Una vita a foglietti

Saluti…

Sono due pezzi che hanno un mese di distanza tra loro. 

Il primo è un addio forte, il secondo una confessione privata…

9/2/2021

Stavo cercando parole. Da tante ore.

Tra le pareti bianche di una stanza troppo grande per lo spazio realmente occupato e con soli due ganci troppo piccoli per quello che avrebbero dovuto sostenere.

Su una panchina all’aria aperta, davanti ad un panorama non familiare, con le montagne tutte intorno a proteggere, o forse a togliere aria, con un colore che fa pensare ad un ambiente bruciato, senza vita, dove si stagliano rami spogli, ma che hanno ancora in sé la promessa della vita.

In un quaderno che si offre, con la sua copertina dal colore sgargiante, prepotente, per raccogliere una riflessione ancora breve, ma profonda, sulla vita e sulla morte.

Spesso pensiamo che sia la morte a portarci via le persone: quelle care, quelle vicine o già un po’ più lontane. In realtà ciò che ci separa dalle persone è la qualità della vita che scegliamo di vivere. Sono le cattiverie, le ingiustizie, le menzogne che ci allontanano a piccoli passi, giorno dopo giorno, fino a farci perdere di vista.

Eppure ogni cosa, ogni vita, ogni storia, se guardata con gli occhi giusti diventa un’opportunità; per decidere di non essere cattivi, di non essere ingiusti, di non essere menzogneri.

Ci hanno abituati a credere di dover temere la morte, ma non riflettiamo sul fatto che questa stessa morte noi la raccontiamo con le parole dei vivi e quindi siamo sempre noi, solo da vivi, che possiamo cambiare non la morte in sé, ma come ci avviciniamo ad essa.

In una riflessione di qualche giorno fa scrivevo queste parole:

Chi è presente, nel campo del contadino, è vero che deve raccogliere, ma deve soprattutto seminare: lui potrebbe non essere presente al suo futuro raccolto, ma il suo lavoro, sfamerà tutti quelli che ha, “apparentemente”, lasciato da soli.

Noi viviamo per lasciare un segno, un ricordo; lavoriamo per rendere forti le piante del nostro campo, affinché sappiano affrontare anche da sole le intemperie dell’inverno che dovranno per forza aspettarsi.

A mia madre riconosco la capacità che ci ha dato di conoscere grandi pagine di dolore nella nostra vita, ma quello stesso dolore ha generato radici così profonde grazie alle quali abbiamo imparato a piegarci senza mai spezzarci.

8/3/2021

Se telefonando io potessi dirti addio ti chiamerei…

È un ritornello, è una vecchia canzone, è un desiderio condiviso da tante, tantissime persone nel mondo, ne sono certa.

Ho scelto compagnia in questi pochi minuti che precedono il pranzo e tra i miliardi di pezzi che potevo ascoltare è arrivato questo.

Sono ore che sto pensando ad un’immagine che mi ha colpita al risveglio, col cielo ancora scuro, quando le cose non sono ancora mai chiare; un albero, uno dei tanti che mi circonda e che guardo sempre, tutti i giorni, da anni. Un albero che in mezzo a tutti gli altri ha avuto la forza di fiorire. In questo tempo che è fatto di grande freddo ma anche di sole, ha avuto la forza di cominciare a dare i suoi frutti, a dichiarare la sua forza, la sua vita.

A me piace immaginare questa natura che mi parla, che mi manda messaggi, che mi racconta il suo punto di vista.

E allora unisco l’immagine al ritornello: alla vita che continua sempre e siamo solo noi a decidere se farla fiorire o spezzarla dentro di noi e la certezza di un desiderio che, se potessi realizzare adesso, dopo giorni di dolore ma di troppa rabbia, so che coglierei, perché ancora una volta mamma, ti confesso, da lontano, da sola, una delle mie tante debolezze: ti voglio bene, te ne ho voluto troppo, forse più di quanto sia mai riuscita anche a capire.

E se avessi la possibilità di darti quell’addio che tutti meritano, sia chi parte come pure chi resta, io lo farei.

Volevo dirtelo perché penso che questa vita così complicata, così difficile, così incomprensibile per tanti versi, così stravolgente per ciò che mi ha da sempre riservato, così esagerata nell’amore e nel dolore, me l’hai regalata tu.

Questo fa grandi le madri, quel dono che decidono di dare, a volte anche senza consapevolezza, senza comprenderlo fino in fondo, ma è il più grande che si possa immaginare.

…tanto privata che non doveva essere né letta né pubblicata, ma poi alcuni momenti, alcune situazioni, mi spingono a prendere decisioni diverse. Come sempre non cerco di dare spiegazioni a nessuno, ma, come in un diario che si rispetti, delle piccole note vanno aggiunte.

Queste parole quando sono state scritte, sono state una confessione; di quelle che ci si fanno dentro, in silenzio, senza pronunciare nessuna parola, senza che ci possa essere il rischio che un refolo di vento ne percepisca alcuna. Sono però tanto necessarie, tanto potenti, che poi, proprio perché sono state scritte e quindi pensate, chiedono di essere vive. E quale posto migliore di una chiesa, quella chiesa, in quel giorno, con pochissime persone ma tutte vicine, care, per pronunciarle, per dedicarle al Signore e a loro? Perché l’amore di cui parlo è talmente vero, talmente forte, che resterebbe umiliato se lasciato abbandonato in un angolo.

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