Una vita a foglietti

Una lunga giornata di solidarietà tra mare, luoghi incantati e nuovi incontri

IMG_6966 Da Vivimedia

Il Sindaco di Accumoli Petrucci a Salerno ospite dell’Associazione Azimut e del Maric. Un’emozionante giornata di solidarietà e amicizia..

La minicrociera in Costiera con le barche Azimut

Abbiamo parlato spesso delle iniziative dell’Associazione Maric, movimento artistico che si ripropone di recuperare identità culturali e che, spinta dall’energico presidente Vincenzo Vavuso, ha deciso che la raccolta di fondi di questo primo anno di vita, dovrà essere destinata alla costruzione di una Casa della Cultura nel comune di Accumoli, uno dei paesi più colpiti dal terremoto del 24 agosto dello scorso anno.

Per raggiungere questo obiettivo sono state lanciate tante iniziative, tra cui un libro, “Oltre le pietre – Pagine di creatività per la nuova Accumoli”, e soprattutto si sono incontrate tante persone che hanno avuto modo di rendere concreto quello spirito di solidarietà che spesso è solo una parola, una speranza, ma che non trova facile riscontro nella realtà.

Tra quelle che Vincenzo ha saputo coinvolgere, c’è Giovanni Carrella, presidente dell’Associazione velica salernitana “Azimut”, che venerdì 15 settembre ha aperto le porte del suo circolo offrendo un giro in barca a vela a rappresentanti del Maric e ad una delegazione di Accumoli guidata dal sindaco Stefano Petrucci.

Così ci siamo ritrovati a Salerno in una bella giornata di un settembre ancora disposto ad offrire il suo contributo di sole, pronti per un’avventura nuova ed emozionante.

L’accoglienza di Giovanni è stata calorosa, degna del nobile e spettacolare intento della giornata.

Nell’attesa che arrivino tutti, facciamo un giro di perlustrazione. Insieme a Rosalia Cozza, componente del Maric, curiosiamo tra catene e funi e vedo un dettaglio di estrema contraddizione: tutte bianche quelle appese al sole e solo una nera. Regalo uno scatto a questo contrasto, così come rubo uno spicchio di mare che compare dietro gli scogli e che si mostra già accogliente e pacificamente in attesa.

Le barche che usciranno saranno due, per ospitare gli skipper dell’Azimut (Giovanni Carrella, con la sua barca dalla doppia bandiera italiana e borbonica, e Matteo De Santis), me e Salvatore di Vivimedia, e poi il “misto Maric con Accumoli”: Franco, Paola, Valentino, Salvatore, Gabriele, Gabriella, Stefano, Isabella, Rosalia, Luigi, Annamaria, Francesca, Cinzia.

La prima cosa bella è dare una mano a Matteo per salpare. Niente di eclatante, ma tenere una corda mi ha dato il piacere di sentirmi parte dell’operazione. Quando il nostro capitano ci porta oltre le acque calme del porto, scopriamo che per Valentino è in assoluto un battesimo del mare. Ma sarà bravissimo.

I primi momenti di viaggio cominciano a regalare racconti per tutto quanto ci circonda. Il nostro Cicerone ufficiale è Franco, ma Matteo e Luigi non sono da meno, con le loro esperienze aggiunte di uomo di mare e navigato ristoratore.  Il primo appunto è per il Crescent, l’ammasso di cemento che domina all’ingresso di Salerno: Matteo ci spiega che non era assolutamente così nel progetto originale, che voleva invece ricordare le Ramblas di Barcellona, ma che poi in corso d’opera ha subito tanti di quegli stravolgimenti da indurre il progettista iniziale ad abbandonare il piano di lavoro.

È bello ascoltare racconti e commenti, così, sulla leggerezza delle onde e con il vento che a me sembra portare vitalità nuova, pensieri da lontano e considerazioni che so che si nasconderanno da qualche parte e che poi saprò ritrovare.

Arriviamo a Vietri, alle sue ceramiche, alla prima delle tante cupole maiolicate che sono il segno distintivo delle chiese costaiole, a memoria del forte legame con il mondo arabo. Ma a Vietri ci sono “i due fratelli”, gli scogli “che ricordano i famosi Faraglioni”, frase che suscita qualche sorriso perché quelli di Capri hanno ben altra fama e statura.

Pur se minori, i “due fratelli” hanno una storia fascinosa che Franco prontamente ci regala: la storia di un fratello “Caino” e uno “Abele”, di un fratricidio, di un osso rivelatore, zufolante e parlante, di una giusta punizione e di un magica e familiare spuntar di scogli.

