Una vita a foglietti

Non descrivo mai una foto, di Salvatore Capasso

Non descrivo mai le mie foto.

Non c’è storia da narrare in esse, non ne voglio vedere, vedo solo forme ed idee.

Ma per questa, forse, vale la pena fare un’eccezione, perché questa, questa è storia spaziale, è un racconto di architettura, opera visiva dello spazio e del tempo.

Questo è il cortile di Sant’Ivo alla Sapienza, una delle enclavi silenziose della frenetica capitale, uno spazio che vive in funzione di un piano, che piano non è, ma è pur sempre sfondo. Un museo urbano, con una, enorme, magnifica opera esposta. Candida, agitata, sinuosa, incalzante, ed infine misurata. Frutto di logica e follia, unione di allegorie e chiare verità, domina il cortile e lo inonda di riflessi eburnei. Ma, per una volta contraddicendo la relazione gerarchica tra opera d’arte e luogo in cui è accolta, vorrei soffermarmi sul porticato che circonda il cortile, opera del tardo ‘500 di Giacomo Della Porta.

L’emozione di ammirare l’animo umano fatto pietra contorcersi anelando l’infinito, e l’anelito dominare sull’uomo stesso e sulla mortale natura del suo essere, e vedere ancora l’uomo arrestare l’ascesa, l’impeto estinto, ora forma perfetta, perfetta come solo Dio o la sua rincorsa;

nulla è valso in confronto al porticato; nulla mi ha insegnato, se non ad amare l’ombra, la luce spezzata, lo spazio della vita, quello che al meglio la rappresenta.

La cupola vorticosa, la facciata concava, lo stucco, il marmo, sono la parte migliore di noi. Le ammiriamo come opere d’arte, e per quanto possiamo percepire la loro verità, essa non ci appartiene. È la verità dello straordinario, del sublime, è la verità della bellezza. Ci accostiamo ad essa, strappiamo alla sua fiamma braci ardenti, al costo della nostra anima, li mostriamo al mondo cosicché sì ristorata la fede, la si persegua e si rimanga pronti al sacrificio. Ma ciò di cui la cupola tace, è la nostra essenza. Che aspira alla bellezza, ma non è bellezza, che gode della luce ma necessita dell’ombra. L’essenza umana è vivere lo spazio, non ammirarne la scultura. È provare a misurarlo, ritmarlo in campate, sorreggerlo con pilastri, è percorrerlo, sopravvivere alla lama di luce e alla paura del buio, è perdersi nella libertà dietro l’ultima arcata, o ritrovarsi nella prigionia di un vecchio cancello arrugginito.

Salvatore Capasso

One thought on “Non descrivo mai una foto, di Salvatore Capasso

  1. Carmine

    “Non commento quasi mai qui ma per questo post, forse, vale la pena fare un’eccezione” (semi cit.)

    Leggevo e immaginavo la voce di Alberto Angela che descrive in TV le innumerevoli bellezze del nostro bel Paese. Lui usa parole più semplici per la massa ma sono sicuro che il suo pensiero, grazie alla sua enorme cultura, gli consenta ben altri termini.

    Ma tu sei tu, con la tua conoscenza sapiente e sfrontata proprietà di linguaggio di un “savio” ventenne, e la “fatica” di starti dietro viene ripagata fino all’ultima parola.

    Parola che non termina nell’arte ma va a scavare dentro l’animo umano, cercando risposte ai mille quesiti che l’uomo saggio da sempre si pone.

    Applausi.

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