L’Originale e l’Adattato di Salvatore Capasso

Il pezzo che seguirà queste poche righe di presentazione, sono a firma di Salvatore Capasso e sono la versione originale prodotta dopo il viaggio in Giappone con il Gruppo di Sbandieratori dei Città de la Cava in occasione dell’EXPO di Osaka 2025.
Arriva sul mio blog perché in un altro luogo qualcuno ha messo mano su quel testo e lo ha contaminato, rendendolo altro, senza preavviso e senza meritarlo soprattutto.
Ci sono pensieri che nascono in un Tempo vissuto e in uno Spazio che non si può modificare, perché il Tempo e lo Spazio dei sentimenti ha un senso diverso da quello pratico della materialità delle esigenze quotidiane.
Può capitare allora che un racconto partorito dall’esperienza del cuore, venga adattato allo Spazio di una pagina di giornale e al Tempo che si può ritenere necessario per leggerlo e quindi tutto si comprime, si trasforma in base a nuove urgenze, ma il risultato cambia.
Ciò che era non è più. Ciò che aveva un significato che permetteva, nella lettura, di riascoltare il battito di quel cuore che aveva vissuto l’afa, la partecipazione, il sudore, la meraviglia, la gioia, la speranza, viene smorzato e non vale più né lo Spazio che occupa, né il Tempo per seguirlo.
Ma quella storia merita di essere pubblicata nella sua versione originale e quindi quello Spazio e quel Tempo glielo concedo qui, con onore e gratitudine, perché aggiunge bellezza. Grazie

Rievocare sensazioni, riordinare fatti, pensieri, stabilire ordine e priorità. Sono passate settimane, ma una piacevole foschia ancora avvolge i ricordi del viaggio in Giappone, smorzando luci al neon e sapori non ancora familiari, confondendo gli estremi dei voli interminabili, levigando spigolose interazioni, alleggerendo le bandiere e l’afa che, inarrestabile, continuava ad inspessire calzamaglie e vestiti.
Rarefatta sazietà, alimentata non solo dall’appagamento di aver portato a termine un compito importante – essere colore, movimento, arte, per occhi assetati di mondi lontani e diversi – ma per aver avuto la possibilità di sentirsi parte di un mondo speciale, quasi fuori da spazio e tempo, che può rappresentare tutto ciò a cui dovremmo aspirare.
Con un rapido sguardo alle lunghe code all’ingresso, avanzando nella sonnolenta ma già viscosa aria di Osaka, protetti ancora per poco dall’aria condizionata dei nostri van, è stato facile intuire che l’Expo, qui, può assumere un significato più ampio. Non solo è una fucina di opportunità e possibili collaborazioni per tanti addetti ai lavori, ma è, per la gente del posto, un’occasione unica di conoscere, o riconoscere, culture lontane ed affascinanti, raccontare ai propri figli di quella volta in Europa, dei netti profili dei palazzi rinascimentali e delle contorsioni di quelli barocchi, o della trascendentale potenza di un paesaggio sudamericano e del sorriso dei suoi abitanti. Percependo questo sottinteso, il compito di uno sbandieratore si arricchisce di una piacevole responsabilità; portiamo al mondo le tradizioni della nostra Cava, il rigore storico e il folklore. E portiamo, stavolta, anche il più sincero ed autentico racconto di un modo di fare rievocazione, un rumoroso e colorato testamento sull’essere italiani, non impartito da un pulpito o da un palco, ma vissuto, condiviso in una piazza tra migliaia di corpi e sguardi. Sorrisi e stupore reciproco, per quanto alte possano volare le bandiere, e quanta gioia esse possano portare.

