Una vita a foglietti

Roccapiemonte – Marco Marsullo presenta “I miei genitori non hanno figli”

marco 2Da Vivimedia

Le serate letterarie con le Associazioni Rosa Aliberti e Fedora ritornano. Per fortuna. Offrono sempre spunti importanti. Per il rientro è cambiato lo scenario: Hotel Villa Albani a Nocera Superiore, ma tra il pubblico si riconoscono molti degli affezionati  frequentatori.

Il libro che si presenta è di Marco Marsullo, I miei genitori non hanno figli,  (Einaudi Stile Libero). È una prima nazionale, e non è una novità, perché l’autore, anche essendo solo un “giovane” trentenne, già conosce l’importanza di questa platea. Lui, come dice Luca Badiali, presentatore della serata, “è ambasciatore di Rocca nel mondo”. Sa che il numero di persone che frequentano tali eventi da queste parti, non si trovano, in proporzione, in nessun’altra città.

Le aspettative per una bella serata dunque ci sono tutte e quando arrivo, con qualche minuto di ritardo, ho conferma che ancora una volta non mi sono sbagliata. Più di 100 persone, in un bel giardino come questo, con piscina e fontane, possono far quasi pensare ad un matrimonio, a una festa. E d’altra parte l’atmosfera che si respira è talmente gioiosa, da “amici ritrovati”, che quasi mi convinco che è stata organizzata una festa con amici e parenti e la conversazione sia caduta su un libro.

Mi riportano alla realtà i riferimenti e i ringraziamenti che Luca Badiali fa a Gaetano Fimiani, presidente dell’Associazione e primo responsabile di questi eventi, insieme con i collaboratori Antonio Pisano, Orlando Di Marino, Antonio Pagano e i partner della serata Area Blu edizioni, Grafica Metelliana, Galleria Fasolino,  Oneprint e la libreria Einaudi di Nocera Inferiore.

Ma sono momenti brevi perché l’aria che si respira è di estrema cordialità e quasi complicità.

Marco Marsullo infatti, conosce molti dei presenti perché il suo libro è stato già presentato nelle scuole, trattando  un argomento molto serio e attuale, rapporti tra genitori e figli, e le continue montagne da scalare che ci sono in amori così “innati”, ma anche così difficili da coltivare.

Anche io ho già letto il libro e sono arrivata qui con una serie di domande nella testa e con un’idea che cercava conferme o anche smentite. Quello che mi sono trovata di fronte fin dall’inizio mi ha un po’ “spiazzata”. Mi aspettavo un altro tipo di conversazione. Ma, come è giusto che sia credo, aspetto. Aspetto che alcuni dubbi siano chiariti, che alcuni atteggiamenti mi risultino più chiari. Insomma, guardo, ascolto e cerco…

Il libro ha come protagonista un diciottenne e quando Marco sceglie le pagine da leggere, mi chiarisce un primo dubbio: non è completamente autobiografico, ma quella conversazione è riportata quasi virgolettata, come quella che ha con sua madre tutti i giorni.

Tutti ridono ascoltando il timore di una donna per la sua gatta, per la sensibilità dell’animale nel capire che le sta finendo la scorta di cibo e quindi che resterà affamata e implicitamente abbandonata, e la colpa di tutto questo è solo di questo figlio sbadato a cui non si può chiedere niente! Inaffidabile ed egoista com’è…

Ma nel libro ci sono anche pagine diverse, come quelle che Luca sceglie di leggere e che raccontano di una casa, dei suoi tanti metri quadrati, che ad un certo punto diventano troppi, creando voragini di vuoti e di silenzi e così Marco ha l’occasione di dire che quel libro l’ha scritto per raccontare il “non detto” che occupa tanto spazio nelle famiglie.

In questa serata in cui sto guardando, ascoltando e cercando, ho ancora l’impressione che mi sfugga qualcosa. Un pezzo che mi dia l’immagine definitiva di ciò che ho davanti agli occhi, ma ancora non ci riesco.

Ascolto di quest’argomento così profondo, così vero, così delicato e di come ad ogni parola si associa una battuta, un diversivo: come un cameriere che ti porge il vassoio pieno, ma ti distraggono e quando ti rivolti è già vuoto. Questa sensazione mi accompagnerà per tutta la serata.

Molte cose si diranno ancora dell’autore: dei libri pubblicati e di quelli che già sono in cantiere, (parentesi con un altro editore perché a volte si guarda l’aspetto pratico!), delle citazioni di cui non ci si ricorda la firma e del “cuore in fiamme”, del miglioramento sulla lettura e sull’abbigliamento casual, tante cose davvero, ma la sensazione del “buco” non passa.

