Absolutely… Ennio Morricone
Torno a scrivere delle Corti dell’Arte a distanza di anni e, tranquilli, sono mancata io e non questa splendida manifestazione.
L’occasione arriva a stanarmi un po’ da questa sorta di clausura che non mi sono imposta, semplicemente serviva alla mia vita, ma è altra storia.
Eppure, che il legame con la musica e le emozioni di questo evento fossero ancora solide, lo avevo avuto giorni fa, quando un breve messaggio mi ricordava che sarebbero ritornati a Cava Paolo Monaldi, Francisca Berton e il loro gruppo di Flamenco, che vedrò stasera: troppo belli per pensare di perderli. Ma prima arriva un regalo per la serata di Morricone…
E torna tutto: il Chiostro di Santa Maria del Rifugio, il cielo poco stellato, offuscato dal caldo opprimente di questa estate, il sold out e il silenzio…
Absolutely… il titolo della performance di Gilda Buttà al pianoforte e Luca Piccini al violoncello.
Non sono semplici interpreti della musica del grande maestro, sono stati suoi compagni di viaggio e ciò che sanno, non nasce solo dalla lettura degli spartiti.
Mi immergo dentro quei suoni, con la solita certezza di non avere conoscenza ma solo sensazioni e la musica che arriva, non vuole portarmi da nessuna parte, piuttosto sembra voglia consegnarmi la sua origine, trascinarmi in quel vortice di emozioni dove è stata generata, nei tormenti o nelle gioie che hanno bisogno di esprimersi e lo fanno abbracciando note tra di loro: ritrovarsi nello stomaco che assorbe quei sentimenti o dietro i vetri di una finestra da cui forse vedi cadere la neve…
Che non ci sia bisogno di parole ce lo ricordano anche loro, dopo un breve spazio descrittivo che conclude così: “… non parliamo, suoniamo…”
Si accomoda al violoncello che sembra macchiato, quasi vecchio, ma lì, su quelle parti scolorite, battono dita a creare suoni diversi da quelli delle corde e dell’archetto. Uno strumento che pretende di essere molto di più, fino a svegliare il pianoforte e quelle note portano lontano, in un altra parte del mondo, dove il bene e il male, come sempre, si confondono e provano a prendere il sopravvento, ma non c’è mai nessuno che vince definitivamente.
Cosa significa aver vissuto accanto a un uomo che, di sicuro, è stata una forza e, alla sua scomparsa, credere che tanta potenza possa andare perduta?
Ma quella luce lì, quella bellezza lì, quelle anime lì, difficilmente possono essere oscurate.
E la prova è questa musica lasciata in eredità, che regala ancora tutta la sua vitalità, come un bambino di fronte alla libertà dei propri giochi: si ferma, riparte, rallenta. Allo stesso tempo puntiglioso e dolce.
Le corde parlano; tra le vetrate del convento, figure spezzano l’oscurità con fasci di luce, o è solo impressione?
La musica ci circonda, ci viene a cercare con prepotenza, sembra quasi un tamburo quello che esplode dalle corde del violoncello.
Poi tutto si calma. C’è un momento in cui il fruscio del ventaglio sembra coprire le delicatissime note del piano che stanno parlando di una grande storia, della quale riviviamo le sensazioni di dubbio, lo smarrimento, la grande felicità, l’amore e la delusione. Tutto torna: la grazia e la violenza, la paura e la sopravvivenza.
Grazie.
