Una vita a foglietti

Apartheid

Hai portato qualche parola, pochi oggetti e un libro: “Apartheid” ed è in inglese.

L’ho guardato già due volte, sfoglio quelle pagine, rubo qualche parola, poche per comprenderlo, ma guardo le tante foto. Le associo alle tue scarne parole, alle sensazioni che ti sei portato dietro e faccio qualche riflessione.

Te le ho anche accennate; quando la storia la leggi dai libri di scuola rimane un concetto. È l’idea di qualcosa che è stato, che altri uomini hanno affrontato, che hanno vissuto, per cui hanno lottato, per cui sono morti. Ma erano parole, erano pagine “da studiare”.

Quelle che hai portato a casa sono ancora delle pagine, sono ancora delle foto: la differenza è che tu le hai guardate là, dove tutto è successo. Le foto dei morti sparati in faccia, il racconto di chi aggiungeva dettagli con il tono della voce, di chi ripeteva non una lezione imparata, ma storia vissuta.

Ed è così che tu l’hai portata a noi. In quelle piccole frasi hai lasciato intravedere quella storia, quella disuguaglianza che oggi dovrebbe essere finita, quella a cui noi non pensiamo più perché c’è stato “il cambiamento”, perché si sono avuti nuovi diritti e la parità fra le razze.

Ma questo è quello che noi abbiamo voluto immaginare. La realtà è sempre diversa, la povertà è una cosa che diventa un gene ereditario precisamente come il colore della pelle.

Il tuo racconto non è ancora iniziato per davvero, ti ho chiesto di leggere insieme questo libro perché tu possa tradurmelo, ma soprattutto perché tu possa aggiungere quello che i tuoi occhi hanno visto e quello che il tuo cuore ha conservato.

Così come aspetto le tue foto che mi racconteranno di questo viaggio che mi ha riportato a casa un uomo nuovo.

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