Una vita a foglietti

Ti regalo i miei occhi

occhi-animaL’ho pensata così questa frase, uscendo di casa un po’ troppo presto in questa mattina che non ha niente di diverso da tante altre ma che diversa lo è. L’ho pensata perché ti avevo fatto una promessa, e a me piace mantenerle le promesse che faccio.

Ti avevo detto che avrei salutato per te la cara Antonietta e, oltre a farlo, voglio raccontarti un giovedì di aprile in cui purtroppo non eri presente e quello che i tuoi di occhi, non hanno visto.

La piazza è quella di San Francesco, la conosci bene. È grande, vicina alla strada e adesso che ci arrivo a piedi dal corso, la vedo già affollata. Ma silenziosa. Quanto può essere silenzioso un posto pubblico.

Sono sola e il silenzio accompagna anche me. La testa è vuota, ma quando vedo all’ingresso il quaderno su cui lasciare un pensiero, mi ritorni subito in mente:

“Un saluto da Anna e Paola, e anche se una è lontana col corpo, non lo è con il cuore. Ma non per questo fa meno male”

Più o meno devo aver scritto questo. Sono solo due nomi, di nuovo la coppia Anna e Paola, nessuno capirà chi siamo, ma io e te lo sappiamo e questo ci basta.

Basta a me che la ritrovo ad aspettarmi ai piedi di un altare e deve bastare a te che puoi conservare ricordi più vivi, di un’amicizia coltivata e condivisa anche in tempi più recenti.

La Chiesa è già affollata. C’è movimento ma molto silenzio, come se in ogni persona stesse maturando ancora la scoperta di una realtà dura, difficile da accettare.

Mi avvicino, saluto il bel sorriso che Antonietta continua a regalarci da quella foto in divisa, che sembra più lo spot per il corpo di Polizia, che non un suo reale ufficiale.

Un bacio per me e uno per te, come ti avevo promesso. Ce n’è tanta di gente, continua ad arrivare…

Incrocio Lucia! Amiche di scuola, come lo siamo state noi, quando ci frequentavamo attraverso anonimi grembiuli neri, quando la vita doveva ancora farci capire quali sarebbero state le nostre strade, quando ancora non sapevamo che le lezioni in classe sarebbero state una sciocchezza di fronte alle dure, ma anche belle lezioni della vita.

Ci abbracciamo, come se ci fossimo viste nel corridoio del vecchio Istituto, ma invece abbiamo qualche capello bianco e siamo nella navata di una Chiesa. Poche parole e le prime, temute lacrime.

Mi trovo un posto su una panca libera. Dalla bara si stacca un’altra persona che conosco, casualmente? una Anna. Ci salutiamo, scopro la sua parentela con Antonietta e nell’attesa della funzione, le chiedo qualcosa. Le chiedo perché siamo qui, perché, visto che il suo ultimo ricordo me la regala sorridente alla guida di una carrozzina dentro cui scortava con profondo orgoglio la sua piccola nipotina.

E scopro della malattia, della ricaduta, dell’impossibilità di trovare una via di fuga.

La Chiesa è piena di suoi colleghi e molti sono armati. Le guardo quelle mitragliette: armi da difesa che non hanno saputo difenderla. Per questo tipo di malattia, non ci sono ancora proiettili abbastanza potenti da poterla sconfiggere. Ed è caduta sul campo.

Ma davvero è mancata adesso? È una domanda che mi faccio mentre ascolto l’omelia del cappellano della Polizia. Fa riferimento ad una promessa fatta forse molti anni fa. Una di quelle promesse che una mamma può fare quando deve scegliere se indirizzare il dolore da una figlia a se stessa. Una scambio di sofferenza e, come il Signore ci insegna da millenni, le preghiere che gli rivolgiamo vengono ascoltate!

Noi ne facciamo una questione di tempo, ne facciamo una questione di sofferenza, ma cosa sappiamo del disegno del Signore? Cosa sappiamo dei discorsi che, in privato, ognuno di noi Gli rivolge?

E forse la risposta arriva.

Non è chiara per chi sorveglia la bara e ha il corpo doverosamente immobile nell’esercizio del suo lavoro, ma non può controllare quelle lacrime che arrossano il viso e di sicuro spezzano il cuore.

Non è chiara per chi è costretto a leggere la preghiera a Dio di un poliziotto per una collega così giovane e capace.

Non è chiara nelle parole di un figlio che dedica i suoi ultimi pensieri alla mamma e che ancora non sa quanto quelle parole gli resteranno incise nel cuore e questo lo aggiungo io. Che sento quel Ciao mamma e scatta il flash del mio Ciao papà, ma questa è un’altra storia…

Padre Gigino, nel salutare e rivolgere il cordoglio della comunità intera per Antonietta, ricorda una frase che padre Fedele, ora scomparso, gli dedicò il giorno del funerale di sua madre: “quando tornerete a casa stasera, aprite il balcone o la finestra e la stella più luminosa che vedrete, sarà quella di vostra madre, perché una mamma non lascia mai i suoi figli!”

Anche questo è un colpo basso, ma lo incasso, come al solito: il prezzo sono solo tante lacrime in più da pagare.

Finisce tutto. Mi giro e mi accorgo che la Chiesa nel frattempo si era completamente riempita. Tutti hanno voluto rendere omaggio a questa donna che di cose belle ne deve aver fatte tante.

E mi sei ritornata in mente di nuovo tu, perché sarai tu a dovermi raccontare della vostra vita a Milano, del vostro essere amiche oltre il tempo che era stato concesso a me.

Esco. La giornata ci regala ancora un sole tiepido, non proprio convinto della sua presenza. Le macchine che passano in lontananza sembrano abbiano motori con silenziatori o forse sono le mie orecchie a non percepire altri rumori che non siano il saluto dell’attenti, la sirena accesa e interrotta e il tricolore con la fascia del lutto che la accompagna alla macchina.

Sta per andar via. Un’altra volta come tanti anni fa, ma questa volta la precedo. Mi giro e vado verso il sole, guardo i prati che regalano margheritine piccole e bianche, belle e delicate, da poter apprezzare o da poter facilmente distruggere.

Un po’ come siamo noi. Ci impegniamo per costruire qualcosa, per offrire il nostro contributo a chi ne ha bisogno e poi, all’improvviso, possiamo essere cancellati. Ma ciò che ci lascia è un corpo, quello che resta è il cuore con tutti i tesori che ha saputo custodire e finché ci sarà un pensiero che arriverà a te, cara Antonietta, vorrà dire che il tuo ne ha saputi difendere tanti.

Ecco mia cara Anna. Sono passate poche ore da quella telefonata di disperazione e di dolore che mi hai fatto, quando la speranza voleva combattere ancora con la dura realtà, ma ha perso.

Ecco qui cosa hanno visto i miei occhi e cosa ha sentito il mio cuore. Te lo invio come un ulteriore legame tra me e te e Antonietta e tutte quelle persone che hanno attraversato le nostre vite, e quelle che ancora ci saranno.

Soffriamo, ma è anche bello farlo a volte, perché ci ricorda quanto bisogno abbiamo di amare e di essere amati.

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