Una vita a foglietti

Ad Illica, per la posa della prima pietra della Casa della Cultura, voluta dal MARIC

In quante frazioni di secondo può capitare di decidere se essere in un luogo o no? Pochissime. A me è andata così. Una chiamata di Vincenzo Vavuso giovedì e venerdì mattina, di buon’ora ci siamo messi in viaggio.

Ero con i rappresentanti, dal Salernitano, del MARIC, quel movimento di cui adesso si parla un po’ di più, fondato e soprattutto sostenuto da quel Vincenzo Vavuso che anni fa aveva fatto a qualcuno una promessa: “vi costruirò una Casa della Cultura”. E adesso andiamo proprio lì, ad Illica, frazione di Accumoli per festeggiare la posa della prima pietra, idealmente, perché i lavori sono ben più avanti.

Un viaggio che per me inizia con tante cose sconosciute nella testa; non conosco i miei compagni di viaggio a parte Vincenzo, sua moglie Isabella e suo figlio Vittorio. Non conosco il posto dove stiamo andando, non ho mai visitato quei luoghi né primo né dopo il tragico terremoto del 24 agosto del 2016.

Non so quasi nulla di pratico, ma conosco benissimo quel sogno, quella testardaggine, quella voglia di mantenere fede ad una parola che sicuramente era partita da un’emozione fortissima scattata di fronte a quel disastro, ma che non si è mai spenta con gli anni. Nonostante le difficoltà e soprattutto la certezza che non era una promessa di poco conto. Era un impegno gravoso, difficile e credo che un po’ tutti quelli che sono passati vicino a Vittorio in questi anni, hanno creduto che non ce l’avrebbe fatta. Ma a lui questo pensiero non è mai venuto. Ed è per questo che oggi siamo in autostrada, per vedere con i nostri occhi ciò che si sta compiendo.

La giornata è fredda, la strada è lunga, ma tra le compagne di viaggio, oltre a Patrizia, Teresa, Fabio, c’è Nuccia, che ha strette collaborazioni “in alto” e ci promette che non pioverà, sulla nostra destinazione finale, fino alle 16 del pomeriggio, ora in cui dovrebbe essere tutto concluso. E sarà così. Per cui grande rispetto per lei.

La cerimonia non sarà tra pochi amici, anzi. Ad Illica arriveranno personaggi importanti, dal presidente della S.S. Lazio Claudio Lotito, ad Antonio Taiani, Presidente del Consiglio Europeo.

Quando stiamo per arrivare a destinazione, vengo rapita da quelle montagne, da quelle strade strette, che in qualche modo già mostrano il loro pudore, il desiderio di rimanere quasi inviolate, ma che poi sono rimaste violentate da uno starnuto della terra, da un moto di rabbia forse, verso l’incuria che mostriamo per lei. Ma adesso non c’è ancora traccia di tutto questo. C’è silenzio, c’è pace. E c’è Vincenzo che con la sua solita naturalezza mi chiede: “Paola, se Stefano (ndr Petrucci sindaco di Accumoli) non ha ancora organizzato niente, vuoi presentare tu?”. E cosa pensate che si possa rispondere a uno che ha fatto tutto questo, un no? Accetto, anche perché amo le cose semplici e non mi faccio troppo condizionare dall’esterno. La mia vita è fatta molto di “dentro”. Prendo il quaderno nuovo preso in prestito da mio figlio per l’occasione e scrivo l’ordine di presentazione. Quando ci fermiamo ad un mini centro commerciale, possiamo respirare quell’aria fredda, ma secca, che risveglia i muscoli un po’ intorpiditi dalle lunghe ore di viaggio; incontriamo un gruppo di amici del MARIC arrivati da Rimini e scopro un bel container con la scritta “Comune di Accumoli”. Mi tornano subito in mente le parole di Stefano Petrucci, quando ci siamo conosciuti la prima volta e, in uno scenario completamente diverso, su una splendida barca a vela  ospite del MARIC a Salerno, parlava dei suoi problemi, delle difficoltà di seguire le esigenze della gente e allo stesso tempo scontrarsi con la burocrazia che impantana tutto. Ecco, la visione di quel container, di quella sede, mi rende tangibile il senso di quella frase. Non perché i bei comuni d’epoca che sono in tante città italiane diano immediatamente risposte ovviamente, ma perché immagino sia difficile concentrare un luogo operativo con le necessità di un tale territorio in quei pochi metri quadrati. Ma questo è. E sarebbe stata una delle prime rivelazioni del lungo giorno.

Alla fine di un’ennesima salita, vediamo con i nostri occhi quella costruzione che avevo già ammirato in foto. Insieme a bandiere che sventolano, macchine di carabinieri e gruppetti di persone. C’è Stefania, un’altra artista del MARIC arrivata da Firenze e poi un’immensità, un panorama sgombro, oserei dire “un vuoto”.

