Una vita a foglietti

Sogni… e pezzi di cuore

Ci sono cose che succedono in momenti diversi, per cause diverse. Ma poi  scopri un senso comune che li fa ritrovare. Così è successo per questi quattro scritti, che mi sento di legare insieme.

Se non si “capirà” cos’è, spero si possa almeno “sentire”.

Tutto in un solo giorno

Tutto in un solo giorno

Ti svegli all’improvviso, alle 4.00 del mattino con questa frase che ti sbatte nel cervello. L’hai ripetuta non so quante volte da quando l’hai letta la prima volta.

Ti alzi, c’è bisogno di carta e penna. Nella mente hai pezzi di pensieri, che si confondono a immagini di un sogno. Non lo ricordi bene, ma lacrime ti lavano il volto addormentato. Eri in macchina ma non guidavi ed avevi paura. Erano tunnel scuri che attraversavi con cancelli posti periodicamente e poi delle stanze, o meglio forse celle. E persone che soffrivano o che si facevano soffrire, come dei pazzi. E in una di queste hai visto un uomo annientato. Un colosso di uomo ridotto come una larva. Ma è riuscito a uscire e da una finestra che occupava quasi interamente, indicava l’interno della stanza dove persone immobili lo sentivano lamentarsi senza parole. Gli davi le spalle, sentivi il suo dito che arrivare fino a te.

Sentivi la paura di quella stanza, di tutti  i presenti, diventava anche la tua.

Quel dito era in realtà un coltello immaginario. Il coltello che quell’uomo ha usato per tagliare la mia pelle. Ne ho sentito il rumore, ne ho subito il dolore, ne ho visto il colore.

E mi è rimasta quella frase:  Tutto in un solo giorno.

Si può chiedere un giorno alla vita? Uno solo, 24 ore, non so quanti minuti e secondi. Non importa. 1. Tra tanti. Un giorno dove senza pelle, tiri fuori le tue cicatrici più profonde, quelle più vecchie e le fai respirare. Le metti un po’ al sole e dedichi anche a loro quell’attenzione che meritano.

Ferita = cicatrice

Cicatrice = qualcosa da nascondere

Fisicamente è brutto, l’estetica è tutto, quei cordoni, tagli che attraversano il corpo sono poco piacevoli, rovinano.

Anche quelle di dentro rovinano e per questo le copriamo. Le copriamo soprattutto ai nostri occhi per sperare che, non vedendole, non possano essere ricordate.

Ma è su queste cicatrici che hai fondato la tua vita. Ci pensi ora, come forse hai già fatto tante volte senza ammetterlo. E vuoi tirarle fuori. Fuori da un pozzo dove non sono mai affogate. Qualunque peso ci legassi, venivano sempre a galla, anche se ci mettevano tanto tempo.

Poi quando le cose ti succedono presto, non hai nemmeno difesa. E’ l’istinto, la sopravvivenza a spingerti avanti. Sopra ci metti tutto, ciò che copre, che brucia, che guarisce, che taglia ancora di più. Ma non fai differenza. Vuoi tirarti fuori. Ancora non sai che non sarai fuori da niente. Ne sarai solo soffocata, ma questo tipo di gioco che è la vita, le regole le svela con la mano in corso. Si accetta il rischio, è un azzardo.

Mi sento male, potrei chiamare qualcuno ma non voglio. Cosa dire? Ormai le parole ci sono solo per litigare, lui ha la sua fretta, io la mia stanchezza. No, stasera mi ha detto che mi vuole bene, non vuole vedermi triste, ma sa che c’è qualcosa.

 

 

E’ arrivato davvero questo giorno.
Sono proprio io qui alla stazione ad aspettare quel treno. Me lo dico, ma fatico a crederlo.
Cosa succederà? E’ un giorno che nella fantasia ho già vissuto mille volte, e so che quello che sarà, non somiglierà a niente di quello che ho sognato.
Stasera saprò. Ho dato così importanza a queste ore e stasera sarà tutto finito.
Tutto in un solo giorno.
Era nato così, da questa frase. Una notte ti svegli e queste parole si ripetono in te. Ricordi di averle lette in uno dei libri che hai più amato e sapevi che erano rimaste lì dentro di te. Ma che da loro potesse nascere la spinta per questa decisione non te l’aspettavi. Arriva il primo raggio di sole a ferire gli occhi. Ma non è mai una ferita il sole. E’ ciò che nasce, è il via per la vita, è un compagno per me che sono così sola su questi binari freddi e spogli. Ma davvero mi sembrano così? Dipende sempre dal colore che metti tu sulle cose. E oggi è tutto bello. Non importa cosa sarà realmente, sarà. Sarà perché l’ho voluto. Ti fai sempre un sacco di domande. Si dicono tante cose e se ne fanno pochissime. Se hai davanti una persona che sta male cosa puoi fare? Parlare. Parole. Ne ho tante, soprattutto non dette.