La storia ci cattura e in pochissimo tempo ci troviamo di fronte Raito, il cui nome ricorda i raggi del sole che sempre riesce a raccogliere dall’alto della sua collina. Luigi coglie l’occasione per parlare di una ricetta che è a sua volta storia di questi luoghi. Qui molti hanno vissuto di pesca e, quando il pranzo dipende dall’abbondanza della raccolta, può capitare che si torni a rete vuota e allora cosa si mangia? “Zuppa di pesce fuiuto”.

Il nome spiega già tutto perché in una zuppa di pesce l’ingrediente principale è ovviamente una bella varietà di pescato, ma se è “fuiuto”, vuol dire che non c’è. E come si fa? Pomodori, cipolle, pietre di mare per dare l’indispensabile sapore e pane raffermo che in casa non manca mai. E la cena è servita.

Gabriele e Stefano, pur essendo di Accumoli, hanno già dei ricordi della costiera visitati in tempi diversi, chi in vacanza da ragazzino chi per lavoro, ma dal mare non l’avevano vista mai.

Io guardo le meravigliose discese a mare, il territorio patrimonio dell’Unesco, le montagne maestose che ancora raccontano silenziose lo scempio del fuoco di questa estate e alle mie spalle la grande immensità di un mare che si fermerà ai piedi della Costa Cilentana.

E mi sento parte di una realtà che è la mia. Qui ci sono i miei colori, i miei odori. Se guardo con i miei occhi, vedo qualcosa che mi appartiene, ma, se mi sposto in quelli degli altri, non ci trovo riflesse le stesse cose. Mentre Franco elogia la capacità o forse la necessità che si è avuta in questi posti di rispettare l’ambiente con costruzioni adeguate memori di alluvioni e terremoti, Stefano Petrucci fa uno dei suoi primi commenti: “Noi siamo in alto, da noi allagamenti non possono esserci. Solo frane. E terremoti.” Un primo campanello, una scossa a quelle pietre che loro si portano dentro come un peso che non si scrolleranno mai di dosso. Ma è un attimo. Anche per lui, come per me poco fa, forse sono ritornati i suoi di odori, i suoi colori e probabilmente non combaciano. Siamo tutti qui a vivere una giornata meravigliosa, ma il nostro meraviglioso è necessariamente diverso da quello di persone che quotidianamente pagano il prezzo altissimo di una tragedia collettiva…

La barca procede veloce. Siamo a Cetara, con la sua famosa “colatura di alici”, il vecchio “garum dei Romani”, ricca di sapore ma nata forse soprattutto per nascondere il cattivo odore di alimenti, che andavano conservati per forza ma ancora senza metodi adeguati.

Tra un racconto e tante foto, ci avviciniamo all’altra barca dove si fa un brindisi a cui partecipiamo anche se a distanza di sicurezza. Un sorso di vino è piacevole; è un incontro, è un continuo raccontarsi e un bicchiere è di buona compagnia. Ulteriore buona compagnia.

Dopo le torri di Erchie, compare Maiori, forse l’unico paese che non regala particolari emozioni visto che qui, dopo l’alluvione del 1954, l’uomo ha approfittato per edificare costruzioni di ogni genere che le hanno tolto la classica particolarità di tutti i paesi della costiera.

Poi Atrani, salotto buono di Amalfi, e la mitica Repubblica marinara che si offre meravigliosa anche dal mare. E qui si ricordano le rivalità, soprattutto con Pisa, e la regata storica che ancora adesso le quattro città si contendono. E l’albergo dei Cappuccini (con il chiostro all’interno uguale a quello della cattedrale), dove purtroppo morì Salvatore Quasimodo. Quel racconto serve per sottolineare che in paesi come questi, bellissimi da visitare, per chi ci vive ci sono complicazioni di ben altra natura da affrontare, come il pronto intervento in casi di problemi di salute. Matteo, da buon medico, sottolinea come per un periodo ci siano state le ambulanze del mare, mezzi veloci di soccorso che potevano garantire primi interventi e spostamenti rapidi verso gli ospedali più vicini. Ma anche questo è un servizio che si è perso. Mancanza di fondi. E cerchiamo di non cadere già nelle polemiche.