Facciamo qualche passo. Incontriamo Florian, un giovane ragazzo dagli splendidi occhi; quanti anni ha? Non lo so, potrebbe essere coetaneo dei miei figli, ma chissà perché credo che la sua anagrafica non coincida con il peso della sua esperienza. Camminiamo insieme e passiamo davanti a cumuli di macerie di cui ci parla“Questa era la casa verde”. Ora c’è molto grigio e dei fiori a ricordare la giovane turista spagnola morta sul balcone di quella casa. Ci descrive la scena, il braccio che tendeva verso il fidanzato che si trovava in strada e che non ha fatto in tempo a riabbracciare. Lo fa quasi con tranquillità o è rassegnazione, non lo so. O è solo la trasformazione che le scene hanno avuto dentro l’azzurro di quegli occhi che forse si saranno un po’ scuriti in questi ultimi anni, ma che continuano a guardare quelle stesse scene, sovrapponendole ad un passato che ha conosciuto e che non rivedrà. La piazza, la scuola, la villetta di cui io fotografo solo il cancello rimasto in piedi.

Torniamo indietro, la banda del I° REGGIMENTO GRANATIERI DI SARDEGNA, guidata dal Maestro Luogotenente Domenico Morlungo, comincia a regalarci note del loro repertorio. È una strana emozione quella musica così patriottica, così solidale da ascoltare in mezzo al quasi nulla. Ci avvicinano delle donne. Conosciamo Alessandra e l’altra signora con la camicia a fiori e il grande sorriso di cui mi sfugge il nome perché mi sono rimasti impressi gli occhi lucidi e le parole di ringraziamento. Per essere lì. Per non averli dimenticati.

Qualcosa si muove ancora un po’ alla bocca dello stomaco, ma tra una folata di vento e un’altra, arrivano gli ospiti attesi. Le televisioni nazionali catturano le prime parole dell’illustre politico, e scopriremo poi, che in alcuni TG resteranno solo quelle, senza nemmeno citare una parola sul contesto, sul perché di quella presenza. Magia e potere dell’informazione.

Poi il taglio del nastro all’ingresso della Casa della Cultura, una costruzione finalmente in legno, in quei posti così ballerini; è ancora incompleta, gli operai stanno lavorando ancora adesso, senza finestre, col vento che si auto invita, facendo svolazzare capelli irrequieti e portando via qualche parola.

Il microfono in mano mi consente di accennare a quella marea di emozioni che mi pervade e che penso sia sentimento comune e dagli interventi che ascolteremo, ne avrò solo conferma.

Per un evento patrocinato dal Ministero della Difesa, parla per primo Stefano Petrucci, con la sua fascia tricolore, a ricordarne il ruolo istituzionale, poi Claudio Lotito, non solo presidente della Lazio come detto, ma anche della Salernitana, squadra della città dove il MARIC è nato e che, con i suoi rappresentanti sia della squadra femminile che maschile, con alcuni suoi tifosi, ha voluto essere non solo presente qui, ma ha contribuito praticamente con una corposa donazione. Lotito quando prende la parola, è già molto emozionato. Quando ricorda le sue origini di Amatrice, le parole si spezzano in gola. I ricordi dell’infanzia, dei luoghi in cui è cresciuto, del padre, lo prendono. Sarà breve, ma vero.

È poi il turno di Alessandro Carosi, Presidente dell’Associazione Illica Onlus, che sottolinea la personalità di Vincenzo, la sua forza che è diventata esempio per tutti. Anche il breve intervento dell’Avv. Ciccone di Salerno, conferma il concetto. Vincenzo gli si era rivolto per la costituzione del movimento e lui fu uno dei primi a cercare di farlo desistere, ma, come realizziamo, per fortuna non ci riuscì.

Queste sono già state un po’ le “testimonianze presentazioni“ per Vincenzo Vavuso, Sottufficiale dell’Esercito Italiano e presidente del MARIC. Nel suo intervento, in breve accenna alle difficoltà che ha incontrato, ma più che le salite, lui racconta le discese. La Società di costruzioni che ha donato oltre 40.000 euro, e tutta quella somma impensabile che è riuscito a mettere insieme per vedere oggi “un nuovo tetto” ad Illica, come ha testimoniato un’altra delle poche residenti in paese.

