Una vita a foglietti

Zingara

In una metro incontri di tutto. E praticamente ogni categoria di persona. Dopo un po’ cominci a farti un’idea di chi possono essere i soggetti che a centinaia ti passano accanto: “Ti fai l’occhio” come si suol dire.

Così quando vedo quella borsa, immagino subito che tu possa essere una zingara. Forse non è il termine giusto, ma è quello che genericamente classifica persone come te. E non sto facendo una considerazione razzista.

Inizio proprio dalla borsa che in verità sembra un fagotto di pezza tenuto insieme da un nodo. Sei al mio fianco e mi sembra quasi veder spuntare un peluche da quella sacca.

Non ti ho ancora vista in faccia, ho solo quella borsa accanto a me e io stessa mi chiedo perché ti ho “classificata”. È la fermata successiva a darmi ragione. Sale una donna con un bimbo al seguito e immediatamente chiede soldi. Poi ti vede, è quasi sorpresa, come se quel posto spettasse a lei adesso.

Vi parlate nella vostra incomprensibile lingua, forse le spieghi che stai tornando a casa, o a quella che può somigliarle.

Istanti.

Poi subito silenzio, tu torni sola, loro si allontanano. Io intanto continuo a sentire la tua presenza, fino a che si libera un posto di fronte e vai ad occuparlo.

Ti vedo. Hai una giacca dello stesso colore della borsa, rosso in origine, ma adesso nero di sporcizia. Come i pantacollant grigi, lisi e macchiati. Hai un’età indefinita, una parvenza di smalto graffiato alle unghie e capelli in disordine. Sporchi anche quelli. In dote non devi avere buone maniere visto che ti infili le dita nel naso e poi ti pulisci addosso e questo atteggiamento non ti permette di accattivare “il pubblico” che per tua fortuna è assolutamente distratto. Solo la suora seduta accanto a te mantiene uno sguardo fisso evitando di interessarsi a ciò che fai. Forse sono l’unica a guardarti e a occuparmi di te.

Ad una fermata si alza una giovane ragazza che ti passa davanti per avvicinarsi alle porte d’uscita. È bella, alta, ben vestita. La segui con lo sguardo, istintivamente lanci un’occhiata alla sua borsa, ma non sembri cercare oggetti, piuttosto che tu stia guardando quella borsa che rappresenta un’altra vita, così diversa dalla tua. Una delle tante che ti passa accanto e che non riesci ad afferrare.

Istanti.

Poi ti appoggi alla sbarra della seduta. Chiudi gli occhi: sogni? No, sei di nuovo vigile, di nuovo attenta a guardarti intorno, ma hai una sofferenza nello sguardo. Le labbra si muovono per pronunciare bisbigli che non comprendo e che non capirei comunque. Preghiere? Bestemmie? Lamenti?

Che vita fai? Che sogni hai?

Hai una vita? Hai dei sogni?

Non lo so, non lo capisco, non lo immagino. Mi sembra di guardare una persona senza contenuti, come se tutto ciò che sei, è vero solo per la durata del tempo di chi ti guarda, di chi ti sta intorno.

La mia fermata è arrivata. Non so per chi esisti, non so se il mondo parlerà di te, non so quanti ricorderanno i tuoi abiti luridi e accoglieranno il tuo corpo sporco. Guardarti e raccontarti mi sembra ti possa dare la possibilità di non scomparire nel nulla.

Poi fai un gesto; uno vecchio, antichissimo, comune a tutte le donne del mondo: ti accarezzi la pancia.

C’è un’altra vita dentro di te. Sarà questo che automaticamente giustifica la tua, di vita?

2 thoughts on “Zingara

  1. casasenatore

    Anch’io mi chiedo sempre, prima di giudicare, chi e cosa c’è, dietro certe vite complicate.
    Chissà se il tuo sguardo e il tuo pensiero hanno lasciato in quella donna un segno.
    Che dire, una babele di storie la vita, e tu ne ascolti i racconti.

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