Da lontano gli isolotti de “Li Galli” sembrano invitare come una sirena col suo canto e noi non sappiamo sottrarci a quel fascino e alla possibilità di poter vedere l’ultima perla della costiera: Positano. Le sue classiche casette sono messe tutte in discesa in una specie di danza pittoresca e suggestiva.  E nello stesso tempo sembrano essere davvero la fine di tutto perché, dopo quegli agglomerati, non c’è più traccia di vita. Solo una lunga strada che porta alla penisola sorrentina. Immense rocce solitarie ma che hanno una bellezza nonostante la loro invivibilità. Sembra che vogliano ricordare che sono loro a comandare, sono loro a decidere dove e come ospitare quell’uomo che non sempre è in grado di riconoscere quel gesto di accoglienza che la terra concede. Siamo ospiti e non padroni, ma questa lezione è troppo dura da tenere a mente.

Al contrario l’isola de Li Galli, che fu di Nureyev e Eduardo De Filippo, è ricca di vegetazione. Qui è Matteo a darci altre notizie. Non è più possibile gettare l’ancora nei suoi paraggi. È disabitata e sono in pochi a potersi permettere il suo utilizzo. Uno di questi, anni fa, è stato l’imprenditore russo Abramovich per la festa di fidanzamento con la modella Naomi Campbell, ma questi sono una parte della vita social che si vive ogni stagione in questi magnifici luoghi.

Nel frattempo, anche se non possiamo fermarci, ci concediamo un giro attraverso i tre scogli che caratterizzano l’isola. Dall’interno dell’insenatura Matteo ci mostra la Chiesetta dove si possono anche celebrare matrimoni e noi continuiamo a restare affascinati dalla bellezza dei luoghi, dai giochi che la natura si è divertita a compiere con quelle rocce, una delle quali sembra il corno di un rinoceronte.

Ora vediamo ben distinti i Faraglioni di Capri e riconosciamo anche a chilometri di distanza la loro maestosa imponenza. Voltiamo le spalle ai Faraglioni e a “Li galli” e iniziamo il viaggio di ritorno.

Ci sono momenti che devono essere di pausa. Le parole si consumano in silenzio e facilmente sono prede della brezza che le porta via come qualcosa di cui si può fare a meno.

Ora però, cambiando rotta, il vento lo abbiamo lasciato alle spalle. Sembra quasi un pronti via, il comando che stavamo aspettando per affrontare discorsi che vogliamo sentire, curiosità che vogliamo soddisfare.

Ora le onde ci cullano, il panorama ha già avuto ogni forma di commento e allora solo il rumore del motore resta tra noi e la storia che stiamo aspettando. La barca non ci ha concesso il piacere delle vele, il tempo è breve, ma speriamo in nuove occasioni.

Le nuvole che si appoggiano sulle cime delle montagne mi sembrano come i pensieri che comunque affollano la mia testa: ci sono, tolgono un po’ di luce, ma sono solo contorno in un azzurro troppo più grande di loro. Creano ombre, ma non oscurano il sole.

Senza nessun ordine preciso, ci ritroviamo tutti seduti insieme. Siamo sempre gli stessi, sono ore che stiamo chiacchierando ma adesso sembra arrivato il momento di raccontarci altro. Stefano diventa l’interlocutore più loquace. Adesso parla l’uomo che si è trovato sindaco in un momento storico particolare e particolarmente tragico.

La prima frase che mi colpisce è “Dovrebbero chiamarli i signor no”. Il riferimento e non l’allusione è per quanti si nascondono dietro il continuo negare ogni iniziativa.

“A nessuno piace governare perché se lo fai devi decidere, è molto meglio fare opposizione perché lì, l’unica cosa che devi fare è appunto, dire no”

In lui è cambiata la postura e la voce quasi. Parla con noi in questo mare azzurro interrotto dai colori dei surfisti che sfrecciano tra le onde, ma non è proprio qui. Nei suoi occhi ci sono quei momenti che ne hanno generati altri altrettanto difficili. Dopo la tragedia ti devi scontrare con un altro muro che non è fatto di detriti cascati, ma di una burocrazia che crede di dover risolvere problemi pratici nascondendosi dietro le scrivanie che raccolgono tutte le scartoffie che lei stessa genera.

Al suo racconto di Sindaco si mescolano i ricordi di Stefano padre di una famiglia che ha dovuto “dimenticare” per giorni e settimane. Lo scontro tra il dovere di padre e marito e quello del responsabile di una comunità che si è trovata senza domicilio e con pochi punti di riferimento.

