Una vita a foglietti

Una domenica a Santa Lucia, per conoscere storie di vita

un-libro-per-il-museo-della-civilta-contadina-di-c-161913È la domenica delle Palme, in Chiesa sono già stata stamattina a ricordare la Passione di Cristo, ma nel pomeriggio ci ritorno. L’occasione è diversa come anche la Chiesa.

Siamo a Santa Lucia e non aggiungo di Cava dei Tirreni, perché mai come in questo pomeriggio, scoprirò quanto questo “casale” vive di vita propria.

L’occasione è la presentazione del libro Museo Arti Mestieri Civiltà Contadina scritto da Lucia Avigliano, Pasquale Di Domenico, Francesco Lodato, Franco Bruno Vitolo, Ciro Mannara, Marianna Ferrigno.

Forse scritto non è il verbo giusto per questo libro. Ci rifletto adesso, mentre ripenso a quanto è stato raccontato e a quanto c’è stato di così particolare in questo fine settimana.

Si dovrebbero fare delle premesse che si rendono necessarie per chi non vive qui, a Santa Lucia, o meglio, per chi non è di Santa Lucia. Io sono il caso evidente. Ci abito da oltre dieci anni, ma quando sentivo parlare Ciro, Pasquale, Marianna e il ricordo di Francesco, mi sono accorta che dai piedi del banco dove ero seduta, non uscivano radici a bloccare le mie caviglie per tenermi ancorata in questo posto che mi ospita ma in cui non ho tradizioni, di cui non ho nessun ricordo.

Qui sembra che nulla sia occasionale. Qui niente sembra superficiale. Niente casuale.

Come la morte. Francesco Lodato ha atteso una vita intera per vedere qualcosa di concreto che si legasse ai suoi tesori dell’Arte contadina. Ha custodito, raccontato, mostrato per anni ciò che avevano raccolto e quello che sapeva, per non lasciare che la memoria potesse essere cancellata dall’umano e dovuto trapasso della carne. E come spiegarsi che ci abbia lasciati proprio sabato? Un giorno prima della presentazione si sono svolti i suoi funerali. Nella stessa Chiesa che aveva ancora forte l’odore della sua presenza su quell’altare che adesso ospitava i suoi amici colleghi e i loro cuori sconvolti dal dolore e orgogliosi di un lavoro che rende un minimo di giustizia ad una storia che nasce secoli fa.

Del libro non vi dirò molto, non l’ho ancora letto, ed è sicuramente un libro da leggere, ma mi piaceva ricordare quell’atmosfera, quella folta presenza di un paese che ha saputo dare un altro risvolto al dolore e si è ritrovato, perché la morte non può essere considerata una sconfitta.

Siamo nella settimana di Pasqua, sono i giorni della vita eterna e Franco ha saputo far sì che la sua morte improvvisa, dolorosa, diventasse motivo di forza per chi è rimasto. Miracoli della vita, miracoli di quest’uomo che sa costruire, migliorare, a volte fare danni, ma che da sempre ha quella parola nel suo vocabolario, che dovrebbe essere ricordata come una preghiera: libertà.

Libertà di scegliere. Don Beniamino ci lascia con un saluto che è una sorta di omelia tra il Vangelo e la vita etica e morale. Se amiamo e apprezziamo chi ci ha lasciato, dobbiamo avere il coraggio di riempire i posti vuoti che questi bei personaggi occupavano. Noi abbiamo mani per fare e occhi per guardare: indietro, ma anche e soprattutto avanti.

Sapete cari Luciani? Ieri mi è mancato non avere quei legami. Mi è mancato non conoscere la vostra storia, non capire i nomi degli attrezzi che usavate per lavorare la terra, non sapere come si lavorava la ruota della canapa, mi è dispiaciuto sentirmi, oggi, come se non avessi radici. In nessun posto del mondo.

Per cui dico a chi invece questa forza e questa ricchezza ce l’ha, di conservarla. Si può andare in ogni parte del mondo, fare qualunque cosa nel mondo se si sa da dove si viene, se veri valori accompagnano le nostre scelte.

Custodite questi tesori materiali e di storia. È stata la vostra e sarà quella dei vostri figli.

Ma sarà anche per tutti noi, per tutti quelli senza radici.

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