Una vita a foglietti

Un altro dolore

Non è la prima volta che sono di fronte a questo muro del pianto e di certo non sarà l’ultima. Gli ultimi giorni di dicembre, che sembravano l’ultimo scatto verso la fine di un anno pieno di avvenimenti, e questi primi di gennaio, continuano a riservare sorprese. No, mi correggo, non sono sorprese. Sono conferme. Conferme di un marciume che lievita come un impasto di pane che non sazierà nessuno, nemmeno chi continua ad aggiungere farina. Ma non lo sa, non ha occhi per guardare e orecchie per sentire.

Allora io scrivo perché i miei occhi guardano, le mie orecchie ascoltano e il mio cuore sanguina.

Sapete, scrivendo mi sono accorta che questa introduzione starebbero bene per un sacco di cose. Potrei iniziare così un pezzo sulla politica, sul calcio, sul lavoro, sugli esseri umani.

In ognuno di questi campi c’è qualcuno che impasta quel tipo di pane fatto di lerciume, ormai indifferente alla puzza che emana, ma stavolta sarà dedicato ad uno in particolare.

Molte persone mi hanno chiesto negli anni di scrivere di loro, forse apprezzano la mia capacità descrittiva, il mio “cadere dentro le emozioni”, il mio mettere il cuore in tutto quello che faccio. Ma non è una cosa strana questa sapete? Il cuore è stato donato a tutti, e tutti noi dovremmo imparare ad usarlo non solo per sopravvivere, chiedendogli di pulsare sangue e ossigeno nelle vene, no. Il cuore fa ben altro. Il cuore ci regala qualità, ci permette di vivere un altro tipo di vita, quella dei sentimenti.

Ebbene questo cuore che uso per tutto, per tutti, anche questa volte è tirato in ballo. Da una persona che ci cammina sopra da tempo immemorabile, usando scarpe chiodate, indifferente al dolore che genera.

Forse non si dovrebbe confessare al “nemico” la sofferenza che provoca, ma io non riesco a nascondere niente. I miei occhi parlano perché sono lo specchio di tutto quello che vivo, di quello che sento, di quello che provo.

E ora apprendo la sentenza di anni “di cure”, quelle dichiarate ai quattro venti a parole e mai rispettate nei fatti. Ora raccolgo le briciole di un’esistenza che si è affidata nelle mani sbagliate e ne sta pagando le conseguenze, lasciando tutti noi altri a provare a saldare questo conto senza fine.

È umiliante sentirsi chiudere il telefono in faccia da chi giudica senza sapere.

È dura continuare a sbattere la testa contro un mondo fatto di bugie e falsità.

Giorni fa leggevo la prefazione dell’Enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti” e una frase mi ha colpita in faccia come un pugno. Non per la sorpresa, ma perché la conoscevo già. L’ho già vissuta, l’ho già pagata: l’indifferenza è complice delle ingiustizie.

E potrei chiudere qua.

Se qualcuno da anni sta facendo ciò che vuole della vita di tante persone, è perché il nostro sistema non funziona e perché tante persone non fanno il loro dovere.

L’incuria, la superficialità, il girare la faccia, sono pratiche troppo di moda, forse le uniche che si tramandano ormai. E il risultato è l’orrore.

Allora ho fatto un altro giro nei miei profondi baratri, ho scavato di nuovo un po’ sul fondo, ho constatato che alla cattiveria non c’è fine, ma sono risalita ancora una volta.

E forse questo voglio raccontarti, portatore di scarpe chiodate: quando io vado a fondo, ho sempre mani tese che mi tirano su. Ho sempre le parole di chi mi rispetta e mi vuole bene a darmi conforto. Ho la Fede che mi fa girare il viso verso tutte le cose belle che la vita mi ha regalato a fronte del tuo orrore che prova a farmi scivolare verso la perdizione.

Ma non ci riuscirai. Mai. Non avrai mai questo potere.

Mi hai dato e mi darai ancora tanto dolore lo so. Mi hai strappato il cuore tante volte ma non cambierai la mia anima. Potrai provarci all’infinito, ma non vincerai.

Ti auguro una vita lunga, lunghissima, perché hai bisogno di tanto tempo per ripensare a tutto il male che hai fatto.

Ma lo avrai fatto inutilmente, perché il perdente sei e sarai solo tu.

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