Una vita a foglietti

La città della felicità

Questo il mio sogno. L’ho avuto stamattina, 25 maggio dell’anno 2021. Mentre ascoltavo un brano introspettivo e arrostivo zucchine.

Una contraddizione forse, in apparenza; la dura realtà del mangiare cucinare sopravvivere, e la coscienza profonda da smuovere, da riscattare, da far risorgere.

Ma chi ha detto che le cose importanti devono nascere solo in circostanze importanti?

Chi decide quali siano le condizioni importanti?

Io cercavo la mia strada. Lo so da sempre che la stavo cercando. Lo so e ora so anche che, se non sono riuscita ancora a trovarla, non è perché non abbia avuto le occasioni giuste o perché le mie scelte siano state tutte sbagliate. No. Semplicemente, mentre dovevo fare il passo in avanti per migliorarmi, la paura prendeva il sopravvento e tutto si sbriciolava e ritornava ad essere “lo stesso fallimento”.

La differenza oggi è che ho avuto la mia visione. So che è ancora un solo pezzo, so che viene ancora da parole e concetti non approfonditi, ma so che ci sarà quella cosa da realizzare.

Una cosa che racchiude tutte le idee, i sogni, le passioni che ho coltivato a pezzi in questi miei 56 anni e che pensavo fossero tutte cose diverse, mentre invece facevano parte di una sola cosa: di Paola La Valle.

Io, Paola la Valle, quella cresciuta come un maschio, quella sempre in prima linea a prendere le botte e molto dietro quando c’era da ricevere un riconoscimento. Quella brutta, quella cafona, quella…..

Quella Paola che invece viveva dentro foglietti, dentro storie e parole che non avevano vita apparente, ma che erano tutta la sua vita.

Paola, quella stranamente facile alle lacrime, in contrasto con la sua durezza, quella che sognava di essere “vista” e che picchiava i ragazzi per non sentirsi mai inferiore a loro, o di loro bisognosa.

Paola, quella con la passione della filosofia ma con la necessità di lavorare e il fortissimo bisogno di essere indipendente.

Paola che a soli 22 anni si riempie di debiti per seguire il suo desiderio di “non avere un Padrone” e che per 12 lunghi anni dimostra come si possa essere un artigiano competente, onesto, appassionato.

Cosa poteva smontare quella certezza? Cosa poteva distruggere quella prova così evidente del mio successo, delle mie capacità, della mia testardaggine?

La famiglia. Quelli che all’epoca definivo i loro valori, ma che poi ho scoperto essere solo le loro e anche le mie paure. Quei falsi comandamenti che ho accettato. Non erano i miei, ma lo sono diventati. E mi hanno riportata punto e a capo, anzi peggio.

Con famiglia e figli diventa più difficile.

Le voci che ti circondano si alzano ancora di più.

Le paure degli altri diventano sempre più anche le tue e la forza di ribellarti non la tiri fuori.

Sarebbe stato facile credere in quello che IO avevo fatto e di come l’avevo distrutto per gli errori di ALTRI. Ma in fondo non è così. IO avevo fatto e pure disfatto.

Sono passati quasi trent’anni.

Cosa ho fatto in tutto questo tempo?

Tanti errori, ma allo stesso tempo una cosa grandiosa, immensa per me. Ho tenuta accesa quella fiammella. In ogni angolo della mia vita, in qualsiasi modo, leggevo una piccola indicazione che mi imponeva di continuare a sperare. Non ero in grado di vedere ancora la strada giusta, non ero in grado più di avere quella certezza dei vent’anni, ma non l’avevo persa la speranza.

Si era spezzettata in mille altri modi.

Era arrivata la scrittura, il blog, le recensioni, i libri.

Pezzi di corazza che cominciavano a cadere, ma l’insieme ancora non si vedeva.

Poi il lavoro, ancora in divenire, ancora sempre da costruire. La promessa di valori finalmente giusti, la scelta di seguire una necessità e delle idee.

Ma erano le idee di altri.

Sapete cosa succede quando ci prendiamo le idee degli altri? Le prendiamo per buone. Ancora una volta ero caduta nello stesso errore.

Tante belle parole, illusioni, vestite in giacca e cravatta. Profumate con profumi costosi, di quelli che ben nascondono il fetore che in realtà possono emanare. Parole pompate, ripetute, riciclate, sfruttate e violentate, ma inconsapevoli della loro condizione.

Si usano cliché. Io sono stata serigrafa. So benissimo cosa significa stampare, riprodurre, ricreare su ogni singolo oggetto la stessa centratura, la stessa quantità di colore da far passare attraverso il telaio, curare la pulizia della seta per evitare che si perdano pezzi di immagine e testo. Lo so cosa significa riprodurre in serie, e per questo ho sempre evitato che la quantità facesse perdere di vista la qualità.