“Un uomo solo al comando…” Gli chiedo come ci si sente quando quella politica che si sceglie di fare e che spesso è solo un concetto astratto e lontano dalla realtà, ti obbliga a sentirsi sommerso di tutta la responsabilità reale di un paese da gestire, da risollevare, da indirizzare verso un nuovo futuro che è tutto da ricostruire. E non si parla solo di mattoni e case. Stefano sottolinea come la realtà di Accumoli, come quella di tanti altri paesi limitrofi, fosse già difficile prima del sisma. L’economia che va a rilento… i giovani che scappano da luoghi che non offrono opportunità… il suo compito oggi non è solo lottare per avere le case provvisorie piuttosto che le tende, o nuove stabili abitazioni per chi rimarrà, ma pensare anche a come ricostruire una realtà sociale ed economica che possa giustificare la presenza di case che non diventino solo ricoveri per anziani.

E allora la rabbia sale ancora più grande quando pensi a queste esigenze e ne devi parlare con chi invece non capisce la gravità del tuo discorso e soprattutto non ha competenza del ruolo che ricopre. Stefano di nomi ne fa tanti: ognuno ha avuto in questa storia pregi e difetti, ma sarebbe bello che qualcuno desse a lui la possibilità di dire a tutti chi ha fatto bene o male. Certo è che fa rabbia pensare che ci sono stati esponenti del Qatar che si erano offerti di stanziare cinque milioni di euro per la costruzione di un polo Universitario in quei luoghi e che qualcuno per incompetenza o superficialità li ha fatti restare solo un sogno irrealizzabile. Cinque milioni di euro. Io penso al lavoro immenso che il MARIC sta compiendo da un anno per raccoglierne almeno trentamila e mi si appesantisce il cuore. Per assurdo Stefano ribadisce che non sono mancati i fondi stanziati, la difficoltà è tutta nella possibilità di spenderli.

Descrive la Protezione Civile come un esercito disarmato: fino alla gestione dell’emergenza tutto perfetto, dopo, diventano burattini imbalsamati impossibilitati a fornire l’aiuto pratico per andare avanti.

Ora capisco come mai il sorriso che lo ha accompagnato non è mai stato assoluto. Forse capisco anche come mai non vedevo nei loro occhi la stessa meraviglia che accompagna noi nel vedere uno dei luoghi più belli al mondo. Loro sono qui perché hanno lasciato alle spalle un cumulo di macerie che in gran parte sono anche rimaste tali. Una condizione di dolore che ti ha anche concesso altre cose belle, ma te le fa vedere senza mai concederle del tutto.

Conosco questa condizione: essere sempre sospesi tra gli opposti. Mi ritornano in mente le corde tutte bianche e quell’unica nera in mezzo. Nulla può essere tutto.

Il silenzio è sceso tra di noi, ma in tutti c’è l’eco della forza di quelle parole. Mi giro e guardo la scia che lasciamo alle spalle. È un mare argentato, è un colore pieno di ricchezze che appartengono al passato ma che non devono essere dimenticate nel presente. Ci siamo e ancora abbiamo cose da portare a termine.

Contro il buio c’è la luce. Contro le scosse della terra c’è la forza delle rocce. Contro la paura della fine c’è la prova della vita.

Sono passate ore di mare, di racconti, di storie che potevano non raccontarsi e che invece hanno trovato voce. Un racconto di mille pensieri, di tanti ricordi, di punti di partenza diversi ma non proprio sconosciuti.

Un incontro che ha regalato qualcosa ad ognuno di noi, come la gioia di poter ammirare questa meravigliosa natura che non smette mai, però, di ricordare che è lei ad ospitarci. Ed è lei la più forte.

Una natura che ha nascosto il suo profumo in una camicia che se n’è impregnata, come un salvadanaio che ha protetto un piccolo tesoro. Ed è bastato tenerla in mano pochi attimi, perché mi svelasse di nuovo la ricchezza che conteneva.

 

La manifestazione serale di moda e solidarietà nella sede Azimut al Porto Commerciale

Ore 19.00. Al Circolo velico Azimut di Salerno, sito nel Porto Commerciale al Molo Manfredi, è cambiata l’ora, cambia la luce, cambiano le persone e cambia anche l’atmosfera.

Siamo nello stesso posto di stamattina e tutto sembra diverso. Solo le barche e il loro ondeggiare nelle calme acque del porto è identico a quello del mattino. Le nuvole, che ci hanno seguiti tutto il giorno, continuano a fare da cappello alle montagne senza osare scendere oltre, per non rovinare una serata così speciale.

Ci accoglie una musica in sottofondo, si vedono giacche e cravatte e signore eleganti: è il momento conclusivo di questa giornata dedicata al MARIC e alle sue iniziative solidali.

