno di noi, “di un nostro piccolo gesto”.

La certezza di essere una mamma “rompiballe”, una di quelle che lotta per la sua famiglia, per una dignità che si dovrebbe ricevere senza tutte le battaglie che invece loro, e le famiglie nella loro situazione, vivono ogni giorno da anni. Ma questa mamma “rompiballe”, ha saputo creare, insieme al suo principe, una famiglia fatta di cose semplici e normali. 

Mentre Renata legge un altro brano, Alberto si alza e si avvicina pronto per una sua prossima lettura. Mario lo affianca, a me sembra che voglia dargli sostegno, ma mi sbaglio. Sarà Mario stesso, il fratellone più grande a prendere la parola e a leggere una pagina che descrive un’uscita di scuola e un primo pomeriggio insieme ad Alberto. Sapete cosa colpisce? Nulla. La sua è una parentesi identica a migliaia di tante altre. Se avessimo una finestra aperta su tante famiglie, vedremmo tante storie più o meno in fotocopia. Alberto e Mario sono fratelli diversi nelle abitudini, nella scelta dello sport, degli studi. Ma solo in questo.

E quando Alberto finalmente riprende il microfono, cosa che gli piace da morire perché fa teatro, è abituato ad esibirsi davanti al pubblico, racconta la partenza di Mario per un viaggio di studio. La sofferenza per quel distacco non è diversa da quella che io ho visto negli occhi di mia figlia, nella sua voce quando si è ritrovata sola senza il fratellino. La dolcezza e la semplicità con cui Alberto racconta di essersi infilato nel lettone vuoto di Mario, “per sentire meno la sua mancanza”, mi hanno fatta piangere, semplicemente perché li riconosco: sono gli stessi sentimenti che proviamo e che abbiamo visto provare. In cosa consiste “la diversità”?

E quando poi ascoltiamo i brevi testi scritti per fare delle descrizioni, come quella della farfalla bianca, ritorna prepotente ancora un’emozione che questa volta è data dalla certezza che quelle parole, quelle frasi, non sono costruite per andare a ricercare un plauso, una nota di merito, una pubblicazione. No. Quelle sono le frasi di una persona che sa esprimersi mettendosi “a nudo”. E capisco meglio la definizione che Autilia aveva usato all’inizio della serata: “loro sono nudi”.

Eccola la loro vera differenza con noi. Mi scuserai Autilia se mi permetto di usare questo termine, ma in questo caso, e non per lusingarti, io dico che davvero Alberto e Alfonso e Valeria e tutti i ragazzi che hai chiamato a te per ricevere il saluto del pubblico, sono diversi; lo sono perché non si piegano alle convenzioni, perché hanno il coraggio di esprimere ciò che pensano, senza vergognarsi dei sentimenti che provano e senza il pregiudizio di sentirsi giudicati.

Siamo noi piuttosto, vittime di compromessi continui e di comportamenti artefatti, a dover imparare qualcosa: da loro, da te, dalla tua famiglia e dalle famiglie di chi ti è stata accanto condividendo il tuo percorso e sostenendoti per arrivare dove sei arrivata che non è certo, ancora, il tuo traguardo.

Autilia ha voluto leggere i saluti finali per non dimenticare nessuna delle persone che ha contribuito a realizzare questo progetto e il cui ricavato andrà a sostegno dell’Associazione A.P.D.D (Associazione persone con sindrome di Down e disabilità intellettiva), perché l’obiettivo concreto è quello di poter creare un’occasione di lavoro per tutti questi ragazzi.

Di quelli dal vivo invece, oltre all’editore Avagliano e suo figlio Sante, orgogliosi di aver contribuito a “muovere l’acqua nello stagno”, mi prendo un termine usato dell’Assessore alla cultura Armando Lamberti: caratura.

Si, perché Autilia ha avuto ed ha la caratura per affrontare la sua realtà, cosa che non tutti sanno e possono fare.

La tua voce ha forza, il tuo gesto resta, la tua competenza costruisce.

2 thoughts on “Serata speciale per Autilia Avagliano e il suo libro “Din Don Down”.

  1. Teresa

    So di essere stata assente ad una serata speciale, a un momento che non avrei voluto perdere ma… E capisco, anzi vivo, leggendo il tuo post, tutte sensazioni, le emozioni sprigionate da ogni parola pronunciata per ricordare a noi tutti che l’innocenza di certe persone va rispettata, protetta, capita. Abbiamo sempre bisogno di essere educati di fronte alle diversità.
    Non vedo l’ora di avere il libro tra le mani.

  2. Grazia

    Con molto dolore sono mancata… Il turno in ospedale, difficile da cambiare di sabato pomeriggio, me lo ha impedito. Pur conoscendo bene tutti i protagonisti, la loro inesauribile forza , la loro capacità di scontrarsi con tutte le difficoltà non solo senza mai arrendersi ma con determinazione e alla fine anche col sorriso che non è mai mancato, avrei voluto ancora una volta imparare da loro. Non smetteranno mai di insegnarci emozioni nuove, percorsi nuovi, il vero senso della vita. Un abbraccio a voi tutti e GRAZIE di ❤️.

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