Quando si vive con così tanti silenzi, ti mancano troppi pezzi e forse arrivi a 30 anni avendone vissuti poco più della metà (sarà un caso che si scrive da diciottenne?). Marco parla tanto per sua stessa ammissione ma forse è il suo modo di sentirsi meno solo; si chiede ad alta voce cosa e come sarà un suo ipotetico futuro da padre, insomma l’impressione è che stia facendo delle domande anche ad altri, ma domande senza punto interrogativo e che dunque non ricevono risposta.

La serata finisce con grandi applausi, grandi sorrisi, libri come sempre tutti esauriti e autografi e dediche per tutti.

Il bravo ragazzo ha finalmente superato l’esame di Diritto Privato, quel mattone che pesa sull’equilibrio di famiglia come una spada di Damocle.

Io aspetto che la ressa sia finita, quelle domande ancora ce l’ho e risposte non ne ho trovate. Ma non sono abituata al silenzio, non mi piace lasciare le cose in sospeso  e vado a cercare i pezzi che mancano. E non solo a me, scopro. Dico a Marco che il suo libro mi ha mostrato non tanto genitori immaturi quanto persone immature. Non sapere chi siamo ci fa comportare da insicuri e deboli non solo nei panni di genitori, ma anche poco capaci a creare relazioni che siano d’amicizia o d’amore o sociali. Siamo incompleti e continuare a cercare fuori di noi ciò che serve o a scaricare sugli altri le nostre colpe, non ci permette di migliorarci.

Nel libro, come spesso dentro delle conversazioni, ci sono grida d’aiuto. Aiuti che hanno il volto di un  personaggio che sembra marginale, ma che rappresenta tutto il potenziale negativo che può generarsi dietro la spinta di comportamenti irresponsabili.  

Al suo interno molti spunti, molte occasioni, per questo forse persone esperte non se ne sono  fatte sfuggire la pubblicazione, ma quando si lanciano messaggi così importanti, bisogna anche mettere sul piatto della bilancia l’impegno “morale” che ci si assume in maniera più generale.  Se da questo testo cogliamo solo l’arte del cabaret di Marco, la possibilità di scaricare le nostre responsabilità sugli altri: “i figli  sono cattivi perché hanno genitori cattivi”,  abbiamo perso un’occasione.

Questo libro è molto di più.

Mi è mancato che nel corso della serata tali aspetti non siano emersi: sarebbe stato più utile a tutti.

L’autore-protagonista riconosce sottovoce il peso dei suoi silenzi in famiglia, della sua incapacità di cambiare una realtà che non è quella giusta o almeno non è l’unica che condividono i protagonisti, del non avere tutti gli argomenti  e le competenze per trattare in maniera più completa una problematica così grande, fondamentale come quella delle relazioni affettive; ma quella vocina “in sottofondo”, è rimasta troppo silenziosa.

Per questo credo che la serata, pur ottimamente riuscita, sia stata un’occasione non sfruttata appieno. Una di quelle che tante famiglie organizzano per dimenticare il litigio avuto ieri e che si ripresenterà domani, o come uno dei tanti amori “occasionali” vissuti per riempire serate o chat di un telefono invece di sedersi intorno ad un tavolo e permettere ad ognuno di esprimere punti di vista,  timori e bisogni.

Dopo una serata così, confesso di avere avuto grandi difficoltà a scrivere, così come ho avuto in precedenza difficoltà a mettere io pubblicamente sul piatto quelle problematiche. E me ne rincresce non poco. Mi verrebbe voglia di chiedere scusa.

Mi sono sentita molto “il genitore” che aspetta il figlio sveglio per guardarlo negli occhi e chiedere spiegazioni  sul bicchiere di troppo bevuto, piuttosto che aspettare che passi la sbornia e fingere di non conoscere il problema. O anche capire se davvero c’è un problema di cui parlare o solo voler regalare un bacio della buonanotte. In parole semplici, conoscerli prima di giudicarli e capire se quello che facciamo sia un buon esempio.

È questione di punti di vista, di curiosità, di bisogno, di verità, non so voi come lo chiamate: per me è l’unico modo di fare che conosco.

Appuntamento alla prossima serata, il 24 ottobre, quando si ritornerà con Marco Braico a Palazzo Marciani, Roccapiemonte, per scoprire una  storia di vita che certamente regalerà nuovi spunti, altre riflessioni; un’altra occasione per crescere e migliorarci.

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