Una vita a foglietti

“In nome del figlio” dalla XVIII Rassegna Autunnale Arte Tempra

Imperdibile… Super bello…

Questi alcuni degli aggettivi che hanno accompagnato il pomeriggio che precedeva la replica dello spettacolo “In nome del figlio” della XVIII Rassegna autunnale del teatro Arte Tempra.

Non mi sono meravigliata più di tanto, perché, anche se ho saltato un anno, purtroppo, di questo appuntamento, so quanta qualità possiedono e soprattutto cosa sanno esprimere. Arrivo dunque con grande curiosità, con il piacere di riabbracciare la signora Clara Santacroce, che ha curato la regia dello spettacolo con la collaborazione di Giuliana Carbone, e Renata Fusco, coreografa, che saluterò solo alla fine, quando di parole me ne saranno rimaste davvero poche. Solo quelle per ringraziarle e spero, nelle prossime righe, di spiegarvene il motivo.

Puntualissime si spengono le luci in sala; una musica delicata, corde dolcemente pizzicate ci accolgono e ci invitano a calmare gli ultimi brusii. Si apre il sipario e una scena scarna, con soli quattro cubi si presenta a noi. Ma il fondo illuminato verso cui si dirigono corpi morbidi, con abiti neri e lunghi, anonimi e seducenti, senza fronzoli ma a sottolineare coloro che rivestono, fa da contrasto all’immagine che vanno a formare. Braccia protese, dita aperte come rami di un albero. Forse è proprio un albero quello che vanno a ricreare: albero magico, albero di vita.

In scena ci saranno Giuliana Carbone, Brunella Piucci, Luciana Polacco, Lella Zarrella, Antonietta Calvanese, Maria Carla Ciacio, Manuela Pannullo, Carolina Avagliano, Danila Budetta, Martina Cicco.

Sono tante, sono forse poche, saranno personaggi singoli ma saranno tante donne insieme. Non serve dire di ognuna quale parte interpreterà: saranno donne e racconteranno storie. Storie di vita, storie intime, storie di tutti i giorni…

La scoperta di una nuova vita: il ventre che diventa terra fertile e all’improvviso il mondo cambia. Giusto tenerlo? Giusto abbandonarlo? Dilemmi, “…paura non degli uomini, e nemmeno di Dio, ma di te bambino…”. La paura di una madre nel sentirsi forse un domani rinfacciare la scelta di quella nascita o il rimpianto di non averla concessa. “Vuoi vivere? Come fai a parlarmi? Sei già vita?

Chi risponde a queste prime domande?

E poi ancora una maternità. Questa voluta accettata desiderata. Ma c’è lo scontro col mondo. Una correzione su un foglio che sottolinea dati anagrafici e se da signora si passa a signorina, gli sguardi e i modi cambiano. Non sei più una mamma normale, “…tuo figlio sarà un bastardo”.

Ognuno di quei corpi avvolti nel nero dell’abito attillato, si muove da solo, ma le altre partecipano in un silenzio parlante. Ci sono con lo sguardo, con la mente, ci sono con il cuore. Quei racconti non sono mai di una sola donna. Appartengono a tante e lo fanno sentire.

E i consigli sul “ripensamento”. Come fa il commendatore, datore di lavoro: “ti rovinerai la carriera”. Lo fa l’uomo con cui lo hai concepito, “divideremo la spesa a metà”, lo fanno “gli altri”, che pensano ad un figlio come ad un impedimento. E tu li hai considerati questi “altri” nella tua vita precedente? Era quello che ti aveva scelto per le tue qualità o per la disponibilità del tuo tempo? Era l’uomo che amavi, con cui volevi condividere la vita quello che ti chiede se “ti sei disfatta della cosa?”

Domande.

E considerazioni. “Nulla è peggiore del nulla” “Chi muore è anche nato” “Temo il niente” “Ho paura di far nascere un figlio…” perché potrebbe soffrire la fame, potrebbe ammalarsi, potrebbe dover combattere guerre. Ma sono paure che non prevedono soluzioni? Perché non credere che qualcuno possa sfamarlo, che altri possano curarlo. Perché non augurarsi che proprio QUEL FIGLIO, potrebbe evitare una guerra!

E dunque: perché nascono i bambini? L’unica risposta dovrebbe essere per amore, ma sappiamo bene che non è così. Spesso è per caso e nel caso non c’entra niente l’amore. Uno stupro, un contraccettivo sbagliato, una distrazione da sbornia… o una nuova vita voluta e creata per uno scopo preciso. Un distributore automatico di organi! Un nome, Anna Fitzgerald, o meglio la sorella di Kate. Quella nata per “salvare” Kate. Una necessità, un estremo atto d’amore di genitori che non vogliono perdere una figlia; ma hanno saputo guardare alla nuova vita creata come un vero essere che, oltre a pezzi di ricambio, era fornita anche di sentimenti? Una simbiosi. Kate non vive senza Anna e Anna non sarebbe stata necessaria senza Kate.  “I nostri figli non sono i nostri figli”, urlano le voci sullo sfondo.