Abbandonati i nostri freschi e comodi trasporti, passati i controlli di sicurezza e l’autorità dell’enorme statua del guerriero Gundam, attraversiamo la rigorosa e rigogliosa foresta di travi e colonne (nuki, giunti tradizionali) che sorregge l’anello in legno che cinge l’intero Expo, diretti al padiglione italiano. Padiglione anch’esso con scheletro in legno, ma diafano nelle sue tamponature, respirando gli spazi esterni ma proteggendo le preziose installazioni che hanno viaggiato migliaia di kilometri per lasciare attoniti gli spettatori – chi resisterebbe ad un Cristo Risorto del Michelangelo, o ad un autentico Caravaggio? – e gli amanti della logistica – chi si giocherebbe la carriera per un mignolo saltato in un trasporto così complesso?
Il benvenuto della Prof. Rossella Menegazzo, sapiente curatrice della cultura al padiglione Italia, e il supporto dei suoi stupendi ragazzi, Giulia e Samuel, in particolare, ci fa sentire un po’ più a casa, inquadrando la voglia di nuovo e diverso in una struttura organizzativa, tuttavia umana, che è sempre benvenuta quando c’è da performare in occasioni tanto importanti. Pochi altri convenevoli, e si torna fuori, con i responsabili logistici dell’esibizione per la giornata dell’Italia, prevista per l’indomani.
“Nessuno si esibisce sull’anello, ma per voi abbiamo pensato a qualcosa di diverso”. L’entusiasta direttore ci accompagna sul Grand Ring, marchio dell’intero complesso espositivo, un diaframma tra Expo e città, al contempo protezione ed apertura, definizione e libertà compositiva. Sono da poco passate le 9, ma la temperatura è già altissima; mentre percorriamo l’anello, si forma prepotente l’orgogliosa visione, dal basso, dei drappi contro il cielo, una fotografia sovraesposta dove il debole contrasto confonde bordi e forme, ma ne imprime saturi i colori. E non c’è tempo per preoccuparsi del vento, della luce accecante o del caldo asfissiante, anche perché altri pensieri si fanno avanti. Allungando lo sguardo sulla cittadina di padiglioni, un’oasi di collaborazione, di condivisione di spazi e tradizioni, si assapora una felicità amara. Quanto manca al mondo reale lo spirito dell’Expo, e quanto manca all’Expo la durezza della realtà? Siamo capaci di grandi cose, insieme, ma non oltre questo anello. Ma questa è un’altra strada, e non è il momento per percorrerla: i coordinatori ci accompagnano alla piazza dove si terrà l’esibizione, già isolata e delimitata, con spazi dedicati a stampa e pubblico: proprio come si racconta, alla nostrana arte di arrangiarsi qui corrisponde in maniera eguale ed opposta un rigore che tutto governa, ed è non meno affascinante. Misuriamo con i nostri strumenti la piazza – corpi di sbandieratori e… altri corpi di tamburini – e torniamo alla base, pronti per il prossimo impegno.
La curatrice, infatti, ha organizzato un’esibizione promozionale alla stazione centrale di Osaka, altro varco multidimensionale di una società che vive sull’orlo tra frenetica follia e immutabili sistemi di usanze incorruttibili – chissà che gli uni non siano causa degli altri. Sospesi su un ponte continuamente trafitto da treni lenti e veloci, ci aspettano già ammassati ad uno spazio risicato tantissimi curiosi. Per quasi un’ora, instancabili applausi per ogni voluta disegnata dalle bandiere, per ogni cambio di ritmo dei tamburi.

Un entusiasmo tanto contagioso che annulla la quarta parete. Non hanno mai visto niente del genere qui, e neanche noi, probabilmente. Ed allora viene naturale provare a lasciare un ulteriore ricordo indelebile per piccoli e meno piccoli, facendogli provare l’ebrezza di passare dal nostro lato, e cimentarsi con i nostri vessilli. Una bambina coraggiosa si convince a lasciar andare le braccia della madre e a prendere la bandiera a questi omoni colorati. Mano salda e polso fermo, i suoi svolazzi infiammano il pubblico. E seguono altri volontari, ragazze, ragazzi, signore, signori, tutti con lo stesso sorriso e con la reverenza di chi sembra stia maneggiando preziosa porcellana. Ma piombo e legno molte volte perdonano, si flettono accogliendo strattoni ed errori, e danno un’altra possibilità. Dopo una lunga sessione di foto e di sentiti ringraziamenti, i nostri sorrisi tradiscono invece la gratitudine nei confronti di questo molto-più-che-pubblico.
Tra una esplorazione di prelibatezze locali guidata più o meno sapientemente da fini palati del gruppo, ed una passeggiata nei vivissimi quartieri centrali di Osaka, è già tempo di dirigersi nuovamente all’Expo, pronti a sfilare per la nostra giornata nazionale. Come il giorno precedente, le file all’ingresso sono lunghissime, e c’è già un significativo assembramento di fronte al padiglione Italia. Il nostro solito rito preparativo, calzamaglie, camicie, vestiti e nodi, è accompagnato da una crew di fotografi e videomakers, e per una volta può essere l’onesto figurante a ricevere attenzioni da star del cinema, anche dietro le quinte. Ciò che si nasconde dietro le ironie che questa situazione suscita, è la certezza che niente è lasciato al caso. Sfiliamo fuori dal padiglione, e l’atmosfera della stazione del giorno precedente è come moltiplicata in numeri ed intensità. Centinaia di sorrisi ci accompagnano mentre saliamo sull’anello, anche se ne abbandoniamo la protezione per offrirci ad un sole impietoso, che fiacca i muscoli e appanna il giudizio.