L’ultimo intervento è ovviamente per il Presidente Taiani. Cambia la mano di chi usa il microfono, ma non cambia il sentimento. Non ci sono più le parole del politico che tutti gli altri ascolteranno in tv, ci sono i ricordi, l’appartenenza, l’importanza delle regole. Fa riferimento alla divisa che Vincenzo ha indossato, a come lui stesso, figlio di militare, sia vissuto in caserma e quindi perfettamente consapevole di quel senso del dovere che ti spinge a guardare gli altri come persone e non come cose da usare. La sua vicinanza a quelle zone, a quella tragedia che gli ha fatto dedicare la Presidenza Europea a questi luoghi, e di come abbia deciso di devolvere la somma del Premio Carlo V consegnatogli dal re di Spagna, di 30.000 a tre paesi in difficoltà, tra cui Accumoli.

E l’uomo che stava parlando, non ha avuto difficoltà a confessare la sua emozione nel vedere Lotito “verso cui è aumentata la mia stima”, così colpito e partecipe, e la caparbietà di quest’uomo in divisa che ben rappresenta e che fa onore al corpo militare di appartenenza.

Dopo la benedizione del parroco, si apre ufficialmente il buffet. Quasi tutto preparato dalle signore del luogo! Quelle poche famiglie che ancora sono “gli abitanti in sede” di Illica.

Usciamo di nuovo all’aria aperta. Come promesso da Nuccia, il tempo ci assiste. Penso che sia forse ora di rimetterci in viaggio, ma apprendo che abbiamo altre soste da fare e una è nella zona rossa di Accumoli.

Non so se provare vergogna per essere stata contenta di vedere quei luoghi, o se devo solo riconoscere che guardare con i propri occhi è un’opportunità unica. Opto per la seconda e, di nuovo in macchina, riprendiamo la salita. Questo pezzo di strada somiglia molto al precedente, ma qui si incontrano camion di operai al lavoro e un posto di blocco. Non c’è libero accesso e quei due militari messi lì a tutela di qualcosa che ancora non so come sarà, mi fa ripensare alle immagini trasmesse di qualche anno fa, quando di soldati in giro se ne vedevano tanti, quando questi luoghi così riservati, sono stati offerti, loro malgrado, agli occhi del mondo. E tutti guardavano, cercavano, parlavano… e poi sono andati via. E sono rimasti questi due militari che ci fermano per un riconoscimento e ci lasciano passare.

Di macerie ne ho viste diverse. Il terremoto dell’Irpinia, la Calabritto che già da lontano mostrava come fosse caduta in ginocchio, con le sue case a pezzi e la devastazione ovunque. E associo il tempo che non ha cancellato quelle ferite, ai container ancora presenti in tante zone, e l’anno prossimo saranno 40 anni dall’80! Ma camminarci dentro adesso, con i miei anni in più, con la maggiore consapevolezza di quello che può rappresentare una tale devastazione, mi ferisce un po’ più in profondità. Il nostro accompagnatore è Michelangelo; la sua famiglia, moglie e figlie erano qui nel momento del disastro. Ci racconta di quello che c’era, la panetteria, il bar..

Guardo cose, oggetti, e quel panorama che si rivela dove prima non era possibile ammirarlo.

Sapete, ricordo che nelle prime immagini che mandarono all’epoca, c’erano ovviamente le testimonianze di quelle vite interrotte, di come tutti fossero stati sorpresi nella loro intimità, senza preavviso e come tutto fosse stato lasciato al caso. Nella brutalità dell’accaduto tutto era “normale”. Ma vi posso assicurare che adesso, quegli oggetti lasciati lì, a cui si è aggiunta la polvere, la ruggine, le cose sembra che abbiano assunto una forma diversa, un altro significato. Come il termosifone arrugginito che pare una spina dorsale malandata, o il garage che ha ancora le conserve, le provviste di casa sugli scaffali, o le buste d’acqua rimaste nell’arco che forse faceva da deposito al fornaio. E le ciabatte non più in primo piano, quelle che erano vicino al letto e che forse non sono state indossate e che ora spuntano in parte sotto altre macerie, insieme ad asciugamani.

Cosa ci fa quel peluche di scoiattolo da solo in mezzo alla strada? E che senso ha quel contatore illeso ancora ben fisso ad un muro che non riparerà più nessuno? Ma un oggetto mi colpisce come un pugno nell’occhio. È una calcolatrice posta nello spazio dove era il forno, la salumeria del paese. È all’interno della zona recintata, dove non si può entrare, è una di quelle che si usavano al banco per fare i conti più lunghi a volte, ed oggi è qui. Sta davanti a me su questo cumulo di pietre e polvere in maniera quasi sfrontata. Sembra quasi pulita, lucida nel suo colore argentato. La guardo, la fotografo e le chiedo “perché tu sei qui, così in primo piano, con l’aria da sopravvissuta in mezzo a questo mortorio?”

Non mi risponde, ma la sua presenza mi ricorda freddi calcoli, numeri che si sommano e conti che spesso non tornano per tutti allo stesso modo. La lascio lì, ricordandole che ho la prova della sua esistenza e che vorrei aver la possibilità di controllare cosa farà in futuro.

