“Una gioia mai provata”

Dal titolo di questo testo è nata la serata a cui ho assistito ieri al convento di san Francesco a Cava. Modo bizzarro di iniziare? Non so, sto guardando il libro che ho portato a casa con me e mi è parsa già una notizia bellissima, un messaggio valido da condividere: quello della gioia.
L’autore è padre Enzo Fortunato, personaggio molto conosciuto ma che, confesso, a me mancava. Eppure c’è un aspetto positivo anche nel presentarsi così, “a mani nude e cuore aperto” ad un appuntamento da cui non ti aspetti niente e ciò che arriva è tutto un regalo.
Che ne abbia ricevuti lo testimoniano i tanti appunti presi e i molteplici messaggi che si sono trasferiti dentro di me e che continuano ancora a generare riflessioni.
Che la serata fosse di quelle importanti si è capito dal numeroso pubblico e dai compagni di viaggio nella presentazione; il vescovo Orazio Soricelli, il sindaco Servalli, il presidente dell’associazione giornalisti di Cava e costa d’Amalfi Francesco Romanelli, il padre guardiano del convento che ci ha ospitati, Fra Pietro Anastasio, il Capo Ufficio Vicario dell’ufficio del Cerimoniale di Stato per le Onorificenze alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Enrico Passaro, il tutto presentato e moderato dal prof. Franco Bruno Vitolo.
Un parterre di tutto rispetto, ma l’attesa era decisamente solo per lui: padre Fortunato arriva con qualche minuto di ritardo essendo partito da Scala, paese che ha dato origine alla sua famiglia. Il passo deciso, l’aspetto giovanile nonostante un velo di bianco tra i capelli e un viso aperto, gli occhi curiosi, che guardano oltre i volti che lo applaudono.
La prima lettura di Franco, dall’introduzione di Mons. Domenico Pompili, già apre orizzonti vastissimi: il presepe come Vangelo figurato. Mi potrei già distrarre su questa immagine che riempie di colori la mia testa, ma le sensazioni, le informazioni, sono incalzanti, anche se siamo solo all’inizio.
Lascio che le parole di san Francesco, il suo essere rivoluzionario nella decisione di far nascere un racconto visibile della nascita di Gesù, riempiano tutto il mio cuore. La presentazione del suo vivere in quel preciso periodo storico pieno di guerre e allo stesso tempo di una chiesa che andava incontro alle sue contraddizioni: le Crociate, le indulgenze, i viaggi per la redenzione… e quella frase “Betlemme è qui”, ripetuta come un mantra, come una litania, non per una forma di stoltezza, ma per la profonda convinzione che un presepe, una capanna, una nascita o una rinascita, avviene per ciascuno proprio nel momento preciso in cui comprende il valore di quel messaggio, la potenza di quell’avvento, la forza prorompente di quella rivelazione che è stato Gesù per l’Umanità.
Da questo spirito mi sono lasciata cullare, dai racconti di notizie che non conoscevo, dalla profonda convinzione del coraggio con cui venivano fatte delle affermazioni, perché la differenza di tutto quello che può essere il nostro pensare è nella forza di dare testimonianza di ciò che siamo.
Alle 20,50 ci chiede una parentesi. A quest’ora precisa, da tre anni ormai, padre Enzo ha una diretta con i suoi fedeli su Facebook. Non pensate, non discutete, non giudicate, non fate niente di fronte a questa notizia: ascoltate. Noi ci siamo trovati lì, in quella sala e allo stesso tempo ci siamo proiettati in quella lettura, in quelle parole che nello stesso momento, davano notizia a noi e a tanti altri, della presentazione di Gesù al Tempio; alla fede di Simeone che aspettava il compiersi della promessa di Dio di non farlo morire senza aver visto il Messia… Cosa posso aggiungere io a tutto questo? Posso raccontare della sua voce calda, dei suoi gesti pacati, del suo essere assolutamente centrato nel suo trovarsi alla presentazione del libro, ma allo stesso tempo fedele a quell’impegno di parlare a chi ha bisogno di ascoltare una Parola. Una cosa così non è solo una lettura e un commento: una cosa così è partecipazione, è quella prova di testimonianza, è l’essere consapevoli delle proprie scelte.