Ore e ore a ripetere sempre lo stesso gesto, a ricreare sempre la stessa immagine. Una cosa mi dicevo sempre, in quelle lunghe ore di stampa: nessuno vedrà questi adesivi tutti insieme per poter scegliere il migliore. Sarà compito mio fare in modo che ognuno sia il migliore! E questo rendeva unico ogni pezzo, anche se apparteneva a tirature di 1000, 10000 pezzi. Anche se dovevo farlo in piena lucidità alle 8 del mattino o stanca morta alle 20 di sera, o nelle lunghe notti delle campagne natalizie.

L’importanza del singolo. L’unicità dell’essere.

Dolore. Ingiustizia. Differenza sociale. Indipendenza. Valori. Scrittura. Rispetto. Dignità.

In ogni periodo della mia vita c’è stato ognuno di questi sentimenti. A volte anche più di loro insieme, per fare ancora più male, o per ricordarmi, con ancora più forza, la loro importanza.

Tutte cose che avevo sempre visto separatamente.

Quello che mi mancava era la quadratura del cerchio. Era trovare il modo per capire che io ero tutto questo, che tutto quanto ho vissuto doveva portarmi qui.

In realtà qui è di qualche mese fa.

Quella corazza che a poco poco cedeva, ha continuato a perdere pezzi negli ultimi tempi. In maniera silenziosa, a volte fragorosa, ma ormai stava accadendo.

E quando sei più libero di respirare, quando esci allo scoperto, quando riprendi fiato dopo l’apnea, decidi se quella luce che ti acceca ti piace o se vuoi ritornare negli abissi.

Io sono fuori adesso. Sono alla luce del sole. La fiammella è diventata luce.

Non sono arrivata alla fine del mio viaggio assolutamente. Sono arrivata ad un bivio, ma adesso non ho dubbi sulla direzione che voglio prendere. Potrebbe non essere ancora quella giusta, chi lo sa, ma sono certa che stavolta sto decidendo da sola. Sto decidendo per me. Mi sto assumendo una responsabilità che riguarda solo la mia vita, con la consapevolezza assoluta di sapere chi mi sta accompagnando.

Ho gli strumenti e soprattutto ho deciso di usarli.

Ho scoperto che sono in mano a tanti, ma vengono nascosti, dimenticati, finiscono impolverati nei cassetti dell’indifferenza o solo della paura e lì, aspettano che qualcuno li riprenda, gli consegni nuova dignità, nuovo significato.

Non ci sono cose giuste, non ci sono le risposte adatte a tutti. Ognuno ha il dovere di cercare la sua verità e le cose adatte alla sua vita alle sue passioni.

Fate attenzione voi tutti che pensate di fare vostre, le parole e gli slogan degli altri. Fate attenzione a quelle nuove corde che vi state girando intorno al collo. Siete voi a rendervi schiavi. Siete voi a consegnare le chiavi delle vostre catene ai vostri carcerieri.

La libertà viene indicata, ma poi va conquistata. Non ci sono mai le stesse cose da fare per tutti. C’è da essere unici in quel groviglio di numeri che è l’umanità.

Quando cominciate ad essere uniformati, quando vi togliete una divisa e ne indossate un’altra, non siete diventati più liberi, avete solo cambiato padrone.

Le idee che provate a difendere: le donne, gli uomini, i bianchi, i neri, gli etero, gli omo, i ricchi, i poveri, i cristiani, i musulmani, i cattivi, i buoni…. Quante etichette ancora volete mettere nella vostra vita?

Quante volte, fingendo di difendere uno di questi ruoli ne calpestate un altro?

A tutte queste persone va riconosciuta la possibilità di un’idea di rispetto.

Poi posso essere ciò che voglio e di me parleranno le mie azioni e non la mia qualifica.

Ma questo è un concetto altissimo di società.

In fondo se non ho nessuno da criticare, se non ho nulla contro cui combattere, cosa farò mai del mio tempo e della mia vita? Potrei essere obbligata a cercare verità che riguardano me stessa. Potrei dover contare su ciò che sono veramente piuttosto che scegliermi un “ruolo” e sperare di essere ben pagata in questo palcoscenico del mondo.

Cosa farei se avessi tutto questo tempo da impiegare con me? Cosa farei se dovessi decidere di scoprire chi sono veramente, quali sono i MIEI sogni?

Dovrei scavare, sporcarmi le mani, farmi male, avere calli e schiena a pezzi e non è detto che da questa ricerca o semina, sia in grado di far germogliare qualcosa.

Contare solo su di me. Prendermi glorie e sconfitte. Niente proclami, nessuna medaglia, nessun ALTRO al mio posto.

IO. Che ogni giorno mi guardo allo specchio e spero di vedere sempre, in quelli che sono i miei occhi, specchio dell’anima mia, una fiammella ancora accesa.

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