Una vita a foglietti

“Tu mi fai piangere”

2726785442_small_1Queste parole mi hanno accompagnata sulla porta. Un faccino in cui spuntano solo gli occhi, grandi, pieni di cose conosciute e non. Io non posso far altro che entrare in ascensore, appoggiarmi al muro…

La mia pellicola domopak, quella che mi ricopre da anni, quella che è abituata agli strappi, alle botte, a tanta violenza, non regge a quelle parole. Si stacca da un lato, perde aderenza e la bottiglia, quella che emana le esalazioni che mi stordiscono, si riapre. Resto minuti, ma potrebbero essere ore, a combattere: le emozioni arrivano a galla, io le mando giù, ma sono molte più di me. Mi chiedo perché mi ha detto quelle parole, cosa di me la fa piangere: non è una colpa ne sono sicura. Sono i miei ricordi? Il mio passato? Il suo presente? Le nostre vite? Potrebbero essere tutti questi motivi e potrebbe essere altro.

Ma io continuo a pensare. A pensare a come mi sento forte quando mi attaccano, a come tiro fuori le unghie quando devo difendermi, a come non conosco la paura se devo tutelare le persone che amo: e quanto sono un cristallo in mezzo agli elefanti quando sento il dolore. Sentirsi impotente nel sentire scorrere tutta quella sofferenza, essere sopraffatta dai sentimenti degli altri che diventano i miei, mi assalgono e mi rendono indifesa. Brutta cosa avere tanti punti deboli. Lì il nemico ti attacca e puoi innalzare tutte le mura che vuoi ma ci saranno sempre crepe. Lì c’è sempre il tuo tallone d’Achille.

E mi rassegno. Ognuno ha un compito da portare avanti. Forse a me è stato affidato questo: raccogliere le debolezze degli altri, impacchettarle e restituirle con un volto diverso, per renderle accettabili, digeribili. E quando non ci riesco rimane solo questo da fare: piangere.

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