Un tramonto troppo giovane

È l’8 di agosto e si dovrebbe essere a mare; di sicuro in vacanza dovrebbe esserci questa marea di ragazzi che invece invade il sagrato di una Chiesa.
Sono qui per Maria Benedetta, che ha deciso che le vacanze sono finite per sempre, come la scuola, i sogni, gli abbracci, e il sorriso sarà per sempre quello della foto scelta da mettere sulla sua bara.
Solo 15 anni e hai deciso di spegnere l’interruttore.
Quanto ci vuole a prendere una decisione del genere? Credo molto più dei 15 anni che avevi cara Maria Benedetta, eppure ti è bastato questo tempo per spingerti a scegliere quella strada lì, quell’ultimo volo, forse per sentirti, finalmente, davvero libera.
Non posso raccontare la tua storia, non conosco la tua quotidianità, ma io ero qui, davanti a questa tastiera anche 11 anni fa, mentre parlavo di Simone, tuo padre, e cercavo di capire la sua di storia: oltre quella che la cronaca voleva raccontare.
Da allora una considerazione non mi ha mai lasciata: quanto conta per un figlio il pensiero di un papà che si uccide a differenza di un papà, forse, ucciso?
Ma non c’è tempo per tutto questo, c’è una funzione che inizia, ci sono emozioni che si rincorrono ovunque in questa affollatissima chiesa dove, come sempre in circostanze del genere, domina quel punto interrogativo, quel dubbio su ciò che si poteva fare, Se c’era qualcosa da fare.
Eppure siamo immobili nei nostri comportamenti.
Il prete dall’altare deve ancora ricordarci di spegnere i cellulari e la prova del nostro non saper ascoltare, di non essere presenti a noi stessi è sempre in agguato: passano pochi minuti per sentire i primi squilli di un mondo che avremmo voluto fuori da qui, ma che entra prepotente, non invitato ma forzatamente presente.
Abbasso lo sguardo; le nostre perenni contraddizioni ci inseguono, ovunque.
Tutto si svolge così, come in una bolla d’aria rarefatta e con una commozione che cresce a dismisura.
Da qualche parte mi arriva l’immagine di un Simone sorridente, come se adesso, dopo tanti anni, potrà prendersi di nuovo cura della sua piccola. Un Simone che sembra essere anche nel banco in prima fila, nel viso identico di Francesco, una somiglianza che mi trapassa il cuore.
L’omelia del prete è un invito per i tanti giovani presenti: parlate, urlate, chiedete.
Mi chiedo: sanno cosa chiedere? Sanno dare un nome a quella cosa che a volte ti riempie lo stomaco, ti annebbia la mente, ti oscura la luce?
E noi grandi, quando pure ascoltiamo qualche segnale d’allarme, siamo preparati, siamo abbastanza forti da farci carico anche del peso delle vite altrui?
Lasciamo da parte quello che si dovrebbe fare, siamo in grado di farlo?
Siamo connessi con noi stessi al punto tale da poter consegnare la nostra frequenza anche a questi figli e riportarli a galla?
Eppure questi giovani hanno i loro pensieri. Arrivano in quattro, un foglio condiviso che leggono alternativamente, per alleggerire un’emozione che li devasta.
Poi un’altra ragazza, forse l’amica del cuore. Sono profonde le sue riflessioni. Non sembrano quelle di una gioventù debole, piuttosto di una generazione che arriva già etichettata e che spesso soffoca sotto il peso delle tante sovrastrutture che gli infiliamo addosso col primo vestitino che gli facciamo indossare.
Poi il saluto, l’abbraccio ad una bara troppo fredda, troppo dura, troppo ostile per quelle tre anime che cercano di farsi forza provando a immaginare che, in quell’abbraccio, tu ci resterai per sempre piccola Maria.
Vai via, a ricevere il saluto dei tamburi del tuo gruppo di appartenenza, inondata da lacrime e un dolore che cresce come una tempesta che si autoalimenta mentre attraversa i cuori di ogni presente e devasta tutto ciò che incontra.
Resto indietro. Guardo i tanti fiori bianchi che ora sono al posto della bara. Su una colonnina c’è ancora la tua foto, un sorriso meraviglioso, fresco, che avrebbe potuto ancora illuminare il mondo, ma che hai scelto di voler conservare così.
“Non ti giudichiamo”, così ha detto la tua amica e “… non ci sono colpe…”, sono d’accordo.
Non ci sono giudizi né colpe ma ci sono insegnamenti cara Maria, cari ragazzi tutti.
Quale lezione non abbiamo imparato se siamo ancora di fronte a una bara?
Non possiamo evitare la Morte, saremo sempre in sua compagnia, ma impareremo a vivere la Vita prima di lasciarla andare via?
Se riusciremo in questo compito, allora non conterà l’età di chi si adagia nel letto finale, conterà solo la sua capacità di aver saputo vivere il Tempo che le è stato concesso.
Ci hai dato un’occasione cara Maria Benedetta, un’occasione che hai pagato a caro prezzo. Speriamo di saperne fare tesoro, speriamo di non sprecarla confondendola dentro sentimenti di odio e rancore che non ci porteranno lontano.
