Una vita a foglietti

L’odore di casa

Quando ti ho abbracciata in quell’ambiente estraneo che è l’aeroporto, ti ho detto proprio così: “hai addosso l’odore di casa adesso”. Casa nostra, casa tua.

Quindici giorni, quindici lunghi brevissimi giorni in cui abbiamo ritrovato i tuoi sorrisi, le tue giornate interminabili, il tuo disordine cronico. E abbiamo riascoltati i vecchi nomi: Jessica, Federica, Valentina, Giuliana, Gerardo, l’altra Federica e tutti gli amici tirati fuori come abiti dai cassetti: non usati quotidianamente ma ben presenti e disponibili quando arriva il momento giusto.

Ci eravamo promesse tante cose in questi giorni, qualcuna è sfumata, ma una cosa l’abbiamo fatta: siamo andate al mare. Ci mancava da anni. Ci siamo avventurate come forse facevamo quando ognuna di noi aveva quindici anni, con lo zainetto, la scarpinata a piedi, l’asciugamano in riva al mare.

Che meraviglia quelle ore al sole. Tanto belle da volerle ripetere, facendo il bagno insieme, giocando a carte e conservando foto ricordi emozioni racconti… Incredibile come siamo riuscite a concentrare in così poco tempo tante confidenze, tante opinioni, tanti racconti per riempire i vuoti di vite che corrono su binari che si incrociano poco, anche se non si perdono mai di vista.

Tu cercavi sostegno per le tue scelte, io avevo bisogno di parlarti guardandoti negli occhi, tenendoti la mano, abbracciarti, perché volevo che ti restassero impressi addosso i momenti che raccontavano il nostro crescere insieme.

Insieme. Come ieri sera noi quattro a giocare a carte, anche questa un’abitudine del passato, ma con risate fresche, genuine, desiderose di testimoniare tutto quello che c’è di bello fra noi.

Tutto troppo grande, tutto troppo bello, tutto troppo difficile stamattina.

In quell’abbraccio che ti lasciava addosso l’odore di casa, mentre mi chiedevi l’ennesima prova di fiducia, confesso che mi sono molto perduta. Quando sei andata via non ti sei mai girata indietro, sono stata io, ferma lì sotto il cartello “accesso solo per i viaggiatori” a non saper andar via. Ti ho cercata con gli occhi fin che ho potuto; in tutti quei passi che ci separavano, ho rivisto tutti i saluti che ci siamo scambiate in questi anni ogni volta che ti ho vista andar via e mi è sembrato diverso. Ora ho lasciato andare la donna che è in te, la donna che sei diventata, quella che vuoi veder realizzata.

Mi hai chiesto tante volte: “Ce la farò?” e ti ho sempre risposto la stessa cosa: “Non ne ho il minimo dubbio”. Sei troppo forte, sei troppo brava per non essere capace di arrivare dove vuoi. E dove vuoi non è un posto lontano, piuttosto un luogo molto vicino a te; quello che ti permetterà di conoscerti a fondo, di farti misurare pregi e difetti e con queste certezze essere poi capace di affrontare quella vita che dovrà svelarsi davanti ai tuoi occhi con tutte le meraviglie che saprà regalarti.

Sei sparita e io vado via. Mi manchi già, mi mancherai sempre e allo stesso tempo sempre ci sarai. La mia tristezza in macchina colpisce anche Felice; sono sempre io quella dura, quella forte, ma sono anche quella che soffre e che troppe volte lo fa in silenzio. Perché le lacrime di una mamma non fanno rumore fuori dai suoi occhi, scavano solo solchi profondi nel cuore, ma non se ne lamenta. Sono quei solchi che rendono più semplice il cammino per i figli che sapranno percorrerli.

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