Un pezzo di strada

Ti capita a volte di percorrere pezzi di strada e accorgerti poi che tanti dettagli ti sono rimasti dentro.
A me è successo ieri, in una giornata che mi ha offerto due saluti in chiesa.
Il primo di mattina, con l’omelia che sottolineava il mistero della morte, di quanto sia difficile per noi comprendere il suo profondo messaggio e l’altro, che mi ha mostrato la forza della fede di fronte alla morte.
Eppure mi sembra che tanto sia accaduto in quel pezzo di strada, uno spazio breve per accompagnare una bara bianca da una casa vissuta poco negli ultimi anni, e una chiesa troppo piccola per contenere tutti i presenti.
Quel cammino è stato silenzioso.
Un pomeriggio in una città rumorosa che sembrava aver spento la sua acustica.
Negozi chiusi o saracinesca a mezza altezza in forma di rispetto e volti appena affacciati dietro le serrande perché il dolore, a volte, richiede curiosità, seppur rispettosa.
L’unico rumore è l’abbaiare di due cani, ma forse è solo il loro saluto che non sappiamo interpretare.
Neanche l’asfalto si presta al rimbombo eventuali dei passi, come se tutto fosse sospeso, come se anche i nostri corpi avessero perso peso e ingombro in quel cammino.
E il cielo è azzurro ma non terso; le troppe lacrime versate da qualche parte devono essere evaporate.
Poi il caldo. Le mani che si intrecciano diventano scivolose, come se dovessimo essere soli, ciascuno a interrogarsi sui propri sentimenti, sui propri pensieri.
Solo dietro la bara, in prima fila, due corpi resistono nel loro abbraccio: Antonio e Anna, i genitori di Martina.
Il loro è un dolore forte, ma è anche un dolore conosciuto, aspettato forse, già vissuto per lunghi anni.
Un dolore che hanno deciso di vivere nel conforto della Fede, quella che può ricomporre pezzi di cuori distrutti e permettergli ancora di respirare, di aspettare nuovi giorni, di scoprire ancora cosa ha in serbo per loro quel domani che Martina non vedrà. Non da qui, non con loro.
Martina, di cui non posso parlare, non ho avuto occasione di conoscerla, eppure il suo volto, che mi si è mostrato sul letto di casa, quando non poteva più cogliere il mio saluto, mi è rimasto negli occhi come una foto che sorprende, che svela qualcosa che non conoscevi prima.
Un viso nuovo in cui non ho ritrovato nessun ricordo vecchio.
Dura un Tempo quel cammino, quell’ultimo breve viaggio, quell’ultimo pezzo di strada che abbiamo percorso insieme.
Il Tempo, questo concetto prezioso e indefinibile che non impariamo a gestire quasi mai, che imploriamo o condanniamo, senza trovare quell’equilibrio che invece lui ci mostra sempre: il Tempo è qui, Il Tempo è ora.
E io mi prendo quest’occasione che diventa gratitudine, perché, ancora una volta, guardando con gli occhi che voglio utilizzare, anche se pieni di lacrime umane, lacrime di mamma, ma che mi permettono di “sentire” forme di dolori diversi, che questa famiglia ha già vissuto in passato. Un dolore che pesa sulle spalle di nonna Giuseppina, ma che già ripaga nel bambino che tra qualche giorno porterà nuova vita a tutti loro.
E il mio grazie va a questi due giovani genitori che sono stati forti, fortissimi nella loro esperienza, che hanno fatto una scelta e l’hanno seguita con coerenza, cosa mai scontata di fronte a vissuti del genere, ma neanche alla vita in generale.
Essere insieme, lo hanno fatto negli anni passati, quando forse avvertivano più solitudine che non in questo pomeriggio, e lo hanno fatto ancora adesso, in quel banco che li ha accolti soli ma, appunto, insieme. In due il peso si può condividere meglio se si bilancia e non si cerca di affondare l’uno o l’altro, questo è un grande esempio.
Lo avevo scritto per un’altra bara bianca pochi giorni fa, una bara con un’altra storia ma che ha avuto lo stesso epilogo, giovani vite interrotte: non serve la rabbia di fronte a qualcosa che non puoi cambiare, serve l’Amore, sempre.
A caldo è difficile a volte cercarlo, ma quel Tempo, quell’amico/nemico Tempo, ha sempre le risposte e ce le porge, finché noi non saremo in grado di leggerle.
Grazie.