Michelangelo intanto ci ha portate nei pressi del Comune, della sua torre imbracata, tenuta da cavi di acciaio e poi, alle sue spalle, in quella che doveva essere una strada, c’è una nuova montagna, ma di cemento e pezzi di vita abbandonata che sbarrano il cammino.

Siamo completamente perse. Continuo ad affacciarmi dentro spazi che rivelano sempre lo stesso caos, ma in mezzo ad un silenzio totale. Una contraddizione forte se pensi alla confusione che invece guardi.

Mi giro verso l’orizzonte. Un albero sbuca davanti ai miei occhi. È solo un tronco. Non ha foglie non ha tutti i rami, solo uno ed in me prende vita. Lo vedo come un uomo fermo al margine della strada che tende l’unica mano che gli è rimasta. Io non so fargli promesse, ma lo catturo per sempre nella memoria della mia macchina fotografica. E quando mi giro per guardare ancora, ne vedo un altro di albero, che ha difeso il suo spazio in mezzo alle numerose pietre che gli hanno posto intorno. Lì ci sono le sue radici, quello è il suo posto e lui continua a dare frutti.

Una telefonata ci fa ritornare verso il parcheggio dove non c’è più nessuno, solo Alessandro è rimasto ad aspettarci. Sarà lui a riportarci giù, con la sua guida lenta, la voce calma mentre ci racconta altri piccoli dettagli di quella terra, di quei giorni, dello sciacallaggio che pure c’è stato, della difficoltà di credere che quella montagna possa ritrovare ancora quella vecchia vita.

L’ultima tappa, molto a sorpresa, è un ristorante. Pensavamo che il lauto buffet fosse più che sufficiente, ma non è così.

Lunghe tavolate, persone che fino a qualche ora prima erano totalmente sconosciute, si ritrovano in conversazioni quasi familiari. Lotito e sua moglie sono ancora con noi, come i pochi abitanti di Illica e Stefano Petrucci, ma non c’è nessuno che sottolinea un titolo o un’appartenenza. Siamo persone che si sono trovate e ritrovate. Ci hanno offerto le loro specialità, i loro sorrisi, la loro accoglienza e le loro emozioni.

Quando ci alziamo per salutare, si avvicinano alcune persone del luogo. Parlano a Vincenzo come se fosse colui che davvero adesso, può tutto. Gli confessano le loro esigenze, le richieste fatte e che sono ancora in attesa di una soluzione e Vincenzo cerca di spiegare come la macchina pubblica sia lenta e complicata mentre un privato può avere qualche possibilità in più.

All’improvviso una delle signore mi mostra un foglio. È una casa. È la sua casa. Era la sua casa. Prendo in mano quella foto. La guardo ancora e la interrogo: “Ma per caso è una delle case di Illica?” Lei con gli occhi lucidi mi dice di sì. Io guardo ancora quel cancello e ho quasi timore a parlare, perché quel cancello io l’ho fotografato poche ore prima. Ma era solo un cancello. Lei mi guarda e accenna un sì con la testa. Fisso ancora quel disegno, ripenso a ciò che invece ho guardato e un altro pezzo di cuore mi resta lì per terra.

Restituisco quell’immagine che io ho immortalato nel dopo e che adesso mi si è presentata col prima. Ripenso agli occhi di Florian, alla sua Casa Verde, alla signora col sorriso che è stata l’unica ad avere salva la sua casa e che tranquillamente dice “Se venite vi ospito io”. Penso ad Alessandra che continua a dire grazie, come tutti gli altri del posto. A Michelangelo, Vanessa, Alessandro, alla loro giovinezza e alla forza che hanno per continuare a difendere le vecchie tradizioni, all’appuntamento per la sagra della pecora del 17 agosto, alla tenacia con cui continuano a fare progetti. A dispetto di tutto.

Il viaggio riprende. La pioggia si ripresenta, ma adesso le spetta. Un arcobaleno ci accompagna per molti km ed è sempre un bel vedere. Si aspettano le reazioni “del mondo” a questa giornata. Alle notizie, ai giornali, agli spazi più o meno grandi che le dedicheranno. Ma l’immenso grazie a Vincenzo Vavuso, non lo potrà negare nessuno e il suo esempio speriamo sia contagioso come una pandemia.

A me restano questi fogli dentro cui ho cercato di mettere qualcosa di molto grande che ho provato, di emozioni che la gente sa offrire quando la vita ti mette a dura prova e alla certezza che “toccare con mano”, quando è possibile, ti fa percepire la realtà in maniera diversa. Non migliore o peggiore, semplicemente tua.

Ed è su queste esperienze  che bisogna cercare di costruire vite diverse, un po’ più attente, più dedicate anche agli altri, perché davvero, l’altro, a volte lo diventiamo noi.

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