Il concetto del possesso, la percezione di qualcosa di cui possiamo e dobbiamo disporre. Ma per capire quei perché dobbiamo essere in quelle condizioni? Conosciamo davvero la paura, lo strazio e il dolore per un figlio che ti muore tra le braccia? La realtà di una diagnosi e il timore per le parole pronunciate. Dettagli di una malattia tremenda, sofferenze e testimonianze di un calvario che non si può cambiare. La morte che fa paura e per evitarla tutto sembra lecito.

A chi il compito di formulare la risposta giusta?

Cambia la musica, cambia la donna. Ha un velo sul capo, le note che l’accompagnano sono di un altro continente… è un’altra storia ma è sempre una madre. E qui il figlio è nato, ha un nome, Farid, ma sta lottando per non morire. La sua non è una malattia, sta combattendo contro le peggiori piaghe dell’uomo: la cattiveria, la violenza, l’egoismo, la sete di potere e di denaro. Lui fugge dalla guerra, lui credeva di correre verso un destino migliore. La donna prova a raccontare una fiaba “…quella del bambino che diventerà grande…”, ma si rivelerà falsa perché quel bambino, creatura di sabbia e non di mare, non sopravviverà. Inutile il tentativo di tutte di unirsi per riproporre quell’estrema presenza di un battito cardiaco: si sale, si scende, ma alla fine sarà solo immobilità nella grande solitudine del mare. Un mare che racconta la sua forza in un abbraccio, che avvolge quel corpo per trasportarlo fino a riva. Terra o solo fondo?

Domande… la realtà è la foto di un bimbo in maglia rossa riverso su una spiaggia. Lui ha toccato terra, noi siamo sprofondati in basso.

L’amore è una prigione? L’amore è solitudine? L’amore è come le corde del liuto: sono tutte separate ma è insieme che regalano la musica più bella.

E le musiche che accompagnano le nuove storie sono proprio così: leggere, meravigliose, calmanti. Sono giuste e necessarie perché, almeno io, sono sconvolta. Il sangue circola male ed è difficile staccare lo sguardo da quel palco. C’è ancora una buona notizia. Quella dello scandalo, quella della scelta pura, quella della dedizione e della fiducia assoluta: Miriam e Josef. Come difendere quella donna, peccatrice agli occhi del suo mondo e assolutamente santa per chi l’ha prescelta? Come raccontare la gioia che supera la paura, come trasmettere la fiducia che nasconde il pericolo. La calma di lei, l’ansia di lui. Accuse che fortificano;  la grazia di una donna che è forza per affrontare il mondo.

Qual è il punto di vista dell’uomo? È più comodo essere uomo o donna? Il mondo è stato costruito dagli uomini per gli uomini, ma essere donna non è tanto affascinante?

“Lotterai… ma perderai” “Battersi è molto più importante che vincere

Ma una donna è solo madre? Un figlio è depositario di tutte le energie di una donna? Quante paure si nascondono dietro il desiderio di maternità? E quando i figli arrivano da stupri, anche di gruppo, cosa si deve fare? Denunciare? Si trova la forza per affrontare il dopo?

Un’altra donna inizia la sua storia. Ci guarda bene in volto, i suoi ricordi sono un po’ confusi “…come sono arrivata su quel furgone? Ci sono salita o mi ci hanno portata?”

Il sangue che circolava male si è decisamente fermato. Quella donna riversa su uno dei cubi ci sta descrivendo la ferocia dei suoi aggressori, degli uomini che la stanno violentando. Uno due tre… , sigarette bruciate addosso, viso sfregiato e la paura la vergogna lo schifo la rabbia l’impotenza… . Piange, urla e tutto quello che sta provando penetra nel corpo di ognuno.

Siamo sfregiati, violentati, impotenti  schifati e arrabbiati. Ma noi siamo solo seduti a guardare.

Fino a quell’estremo grido “Sono malata di cuore” che in qualche modo frena le bestie che la stanno possedendo tra insulti e offese. L‘abbandono in un parco, strade percorse inconsapevolmente ma che la portano davanti alla caserma dei carabinieri. Restare quasi ipnotizzata a guardare quel luogo che dovrebbe significare protezione e giustizia e pensare invece che sarebbe difficile raccontare quanto accaduto. Umiliante scorgere sorrisetti su quei volti di uomini e rispondere a domande su dettagli che di certo non vuoi ripercorrere. E la scelta finale: vado a casa.