Ciononostante, gli occhi dell’Expo sono puntati su di noi, e un cartellone che reca “Amiamo Italia”, insieme all’entusiasmo degli spettatori, reintegrano le energie che ad ogni esercizio venivano dimezzate, tendendo alla resa senza mai raggiungerla. Arriviamo finalmente alla piazza, oggi gremita, e dopo una breve pausa per rifocillarci siamo di nuovo in moto, pronti a riprendere l’esibizione. Lo spazio è ampio, curiosità e stupore accompagnano i primi lanci, trattenendo il fiato quando le bandiere si sfiorano leggere in aria e rilasciando felicità e diaframma quando trovano la mano dell’alfiere ad aspettarle. E lì, al centro di quella piazza, si percepisce ogni vibrazione della folla, quasi fosse sintonizzata con la tensione di nervi e muscoli di chi fende lo spazio mirando alle corde dell’animo, tutt’uno musici e strumenti, bacchette e tamburi, sguardi e colori. Un gran respiro per prendere fiato, l’approvazione dei nostri connazionali in servizio, e l’applauso chiude un’esibizione memorabile.
Non è ancora finita, c’è una delegazione in arrivo, che nel pomeriggio farà convergere sul padiglione Italia tutte le iniziative di quella giornata, che in contemporanea prevedevano altri incredibili dimostrazioni delle arti Italiane all’interno dell’auditorium dell’Expo. Tra foto di rito e incontri istituzionali, un’ultima esibizione, di fronte al padiglione ed alle autorità italiane e giapponesi, suggella il successo della giornata dell’Italia ad Expo2025. Un successo che gli Sbandieratori Città de la Cava possono fare proprio, perché partecipato in prima linea, frutto non solo di una identità mai scesa a compromessi, ma di un contenuto umano sincero e condiviso, rigoroso ma mai distaccato, simbolo di una storia che diventa patrimonio tangibile solo se condivisa, solo se coinvolgente e coinvolta. E in un paese che vanta tradizioni millenarie e suggestionanti, aver registrato tanto entusiasmo e apprezzamento, tanto tra gli organizzatori quanto tra il pubblico, è una soddisfazione che aggiunge valore ogni passo fatto con lo stesso, convinto ideale di appartenenza ad una comunità che ha contenuti che meritano questi palcoscenici. Eppure, spesso, si fa di tutto affinché il contenuto, qualsiasi contenuto, sia manipolato da pochi, per l’interesse di pochi altri.
Ma forse è una strada che non è il momento di percorrere. Questa è solo una storia di bandiere e tamburi, di un gruppo antico, di calda aria viscosa e caratteri al neon, di sorrisi, felicità e sudore, e di un paese lontano, in un anello magico dove tutto scorre senza attriti.

Bravissimo. Sembrava di esserti accanto mentre vivevi questa magnifica esperienza. So cosa significa viaggiare con gli Sbandieratori e vedere negli occhi e nella voce di chi ci osserva la meraviglia e l’ammirazione per le nostre esibizioni.
Sono felice(!) di averti tramandato questa passione, orgoglioso di quel che sei e della tua mente così geniale.
❤️