Una vita a foglietti

Una qualunque o speciale giornata

mani-anzianeUn vicolo nuovo, una stradina mai percorsa, una piccola palazzina bassa, piena di sole. Un luogo che potrebbe somigliare a tanti altri e invece ha un unico scopo: rivedere una persona cara. Una di quelle perse un po’ di vista, una di quelle travolte dallo tsunami che negli ultimi anni continua ad infrangersi sulla nostra vita.

Salire quei pochi gradini fa venire il fiatone e non è solo un problema di età.

È che ci separano da un incontro che nessuno sa come andrà realmente. Ognuno di noi ha pensato qualcosa, ha sperato qualcosa, ma non abbiamo nessuna certezza.

Ma non c’è più tempo per pensare, il campanello è stato suonato e la porta viene aperta da una persona mai vista.

Entriamo. All’interno la luce della bella giornata riempie un salone ampio ed essenziale. Mi fermo, lascio andare avanti le altre. Sento le voci gioiose e qualcosa, tra il cuore e lo stomaco, si scioglie e si contorce allo stesso tempo.

Entro in cucina. C’è una sedia a rotelle e sopra una donna diventata incredibilmente piccola, in quello strano gioco di ruoli che la vita propone. Ci guarda, incredula, sopraffatta da una gioia che capisco, che capiamo tutti, perché è quella di ognuno di noi. E baci, lacrime, abbracci e frasi iniziate e non finite, tentativi di raccontare a parole tutto quello che il cuore sta provando. Ma non ce ne sono abbastanza di parole.

Anni di lontananza, di silenzi, cancellati così, solo da quell’affetto sincero; vecchio ma allo stesso tempo giovanissimo che ci portiamo dietro da oltre mezzo secolo.

Questo è il potere dell’amore, questa è la forza di quel qualcosa che l’affetto genera nei cuori di chi ti ha vista crescere, che ti ha accompagnata nei primi passi, che ti ha vista sorridere e piangere, crescere e diventare donna. Questa è la famiglia. Quella che noi abbiamo conosciuto, amata, difesa e desiderata. E allo stesso tempo è quella che sembra sparita.

Ogni abbraccio, ogni stretta con quella mano ormai scarna, ossuta, ma che trasmette ancora l’affetto che non invecchia mai, perché l’amore non ha rughe, non ha capelli bianchi, non ha dolore, non ha sofferenze. L’amore è solo gioia. Anche se, quando ti travolge così improvviso, sembra quasi che possa metterti al tappeto.

Lei ci guarda, si tocca il petto, come a darci un segno del nostro posto nella sua vita. Il suo cuore è pieno d’amore, un amore che ha avuto il sopravvento sulla solitudine di tanti anni, sul silenzio che non aveva motivo di essere ma che pure è stato. Perché quando si è a questo punto del cammino, non c’è tempo per le incomprensioni, ci dovrebbe essere tempo solo per l’amore.

E questo è ciò che invece strozza il mio stomaco. Non posso reggere questo confronto. Non posso non stringere quelle mani senza pensare a quelle che mi sono sfuggite.

Non posso vedere e sentire questa gioia e non pensare all’altra freddezza, quella che mi ha congelato il cuore senza concedere una minima prova d’appello.

E poi quella frase: “guardo sempre le foto.”

Sul tavolo, come un soprammobile, c’è proprio un album e buste.

Quanto somiglia ad un altro vecchio album. Uno sfogliato dal vivo per anni, cercando di riconoscere e conoscere volti di un passato lontano e riguardato poi solo con la mente, nella speranza di non perdere ciò che non si poteva più vedere.

Chiedo il permesso e ancora quasi non ci credo. Ci sono dentro molte delle stesse foto. Abbiamo lo stesso passato, veniamo dalla stessa famiglia, abbiamo condiviso le stesse cose. Non è stato un sogno aver creduto a quell’amore, a quegli insegnamenti, a quel sogno di persone semplici che si amavano per davvero, solo per il piacere e per la fortuna di saperlo fare.

Dove ci siamo persi? Cosa è stato più importante di questi amori che volevano solo continuare a vivere?

Non avremo mai la risposta a questa domanda. In verità, niente sarebbe abbastanza credibile per ciò che è accaduto. Eppure è successo.

Andare via è più difficile di quanto sia stato arrivare.

La certezza di quanto poteva essere, di fronte alla dura realtà che è stata e che continua ad essere, è un colpo troppo grande da sopportare.

I saluti affidati che non arriveranno mai a destinazione, ma solo a confermare che da una parte esistono dei cuori, dall’altra qualcosa che non si può definire perché completamente sconosciuta alla nostra esperienza.

Esco nella stessa giornata di prima, il sole è sempre quello, il vicolo sconosciuto tanto quanto siamo arrivate. Tutto il contenuto di questi pochi tanti minuti è diverso. Torna tutto, ancora una volta, come sempre ormai da anni. Forse la rabbia non è più la stessa. La consapevolezza di qualcosa di troppo grande che ci ha coperte come un telo nero, ha reso la piaga non meno dolorosa, impossibile: l’ha solo fatta diventare parte di noi. In tanti ci guardano, vedono le nostre ferite, capiscono il dolore, ma a noi, quel dolore, resta un marchio a fuoco sulla pelle, dentro la pelle, fin dentro le ossa. Condiziona i nostri pensieri, ci rende indifesi, di fronte ad atteggiamenti impensabili.

Ma si riparte. Ancora una volta. Con un altro bagaglio addosso.

Altri giri, altri incontri. Altri abbracci mi rendono volti che in parte mi illudono, concedendomi un tuffo in un passato che non esiste realmente. Io quegli abbracci non li ho avuti. Noi non li abbiamo avuti. Non ce li hanno concessi. E non torneranno. Il tempo non torna, va solo utilizzato al meglio. Questa è l’unica verità.

La strada prova ad essere diversa. Nuove rotonde, gallerie, ma l’aria è la stessa, le campagne sono quelle. Verdi, estese, con gli alberi di olivo, i frutteti, gli incroci mai dimenticati, le stradine che portano in posti conosciuti ma non rivisti. Alla radio anche la musica è quella di tanti anni fa: America, Skorpion, Simon & Garfunkel… dove siamo? Qui o lontani decenni?

Siamo qui. La strada verso casa si fa breve ormai. Continuo a guardare fuori dai vetri cercando quasi una spiegazione, un cambiamento eclatante nel panorama, che possa giustificare anche quel grande dirupo che ha creato la profonda spaccatura tra l’ieri e l’oggi.

Ma non c’è nulla. Niente, apparentemente è diverso fuori di me, fuori di noi.

È dentro che il pugnale rimane. La sua lama fredda, lucente, tagliente, non smette di ferirci.

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