Ma davvero un uomo può ridere di fronte ad una violenza? Ci ho pensato e confesso di aver provato un senso di vergogna per gli uomini presenti in sala. Non è un’offesa. Forse è la consapevolezza di aver mostrato, in una eccellente vera finzione, cosa significa quel genere di prepotenza, quell’aver raccontato cosa si infligge ad una donna che ha la sola colpa di essere finita nelle mani sbagliate. Orrore. Solamente assoluto orrore. Perché la strada giusta è sempre quella della denuncia, ma la vittima non dovrebbe diventare colpevole…

Anche Anna decide di denunciare: sua madre. Per l’ennesima richiesta: un rene. Madre e figlia contro. Distanze che si moltiplicano. Sguardi da estranei.

Giusto, ingiusto? Bene, male? Giorno, notte? È la vita che oscilla tra questi estremi e l’ago della giustizia dove si fermerà?

Un’altra giovane donna. L’accento diventa straniero. Lei il suo bimbo lo ha fatto nascere, ma non glielo fanno tenere: piange sempre. Piango oggi perché non ho il mio bambino, ho pianto in passato per la morte di mio padre, per la durezza di mia madre, per quell’uomo che mi ha violentata tante volte e che mi ha dato questo bambino. Non sono una puttana. Quanto dolore c’è ancora in quelle parole?

La risposta questa volta la trovo negli occhi di chi non sta recitando. Queste scene le hanno vissute e ripetute innumerevoli volte, di certo. Sanno ogni parola, ogni movimento, ogni inflessione della voce, eppure hanno gli occhi lucidi. Questo non è solo uno spettacolo, questa è la vita. Quella definizione “inidonea” ancora ferisce chi l’ascolta. La nostra vita è breve e a volte contribuiamo a renderla ancora più breve con azioni superficiali; la giovane madre porta il suo bambino in riva al mare e, col sorriso sulle labbra, diventano pesciolini con le ali.

Maria è diventata madre. Maria è diventata consapevole del destino di suo figlio ed è difficile accettarlo. È la madre di ogni madre, ma in quel momento è colei che sta partorendo un figlio di cui conosce il destino.  Jeshua sarà il suo nome” e il pentimento per un orgoglio che ora si trasforma in terrore. Una madre che avrebbe voluto per suo figlio un destino semplice, umile, anonimo. Una madre che avrebbe voluto vivere suo figlio.  Lo sforzo, la paura, il cuore che scoppia e in aiuto arrivano i cuori di tutte le altre. Un battito, tanti battiti, una sofferenza, tante sofferenze. “Sei nato…” e tutto si ferma.

Cambio di donna e quel passaggio di un attimo, dura 33 anni. Maria è invecchiata, la consapevolezza è diventata certezza, realtà. “La mia scelta non è stata la più importante; lo è stata anche quella di mia madre, perché siamo anelli di una lunghissima catena…”

La morte avverrà, con colpi di chiodi che frantumano ossa, con frustate e il corpo lacerato e denudato. Non ci sono scene a rendere visibile la Passione, ma la raccontano il volto e le parole di una madre. La crocifissione che diventa croce per l’altra. Così si pone Maria al centro del palco, a braccia tese e gambe ben piantate. Tutte le altre anime, tutti quei corpi leggeri, le si incastreranno intorno, con nuovi rami e forti radici, a ricomporre l’albero della vita. L’albero delle donne, quelle che hanno un compito unico: dare la vita.

Non ho molte parole da aggiungere. È uno spettacolo che mi ha lasciata scossa e silenziosa. Non credo sia importante riportare i titoli dei brani a cui ci si è ispirati, dalla Fallaci, a De Luca o a Jacopone da Todi. Ognuno ha raccontato uno spezzone di vita, storie che sono stati lampi in una notte buia, incubi dentro sogni agitati. Ma la cosa che resta è che sono storie vere. Il dilemma dell’essere madre, la paura e la ricerca ossessiva, gli errori e le gioie, l’amore e l’indifferenza.

In quella parola, mamma, c’è  l’essenza della vita. La dimostrazione è in queste giovani ragazze che, nella maggior parte, non conoscono l’emozione dell’essere madri, spero non abbiano conosciuto la violenza e nemmeno il dubbio della scelta, ma hanno saputo trovare nel profondo del loro essere donna, la forza e l’esplosività per raccontare, su un palco, quello che accade migliaia di volte in ogni giorno della vita reale.

Sono donne. Siamo donne. Noi ci dobbiamo maggiore rispetto e il mondo deve riconoscerci maggiore dignità.

Foto di Simone De Juliis. Nei suoi scatti ho ritrovato le mie sensazioni: non volti specifici, ma rappresentazione di un intero mondo. 

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