Ad aprire la serata il padrone di casa Giovanni Carrella, che si mostra entusiasta per l’occasione ricevuta di poter ospitare amici che hanno sofferto da poco ciò che noi abbiamo conosciuto molti anni fa. L’esperienza del terremoto non è cosa che si possa dimenticare, per cui è con immenso piacere che, insieme al Sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, consegna a Stefano Petrucci, sindaco di Accumuli, un assegno a nome della sua Associazione, permettendo il superamento dei ventuno mila euro nella raccolta del Maric per la Casa della Cultura ad Accumoli.

Stefano è seduto in prima fila. Ha l’aria stanca, ma non credo che sia per le fatiche della giornata. Sta girando l’Italia in lungo e in largo portando il suo silenzioso grido d’aiuto ed è spesso obbligato ad essere sotto i riflettori; qualcuno sgomita per ruoli del genere, lui ci si è trovato suo malgrado e non è la stessa cosa. Accetta con commozione l’ennesimo segno di solidarietà ricevuto nel suo peregrinare.

In segno di riconoscenza, egli porge al Presidente Carrella un gagliardetto e un libro sulla storia di Accumuli, dove si racconta della Torre Civica e del Palazzo del Podestà, una volta vanto di Accumoli ed oggi rimasti solo un ricordo. Sono gesti semplici, un piccolo scambio di doni che però hanno al loro interno un valore immenso. Giovanni ne resta molto colpito. Alle vere emozioni non ci si abitua mai.

Poi Franco Bruno Vitolo, presentatore della serata e pilastro del Maric, invita Vincenzo Vavuso a fare il suo saluto.

L’energia che sprigiona è camuffata dall’andirivieni che fa di fronte al numeroso pubblico, a cui vorrebbe dire tanto, ma allo stesso tempo non vuole togliere tempo ai tanti momenti che ancora dovremo vivere.

La passerella su cui passeggia infatti, ospiterà la sfilata di moda curata da Teresa D’Amico, altro membro del Maric, scrittrice e poetessa oltre che titolare a Cava de’ Tirreni di un negozio di moda (Anter). Con i suoi abiti, i suoi colori, i sorrisi delle giovani modelle, che sfilano per gioco e non per mestiere, cerca di portare un po’ di leggerezza, anche se gli argomenti che si trattano sono di natura tutt’altro che lieve. “Noi giochiamo con la moda perché così la viviamo”.

In maniera del tutto sorprendente, scopriamo che la camicia che Vincenzo Vavuso indossa, come quelle di alcune modelle, sono state “colorate” proprio dal suo genio: un nuovo stilista che nasce?

Ma il centro della serata è il libro “Oltre le pietre” (Ed. Arti Grafiche Boccia): pubblicazione frutto della collaborazione di diversi artisti, che, appunto ognuno nel proprio campo, hanno cercato un modo per raccontare il terremoto sì, ma anche la speranza che deve nascere dopo la tragedia. E vi si trovano narrazioni, poesie, quadri, sculture, fantasie che sono diventati capi d’abbigliamento che sfilano sotto i nostri occhi.

Alcuni di questi brani vengono letti da Franco Vitolo con la sua solita capacità di aggiungere visioni alle parole. Si avvicina a loro anche Rosalia Cozza, scrittrice, fotografa e dunque protagonista del Maric. Ma in tanti hanno voluto dare un contributo per la riuscita della serata. Tra questi ritrovo Luigi e Giuseppe, titolari dei ristoranti Il Cantastorie e Il Pescatore di Vietri sul Mare, che hanno offerto il buffet per gli ospiti del circolo.

Franco Bruno chiede a Stefano se può leggere dal libro la lettera da lui inviata per raccontare Accumuli e per ringraziare il Maric, ma con un semplice gesto della testa egli fa intendere che non è il momento di aggiungere altri ricordi e rispettive malinconie.

È seduto davanti a me e di fronte abbiamo il lento ondeggiare delle barche: l’immagine è dolce, tranquillizzante, ma non so se è proprio quella che sta guardando. È come rivivere un altro momento della giornata: esserci fisicamente, ma mancare nello spirito.

Dure le esperienze di fronte alle quali la vita ci mette. Dure ma non insuperabili.

C’è una frase che Franco ha pronunciato e che mi piace riportare. È un detto indiano di alta saggezza: “Se aiuti qualcuno ad attraversare, quando arrivi avrai fatto qualcosa anche per te, perché sarai anche tu dall’altra parte”.

Ecco lo spirito di questo gruppo: ti aiutiamo per aiutarci. Migliorare è un bene per tutti.

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