 

Arrivi a casa stanca di tutto, delle delusioni, del dover ricominciare, delle cose che ti sono intorno.

Cerchi il letto come una fuga, un posto in cui potrai essere sola, forse dormire e lasciare che passi questo tempo che non sai riempire. O meglio, si riempie di pensieri e cose non dette e non fatte.

Spegni il telefonino, ma è un gesto inutile. Chi vuoi che ti chiami? Per dirti cosa? Come stai?

Non credo che interessi a qualcuno. Ed è meglio così. Cosa risponderei? Perché mi dite tutti che sono una persona speciale e tutti mi trattate come un’inutile cosa che non serve?

Riesco a fare delle cose per gli altri, li aiuto, ne sono contenta. Mi dispiace solo che, quando avrei bisogno di una mano, non c’è mai nessuno.

Un giorno Marco mi disse la stessa cosa. Aveva aspettato per anni qualcuno a cui raccontare quel peso che aveva dentro. E sono arrivata io, con la mia disponibilità, il mio saper capire, sentire. Ed ha parlato. Io vorrei la stessa cosa. Ma questa persona per me dov’è? C’è?

A volte credo di si. Ma poi scopri che non é vero. E la delusione, la rabbia è tanta. Ma cosa posso fare? Ancora scavare, trovare la forza. Quando finirà tutto questo?

Ho questi fogli, sono i miei migliori amici mi dico, ma so che spesso li ho traditi. Traditi perché non ho avuto il coraggio di parlargli sempre e non sempre sono stata sincera.

Ma anche questo è un cammino. In salita chiaramente. Ma non vedo la fine. Mi sembra di girare in tondo e ritornare sempre all’inizio. Che cosa devo capire? Dov’è la mia soluzione?

 

 

Stare su un letto abbracciata a loro.

“Sei mia”“Sei mia”

“L’ho conquistata io.”

Io terra di conquista. Le lacrime vogliono venir fuori ma non posso.

Non posso piangere davanti a loro, non saprei spiegare il perché.

Non so spiegarmi perché vorrei chiedere a questi due piccoli bimbi di insegnarmi, di spiegarmi con parole semplici e chiare il senso dell’amore, della gioia. Tutto quello che provano per me.

E’ bello leggere l’angoscia degli altri?

Quella che senti battere dentro di te come le gocce di pioggia sull’ombrello, in un silenzio fortissimo, dove i tuoi passi rimbombano.

E chiederti perché hai ancora voglia e forza di aprire quella porta. Quella dietro cui hai nascosto tanto, tutto di te. Ma devi richiuderla come sempre.

Ti chiedi perché, tra tanta gente che soffre, tu devi soffrire così. Correndo dietro a pensieri che sai che non potrai raggiungere. Vengono a cercarti, ti chiamano, ti inchiodano con una canzone, una frase, una poesia e poi sorridendo ti scappano. E tu resti lì, come tante volte, a cercare delle spiegazioni per quei pensieri non afferrati, non detti, non scritti, ma che da anni scavano solchi e ogni volta sono più profondi, più dolorosi.

E cosa c’è contro tutto questo? C’è da chiudere una porta.

Semplicemente, terribilmente, dolorosamente. E tutto sarà sempre uguale e nessuno saprà cosa c’è dietro quella porta. E in fondo non sai neanche tu  che aspetto hanno quei fantasmi che hai rinchiuso tanti anni fa. Sono uguali, invecchiati, scomparsi o cresciuti. Non lo sai e non lo saprai finchè non avrai il coraggio, la forza, la voglia la possibilità di affrontarli. Sai che l’hai fatto una volta e non li hai sconfitti. Li hai solo resi prigionieri. Ma anche essere guardiana di una prigione è una condanna. E la pena da scontare è lunga.

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