E saranno tutte queste cose, che a me sono arrivate solo adesso che ne ho avuto esperienza, che giustificano le migliaia e migliaia di visualizzazioni dei suoi interventi quotidiani!
San Francesco aveva pensato al suo presepe come messaggio ed ha portato una rivoluzione; ci sono oggi uomini, preti, un Papa, che con il loro nuovo modo di agire, di parlare, di confrontarsi con il popolo, vogliono fare scrivere un altro pezzo di questa rivoluzione infinita che è nata nella notte dei tempi e che non avrà fine, perché l’essere umano avrà molteplici occasioni di redenzione. Tante occasioni, dovrà solo cogliere il coraggio per andare verso quella scelta di consapevolezza.
E la grande rivoluzione che portano questi uomini, in un tempo che non è quello di San Francesco, ma che comunque ci parla e ci fa vivere di guerre, è la calma. Quando sai davvero cosa dire, quando chi parla è il tuo cuore e non la tua tasca, allora le parole non hanno bisogno di essere urlate, possono anche essere bisbigliate. E padre Fortunato ha quella calma necessaria, ha il messaggio di buon esempio, ha il vissuto di chi crede e lo può e lo vuole condividere con chi ha desiderio di ascoltare.
In fondo Gesù ha deciso di volerci parlare, il Natale è “il Manifesto di Dio” e per farlo si è “accomodato nella scomodità”. Una frase questa che ancora apre altre porte, dà vita ad altri pensieri: noi quanto siamo “scomodi” nelle nostre vite? O anche, quanto siamo “comodi” nelle nostre vite? Cosa ti porta a cambiare posizione, punto di vista? L’essere comodo o scomodo?
La mano si blocca all’arrivo di tanti pensieri….
Poveri e semplici, la definizione per eccellenza dei seguaci di Gesù che viene ricordata da padre Fortunato con il pensiero di Erri De Luca in una presentazione, che più o meno dice così: “il Signore ha scelto i poveri perché sanno ascoltare, perché conoscono il silenzio e le parole arrivano al cuore”.
Il tema del Silenzio mi apre nuovi scenari, ma le parole incalzano e ora vanno ascoltate, bisogna farne tesoro per poi poterle ritrovare in un silenzio privato.
Le testimonianza di presepi allestiti su un barcone di immigrati, o di una culla fatta con proiettili che avevano ucciso cattolici… gesti potentissimi fatti con dolcezza. Denunce di accadimenti oscuri per l’umanità, ma ai quali non si può rispondere con la legge del taglione.
Questo fa l’uomo di chiesa, questo fa l’uomo che vive di Amore.
Trovare il linguaggio giusto, come ha fatto Sant’Alfonso de’ Liguori quando, proprio a Scala, trovandosi a contatto con una comunità che ignorava l’italiano, ha scritto il testo che poi sarebbe diventato il celebratissimo “Tu scendi dalle stelle”, in vernacolo, per permettere a quella gente di poterlo fare suo, di sentirlo vicino alle proprie possibilità.
Avvicinarsi a chi ha bisogno, cercare le strade che portano ai tanti cuori che sono lì, in attesa di un segno, di un gesto che possa cambiare un’esistenza, che possa dare dimostrazione di qualcosa di più grande, che va oltre le pur immense difficoltà che la vita a volte riserva. Perché non c’è nulla di impossibile da realizzare, nulla che non sia alla nostra portata se viviamo nella profonda certezza di poter essere Amore e condivisione e gratitudine.
Ho scritto e mi sono accorta di non aver detto quasi niente del libro, del suo contenuto sul Presepe, eppure sono convinta di aver raccontato quello che mi è entrato nel cuore.
La scenetta finale che Enrico Passaro ci ha regalato trasformandosi nel protagonista di Natale in casa Cupiello, è stato un diversivo, un simpaticissimo siparietto, ma che nulla ha tolto a quanto di prezioso si era già radicato.
Grazie
